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5 risultati

  1. http://studiolegalecimino.eu/confessione-incompatibile-messa-alla-prova/ La sentenza della Corte di Cassazione, Prima sezione penale, dello scorso 6 settembre 2017 n. 40512 interviene per ribadire (in tale senso si era in parte, già pronunciata la Cass. Sez. UU con la sentenza n. 33216 del 31.03.2016 in ordine all’analogo istituto introdotto dalla Legge n. 67/2014 per il rito ordinario contro imputati maggiorenni) come l’istituto della “messa alla prova” non richieda per la sua configurabilità, il requisito della “confessione”. Il caso riguarda il processo celebrato nei confronti di un minorenne accusato di favoreggiamento alla clandestinità, cui, già in fase di udienza preliminare era stata negata la possibilità di ricorrere alla messa alla prova di cui all’art. 28 del DPR 448/1988. La Corte d’Appello, rigettando l’appello proposto contro l’Ordinanza reiettiva già pronunciata in primo grado e condannando l’imputato nel merito, era pervenuta a tale conclusione in considerazione sia del prospettato stato di necessità addotto dall’imputato a sua discolpa; sia della richiesta di assoluzione che il difensore, a conclusione del processo, aveva formulato nell’interesse del proprio assistito: tutti elementi che secondo la Corte Territoriale sarebbero incompatibili con la richiesta di messa alla prova. L’istituto della sospensione del processo con relativa messa alla prova può essere considerato, senza alcun dubbio, la novità più rilevante e originale del nostro sistema penale minorile. Si tratta di un Istituto con il quale lo Stato rinuncia, in tutto o in parte, alla sua pretesa punitiva in cambio della dimostrazione, da parte del reo, di aver compreso il disvalore della propria condotta deviante e di impegnarsi, con azioni concrete, a non commettere in futuro alcun tipo di reato. La caratteristica qualificante di tale istituto, all’interno di un processo a carico di un imputato minorenne, risiede proprio nella sua collocazione: ricorrere alla messa alla prova, comporta, che la decisione sulla responsabilità penale e sulla conseguente (ed eventuale) irrogazione della pena, venga rimandata all’esito della prova. Alla commissione di un gesto criminale, da parte di un minore, l’ordinamento, di fronte al reale e concreto impegno di cambiamento da parte dell’autore, rinuncia non solo a eseguire la pena ma, addirittura, a proseguire il processo, rimandando la pronuncia di una eventuale condanna alla reclusione. L’istituto della messa alla prova diventa uno strumento di autostima e di responsabilizzazione per il minore autore di reato e, in linea con l’intera impostazione sottesa al processo minorile, si impegna a spostare l’attenzione dal fatto, alla personalità dell’imputato. Il principio che è alla base, risponde alla consapevolezza che il recupero del giovane risulta più idoneo, alle esigenze di una personalità in formazione, se condotto nell’ambiente di vita quotidiana piuttosto che all’interno di un carcere che, come è noto, è solo in grado di impoverire e di isolare. La Cassazione, accogliendo il ricorso, fondato quasi esclusivamente sull’illegittima reiezione della richiesta di messa alla prova – che rammentiamo non è altrimenti impugnabile se non la sentenza definitiva – precisa – non senza qualche richiamo a sentenza SS.UU. del 2016 – che la confessione può certo rappresentare un elemento utile per arrivare a un giudizio favorevole sull’evoluzione della personalità dell’imputato verso un pieno reinserimento sociale; tuttavia non ne costituisce un presupposto necessario per deliberare l’accesso alla messa in prova, potendo tale prognosi favorevole essere formulata anche in mancanza dell’espressa ammissione dell’addebito, sempre che la condotta dell’indagato o imputato “non trasmodi nella corriva negazione delle evidenza fattuali certe e, sottraendosi alla leale collaborazione nel processo, finisca per determinare la contestazione da parte sua della stessa funzione della messa alla prova, che nell’alveo di quel processo, gli viene offerta come opportunità di reinserimento sociale, impregiudicata la verifica conclusiva dell’ipotesi accusatoria”. Maggior peso deve invece avere un’attenta considerazione della condotta per valutare se il fatto contestato possa essere considerato un episodio del tutto occasionale o se, invece, costituisce il sintomo di un sistema di vita e, quindi, per determinare se sussista la concreta possibilità dell’evoluzione della personalità del minore verso modelli socialmente adeguati. Le stesse Sezioni unite (seppur chiamate a formulare il principio di diritto circa l’immediata impugnabilità o meno dell’Ordinanza reiettiva della richiesta sulla messa alla prova), con la sentenza n. 33216, sottolinearono come “il giudice nella concessione della messa in prova anticipa una sorta di cripto-processo sul fatto, sull’autore e sull’efficacia del beneficio, con il conseguente spostamento in sede di cognizione degli aspetti relativi al profilo trattamentale e per alcuni profili esecutivo, sino alla pronuncia in sede di cognizione, all’esito della positiva conclusione della esecuzione della messa alla prova, della dichiarativa dell’estinzione del reato in caso di esito positivo”. La Corte di Cassazione dunque, con la sentenza in commento, ha sottolineato come i criteri che il Giudice, chiamato a valutare la possibilità di sospendere il processo e inserire l’imputato in un percorso di messa alla prova, debba valutare primariamente, oltre alla capacità di intendere e di volere del reo, sono la sua effettiva inclinazione – attraverso un positivo giudizio prognostico – a collaborare con il sistema penale, ciò che può essere riscontrato nella non negazione delle circostanze fattuali; il fatto che l’imputato non si ponga come “vittima incompresa”; esclusa invece la necessità che sussista una confessione che, al contrario, laddove la messa alla prova avesse esito negativo e il processo per l’accertamento della penale responsabilità dell’imputato riprendesse, si porrebbe in contrasto con le regole del giusto processo e con le tecniche defensionali. In conclusione e in applicazione di tali principi, la sentenza della Corte d’Appello è stata annullata e rinviata la decisione sul punto del ricorso alla messa alla prova, ad altra sezione dello stesso Giudice d’appello. @Produzione Riservata Studio Legale Gelsomina Cimino www.studiolegalecimino.eu
  2. http://studiolegalecimino.eu/confessione-incompatibile-messa-alla-prova/ La sentenza della Corte di Cassazione, Prima sezione penale, dello scorso 6 settembre 2017 n. 40512 interviene per ribadire (in tale senso si era in parte, già pronunciata la Cass. Sez. UU con la sentenza n. 33216 del 31.03.2016 in ordine all’analogo istituto introdotto dalla Legge n. 67/2014 per il rito ordinario contro imputati maggiorenni) come l’istituto della “messa alla prova” non richieda per la sua configurabilità, il requisito della “confessione”. Il caso riguarda il processo celebrato nei confronti di un minorenne accusato di favoreggiamento alla clandestinità, cui, già in fase di udienza preliminare era stata negata la possibilità di ricorrere alla messa alla prova di cui all’art. 28 del DPR 448/1988. La Corte d’Appello, rigettando l’appello proposto contro l’Ordinanza reiettiva già pronunciata in primo grado e condannando l’imputato nel merito, era pervenuta a tale conclusione in considerazione sia del prospettato stato di necessità addotto dall’imputato a sua discolpa; sia della richiesta di assoluzione che il difensore, a conclusione del processo, aveva formulato nell’interesse del proprio assistito: tutti elementi che secondo la Corte Territoriale sarebbero incompatibili con la richiesta di messa alla prova. L’istituto della sospensione del processo con relativa messa alla prova può essere considerato, senza alcun dubbio, la novità più rilevante e originale del nostro sistema penale minorile. Si tratta di un Istituto con il quale lo Stato rinuncia, in tutto o in parte, alla sua pretesa punitiva in cambio della dimostrazione, da parte del reo, di aver compreso il disvalore della propria condotta deviante e di impegnarsi, con azioni concrete, a non commettere in futuro alcun tipo di reato. La caratteristica qualificante di tale istituto, all’interno di un processo a carico di un imputato minorenne, risiede proprio nella sua collocazione: ricorrere alla messa alla prova, comporta, che la decisione sulla responsabilità penale e sulla conseguente (ed eventuale) irrogazione della pena, venga rimandata all’esito della prova. Alla commissione di un gesto criminale, da parte di un minore, l’ordinamento, di fronte al reale e concreto impegno di cambiamento da parte dell’autore, rinuncia non solo a eseguire la pena ma, addirittura, a proseguire il processo, rimandando la pronuncia di una eventuale condanna alla reclusione. L’istituto della messa alla prova diventa uno strumento di autostima e di responsabilizzazione per il minore autore di reato e, in linea con l’intera impostazione sottesa al processo minorile, si impegna a spostare l’attenzione dal fatto, alla personalità dell’imputato. Il principio che è alla base, risponde alla consapevolezza che il recupero del giovane risulta più idoneo, alle esigenze di una personalità in formazione, se condotto nell’ambiente di vita quotidiana piuttosto che all’interno di un carcere che, come è noto, è solo in grado di impoverire e di isolare. La Cassazione, accogliendo il ricorso, fondato quasi esclusivamente sull’illegittima reiezione della richiesta di messa alla prova – che rammentiamo non è altrimenti impugnabile se non la sentenza definitiva – precisa – non senza qualche richiamo a sentenza SS.UU. del 2016 – che la confessione può certo rappresentare un elemento utile per arrivare a un giudizio favorevole sull’evoluzione della personalità dell’imputato verso un pieno reinserimento sociale; tuttavia non ne costituisce un presupposto necessario per deliberare l’accesso alla messa in prova, potendo tale prognosi favorevole essere formulata anche in mancanza dell’espressa ammissione dell’addebito, sempre che la condotta dell’indagato o imputato “non trasmodi nella corriva negazione delle evidenza fattuali certe e, sottraendosi alla leale collaborazione nel processo, finisca per determinare la contestazione da parte sua della stessa funzione della messa alla prova, che nell’alveo di quel processo, gli viene offerta come opportunità di reinserimento sociale, impregiudicata la verifica conclusiva dell’ipotesi accusatoria”. Maggior peso deve invece avere un’attenta considerazione della condotta per valutare se il fatto contestato possa essere considerato un episodio del tutto occasionale o se, invece, costituisce il sintomo di un sistema di vita e, quindi, per determinare se sussista la concreta possibilità dell’evoluzione della personalità del minore verso modelli socialmente adeguati. Le stesse Sezioni unite (seppur chiamate a formulare il principio di diritto circa l’immediata impugnabilità o meno dell’Ordinanza reiettiva della richiesta sulla messa alla prova), con la sentenza n. 33216, sottolinearono come “il giudice nella concessione della messa in prova anticipa una sorta di cripto-processo sul fatto, sull’autore e sull’efficacia del beneficio, con il conseguente spostamento in sede di cognizione degli aspetti relativi al profilo trattamentale e per alcuni profili esecutivo, sino alla pronuncia in sede di cognizione, all’esito della positiva conclusione della esecuzione della messa alla prova, della dichiarativa dell’estinzione del reato in caso di esito positivo”. La Corte di Cassazione dunque, con la sentenza in commento, ha sottolineato come i criteri che il Giudice, chiamato a valutare la possibilità di sospendere il processo e inserire l’imputato in un percorso di messa alla prova, debba valutare primariamente, oltre alla capacità di intendere e di volere del reo, sono la sua effettiva inclinazione – attraverso un positivo giudizio prognostico – a collaborare con il sistema penale, ciò che può essere riscontrato nella non negazione delle circostanze fattuali; il fatto che l’imputato non si ponga come “vittima incompresa”; esclusa invece la necessità che sussista una confessione che, al contrario, laddove la messa alla prova avesse esito negativo e il processo per l’accertamento della penale responsabilità dell’imputato riprendesse, si porrebbe in contrasto con le regole del giusto processo e con le tecniche defensionali. In conclusione e in applicazione di tali principi, la sentenza della Corte d’Appello è stata annullata e rinviata la decisione sul punto del ricorso alla messa alla prova, ad altra sezione dello stesso Giudice d’appello. @Produzione Riservata Studio Legale Gelsomina Cimino www.studiolegalecimino.eu
  3. http://studiolegalecimino.eu/abusivismo-lacquisizione-dellarea-al-patrimonio-del-comune-non-senza-limiti/ La sentenza Tribunale Amministrativo Regionale per la Regione Campania n. 2478/2017 interviene ad interpretare il combinato disposto dei commi 1 e 2 dell’art. 31 del D.P.R. 380/2001 (Testo Unico Edilizia), riguardanti la materia degli abusi edilizi immobiliari con particolare riferimento alla specifica conseguenza di carattere sanzionatorio, dell’acquisizione dell’area al patrimonio indisponibile del Comune. La sentenza muove dall’impugnativa, a cura del ricorrente dell’ordinanza di demolizione di un’opera costruita in totale assenza del permesso di costruire consistente in “un piano terraneo costituito da murature perimetrali e copertura a falda con lamiere coibentate, completo e tenuto in uso, avente una superficie di mq, 100 ca. e per una volumetria di mc. 350” emessa dal Responsabile del Servizio Urbanistica ai sensi dell’articolo 31 D.P.R 380/201, che definisce .gli interventi eseguiti in totale difformità dal permesso di costruire come quegli interventi “che comportano la realizzazione di un organismo edilizio integralmente diverso per caratteristiche tipologiche, planovolumetriche o di utilizzazione da quello oggetto del permesso stesso, ovvero l'esecuzione di volumi edilizi oltre i limiti indicati nel progetto e tali da costituire un organismo edilizio o parte di esso con specifica rilevanza ed autonomamente utilizzabile.” Il citato articolo prevede che in questi casi il dirigente o il responsabile del competente ufficio comunale, accertata l'esecuzione di interventi in assenza di permesso o in totale difformità dal medesimo, ovvero con variazioni essenziali, determinate ai sensi dell'articolo 32, ingiunge al proprietario e al responsabile dell'*** la rimozione o la demolizione, indicando nel provvedimento l'area che viene acquisita di diritto, ai sensi del comma 3 del cit. art. 31 Testo Unico Edilizia. Nel merito Il ricorrente lamentava l’inapplicabilità del suddetto regime sanzionatorio per molteplici motivi, tra i quali la mancata individuazione, nell’ordinanza di demolizione, dell’area soggetta ad acquisizione gratuita al patrimonio comunale, nonché l’applicazione di un regime sanzionatorio eccessivo per una casistica per la quale al più la pena dovrebbe essere di tipo pecuniario. Il ricorrente, peraltro, deduceva l’improduttività di effetti dell’ingiunzione in virtù della presentazione dell’istanza di accertamento di conformità dell’art. 36 dello stesso Testo Unico. Il Tribunale Amministrativo, analizzando la normativa vigente, giunge ad escludere, in primo luogo, che la sanzione applicabile possa consistere in una mera pena pecuniaria, vertendosi nella specifica ipotesi di “costruzione in assenza del permesso di costruire” con trasformazione del territorio. Osserva quindi, che l’ingiunzione di demolizione è imposta dalla norma e prescinde dalla conformità urbanistica del manufatto abusivo: dacchè non rileva che l’interessato abbia presentato apposita istanza di accertamento di conformità, la quale, in ogni caso, avrebbe potuto solo produrre l’effetto di sospendere l’efficacia dell’Ordinanza di demolizione ma certo non di inficiarne la legittimità. Infine, in ordine al motivo di ricorso concernente la mancata indicazione dell’area di sedime da sottoporre ad acquisizione, il TAR, richiamandosi ad una sentenza del Consiglio di Stato del 2013, liquida la questione assumendo che “la specificazione dell’area di sedime non costituisce elemento essenziale dell’ordine di demolizione”. Sul punto, giova rimarcare che, al contrario, la giurisprudenza maggioritaria è ferma nel ritenere che “l'individuazione dell'area di pertinenza della “res abusiva” deve compiersi al momento dell'emanazione del provvedimento con il quale viene accertata l'inottemperanza e con cui si procede all'acquisizione gratuita del bene al patrimonio del Comune, indicazione che deve, quindi, essere contenuta nell'atto d'acquisizione, a pena d'illegittimità di quest'ultimo, costituendo esso titolo per l'immissione in possesso dell'opera e per la trascrizione nei registri immobiliari” (così, TAR Lazio, sez. II-ter, 2 gennaio 2012, n. 9, che richiama TAR Campania, sez. IV, 21 settembre 2002, n. 5429; in termini, TAR Lazio, sez. I-quater, 4 aprile 2011, n. 2918). Altra questione è quella relativa all’ipotesi in cui l’area oggetto di demolizione sia stata assegnata in godimento a terzi: si pensi all’ipotesi del conduttore che esegua opere “abusive”: in questo caso è previsto che il provvedimento vada comunque notificato al proprietario oltre che all’effettivo responsabile dell’*** (nella specie il conduttore) ma, ferma la responsabilità di ordine pecuniario circa la messa in pristino, la sanzione accessoria dell’acquisizione al Comune, non potrà considerarsi efficace nei confronti del proprietario. @Produzione Riservata Studio Legale Gelsomina Cimino www.studiolegalecimino.eu
  4. La recente sentenza 3961/2017 del Giudice di Pace di Milano interviene nuovamente a ribadire l’esclusione dall’ipotesi di corresponsabilità prevista dall’art. 2054 3° co. c.c. del concedente- proprietario del veicolo concesso in leasing. La vicenda prende le mosse dalla controversia insorta tra l’attore vittima di un sinistro il quale, a mente dell’art. 2054 3° co. ***. aveva chiamato in giudizio per il ristoro dei danni patiti, non solo il conducente e la compagnia assicurativa, ma la stessa società di leasing quale proprietaria del veicolo. In questo contesto la società di leasing, costituendosi in giudizio aveva eccepito la propria carenza di legittimazione passiva in quanto proprietaria concedente in locazione finanziaria il veicolo. Il giudice di Pace richiamando la ormai consolidata giurisprudenza di legittimità ha ritenuto di accogliere la domanda di estromissione in quanto, nei casi di veicoli concessi in leasing il ragionamento da attuare per individuare il corresponsabile e il conseguente litisconsorte necessario non è lo stesso applicabile per i veicoli in piena proprietà e condotti da terzi. Invero, come ha più volte chiarito la Suprema Corte, per il disposto dell’art. 91 CdS (D. Lgs. n. 285 del 1992), in caso di danni provocati dalla circolazione di autoveicoli concessi in locazione finanziaria, il corresponsabile con il conducente ai sensi dell’art. 2054, comma 3, c.c. è esclusivamente l’utilizzatore del veicolo e non il concedente-proprietario (ex multis Cass. n. 14635/2014, Cass. Sent. nr. 947 del 2012; Cass. Sent. del 25/05/2004, n. 10034; Cass. n. 12192/1999), ciò in quanto, diversamente, si verrebbe a configurare una situazione incongruente per la quale il concedente- proprietario sarebbe chiamato a rispondere dei danni causati da un bene del quale non ha più la materiale disponibilità Ne deriva quindi che in caso di veicolo concesso a leasing “si verte in materia di responsabilità per fatto altrui (del conducente cioè) e la ratio della responsabilità in solido con quest’ultimo si fonda sulla relazione qualificata tra il soggetto da ritenersi responsabile e la cosa, relazione che, in caso di locazione finanziaria, concerne l’utilizzatore e non anche il proprietario concedente, il quale non ha più il possesso del veicolo né la disponibilità giuridica e non è in grado di controllarne la circolazione” Tuttavia, è bene sottolineare che, laddove si verta in tema di sanzioni amministrative o di qualsiasi altra misura ablativa che concerni la res locata, la società di leasing – raggiunta dalla contestazione dell’illecito – ha, si l’onere di comunicare all’Autorità procedente i dati dell’utilizzatore, ma ha altresì il dovere di informare l’effettivo destinatario della contestazione affinchè questi – cui l’accertamento andrà comunque notificato a cura dell’Autorità – sia posto in condizione di esercitare i suoi diritti di impugnativa. @Produzione Riservata Studio Legale Cimino www.studiolegalecimino.eu
  5. Con la sentenza 16601/2017, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione si sono espresse sull’interessante questione della compatibilità del risarcimento punitivo con il sistema giuridico italiano, riconoscendo in modo diretto la compatibilità con l'ordinamento italiano dei risarcimenti punitivi, così ampliando l'interpretazione della responsabilità civile. I danni punitivi, sono un istituto giuridico degli ordinamenti di common law e, in particolare, degli Stati Uniti, in virtù del quale, è riconosciuto al danneggiato un risarcimento ulteriore rispetto a quello strettamente necessario a ripristinare lo status quo ante. Fino ad oggi in Italia si mirava ad escludere la legittimità di una condanna al pagamento di una somma a carattere "punitivo"; la Cassazione infatti negli unici casi in cui era stata chiamata a pronunciarsi sul tema (Sent. n.1183/2007 e Sent. n. 1781/2012), ha sempre negato la riconoscibilità di una tale condanna perché contraria all’ordine pubblico ritenendo che: "punizione e sanzione siano estranei al risarcimento del danno visto che alla responsabilità civile è assegnato il compito precipuo di restaurare la sfera patrimoniale del soggetto che ha subito la lesione mediante il pagamento di una somma di denaro che tenda a eliminare le conseguenze del danno arrecato”. La sentenza in commento ha invece totalmente riformato i precedenti orientamenti affermando che, nel vigente ordinamento, alla responsabilità civile non è assegnato solo il compito di restaurare la sfera patrimoniale del soggetto che ha subito la lesione, nè si può sottacere che al nostro ordinamento non sono estranee ipotesi di risarcimenti “punitivi”, dove la funzione di deterrenza si coordina con quella sanzionatoria. Ed invero, rimarca la Corte, esistono nell’ordinamento italiano tutta una serie di disposizioni legislative in vigore ormai da anni e che costituiscono chiare ipotesi sanzionatorie (punitive) come ad esempio il rinomato art. 18 dello Statuto dei Lavoratori e numerosi altri esempi che le Sezioni Unite hanno opportunamente elencato a pagg 18-19 della sentenza. Ciò nonostante, prosegue la Corte, “non significa che l’istituto aquiliano abbia mutato la sua essenza e che questa curvatura deterrente/sanzionatoria” consenta ai giudici di accentuare liberamente le condanne, liquidando oltre la somma necessaria a ristorare il danno patito. Com’e’ noto, infatti, ogni prestazione personale esige una “intermediazione legislativa”, dunque, nel sistema italiano la condanna al pagamento di una somma ulteriore a quella strettamente necessaria per ristabilire lo status quo ante, costituisce ancora un’eccezione che, in quanto tale, deve essere legittimata da una specifica previsione legislativa. L’auspicio di chi scrive è che il legislatore intervenga quanto prima per delineare ambiti e circostanze di un istituto che, laddove lasciato alla libera interpretazione dei Giudici, potrebbe dar luogo ad aberranti arricchimenti del danneggiato, in netto contrasto con l’art. 25, co. 2 della Costituzione e del principio di tassatività oltre che, sul piano più squisitamente civilistico, dell’art. 23 Cost. che contempla la riserva di legge per ogni prestazione personale o patrimoniale. Non c’e’ dubbio infatti che secondo l’attuale formulazione dei principi fondamentali che sovrintendono il nostro Ordinamento, mentre la responsabilità penale reagisce alla condotta illecita mediante la pena e la sanzione, la responsabilità civile si struttura come conseguenza del danno e il risarcimento come suo mezzo di tutela: un’applicazione generalizzata dei punitive damages finirebbe per stravolgere tali assunti fondamentali senza che – data l’assenza di norme ad hoc – il danneggiato finale possa in alcun modo tutelarsi. @Produzione Riservata Studio Legale Gelsomina Cimino www.studiolegalecimino.eu