ignotaoppureo

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  1. Chiedo ai tutti a tutt i seguiacidi Gesù Cristo ed in particolare a lagraziaviva se il suo dio e suo figlio-sestesso approvano la situazione nella Palestina occupata dagli ebrei:


     

    Brutale campagna di repressione da parte delle forze di sicurezza palestinesi

     

    Dopo la morte del noto attivista Nizar Banat, avvenuta il 24 giugno, le forze di sicurezza palestinesi della Cisgiordania occupata hanno lanciato una brutale campagna repressiva contro manifestanti pacifici, giornalisti, avvocati ed esponenti della società […]

    Arresti, torture, forza illegale contro i palestinesi: Amnesty International accusa la polizia israeliana



    Amnesty International ha accusato la polizia israeliana di aver commesso, durante e dopo il confitto in Israele e a Gaza, una lunga serie di violazioni dei diritti umani ai danni dei palestinesi in Israele e a Gerusalemme Est occupata.

    Israele / Territori palestinesi occupati: sessione speciale del Consiglio Onu dei diritti umani



    Amnesty International ha apprezzato la convocazione di una sessione speciale del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite sulla situazione in progressivo deterioramento in Israele e nei Territori palestinesi occupati.

    L’amministrazione Usa approva vendita di armi a Israele per 735 milioni di dollar

    L’organizzazione per i diritti umani continua a chiedere al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di imporre immediatamente un embargo totale sulle armi dirette a Israele.

    STATO D’ISRAELE

    Capo di stato: Reuven Rivlin

    Capo di governo: Benjamin Netanyahu

    Israele ha continuato a imporre una discriminazione istituzionalizzata contro i palestinesi che vivono sotto il suo controllo in Israele e nei Territori Palestinesi Occupati (Occupied Palestinian Territories – Opt).

    Le forze di sicurezza israeliane hanno ucciso 38 palestinesi, tra cui 11 minori, durante le manifestazioni lungo la Striscia di Gaza e in Cisgiordania; molti di loro sono stati uccisi illegalmente, perché non stavano rappresentando alcuna minaccia. Israele ha fallito nell’assicurare le responsabilità e risarcimenti per le vittime di questa gravissima violazione del diritto umanitario internazionale e della legislazione internazionale sui diritti umani. Attacchi aerei israeliani e bombardamenti nella Striscia di Gaza hanno ucciso 28 civili palestinesi che non partecipavano direttamente alle ostilità, tra cui 10 minori. Israele ha mantenuto il suo blocco illegale sulla Striscia di Gaza, sottoponendo i suoi abitanti a punizioni collettive e intensificando la crisi umanitaria. Ha continuato a limitare la libera circolazione dei palestinesi negli Opt attraverso posti di blocco e blocchi stradali. Le autorità israeliane hanno arrestato illegalmente in Israele migliaia di palestinesi degli Opt, trattenendone centinaia in detenzione amministrativa senza accuse né processo. La tortura e altri maltrattamenti dei detenuti, tra cui minori, sono stati commessi con impunità.

    Israele ha sfollato oltre 900 palestinesi in Cisgiordania a seguito di demolizioni abitative. Le autorità hanno impiegato una serie di misure atte a colpire i difensori dei diritti umani, giornalisti e altri che hanno criticato il proseguimento dell’occupazione israeliana della Cisgiordania, della Striscia di Gaza e delle alture del Golan siriane. Le autorità hanno negato ai richiedenti asilo l’accesso a un processo di determinazione dello status di rifugiato equo o rapido. Gli obiettori di coscienza al servizio militare sono stati incarcerati.

    CONTESTO

    Il 9 aprile hanno avuto luogo le elezioni legislative, ma nessun leader del partito è stato in grado di formare una coalizione di governo. Di conseguenza, nuove elezioni sono state necessarie e si sono svolte il 17 settembre. Non è stato formato alcun governo, pertanto sono state programmate terze elezioni per marzo 2020. Il 21 novembre, il primo ministro Benjamin Netanyahu è stato incriminato con l’accusa di corruzione, frode e abuso d’ufficio.


    Israele ha continuato a espandere insediamenti illegali e le relative infrastrutture nella Cisgiordania occupata, inclusa Gerusalemme est, legalizzando gli avamposti costruiti senza autorizzazione statale israeliana, anche su terre private palestinesi. Il 19 novembre, il governo degli Usa ha annunciato che non avrebbe considerato gli insediamenti israeliani in Cisgiordania illegali ai sensi del diritto internazionale. Il 25 marzo, il presidente degli Usa Donald Trump aveva riconosciuto la sovranità di Israele sulle alture del Golan occupate, contravvenendo alle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che dichiaravano illegale l’annessione compiuta da Israele.

    Il 20 dicembre, la procuratrice del Tribunale penale internazionale ha annunciato che l’esame preliminare della “Situazione in Palestina” aveva concluso che erano stati commessi crimini di guerra nell’Opt e che “tutti i criteri legali… per l’apertura delle indagini erano stati soddisfatti“. Tuttavia, prima di procedere con un’indagine, la procuratrice ha deciso di chiedere conferma ai giudici del Tribunale penale internazionale che il territorio sul quale il tribunale può esercitare la propria giurisdizione comprenda la Cisgiordania, incluse Gerusalemme est e la Striscia di Gaza.

    A marzo, gruppi armati palestinesi hanno lanciato un razzo dalla Striscia di Gaza verso il centro di Israele, ferendo sette civili. Israele ha reagito colpendo gli obiettivi di Hamas a Gaza. Tra il 3 e il 6 maggio, le forze israeliane hanno sferrato centinaia di attacchi aerei e proiettili di artiglieria a Gaza, uccidendo 25 persone; i gruppi armati palestinesi hanno lanciato centinaia di missili contro Israele, uccidendo quattro persone. Tra il 12 e il 16 novembre, dopo che Israele ha ucciso un membro di spicco del gruppo armato della Jihad islamica palestinese in un attacco aereo, le ostilità sono divampate nuovamente. Israele ha lanciato attacchi aerei uccidendo 33 persone, tra cui 15 civili, mentre gruppi armati palestinesi hanno lanciato missili contro Israele, provocando feriti.

    Israele ha anche scagliato attacchi aerei contro obiettivi iraniani e degli Hezbollah in Siria, Libano e Iraq.

    UCCISIONI ILLEGALI

    Le forze militari e di sicurezza israeliane hanno ucciso almeno 38 palestinesi, tra cui 11 minori, durante le manifestazioni nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Office for the Coordination of Humanitarian Affairs – Ocha). Molti sono stati uccisi illegalmente con munizioni vere o facendo ricorso a uso eccessivo della forza quando non rappresentavano una minaccia imminente alla vita. Molte delle uccisioni illegali sono apparse intenzionali, il che costituirebbe un crimine di guerra.

    I palestinesi nella Striscia di Gaza hanno continuato per settimane con proteste della “Grande marcia del ritorno”, iniziata nel marzo 2018. Secondo il Centro palestinese per i diritti umani, al 27 dicembre erano stati uccisi 215 palestinesi, tra cui 47 minori, quattro paramedici e due giornalisti. Alcuni manifestanti palestinesi hanno commesso violenze, lanciando pietre e bombe molotov contro i soldati israeliani.

    Il 28 febbraio, la Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sulle violazioni commesse nel contesto delle proteste a Gaza tra marzo e dicembre 2018 ha determinato che le forze israeliane potrebbero aver commesso crimini di guerra, anche sparando deliberatamente contro civili palestinesi. A luglio, la stampa israeliana ha riferito che le forze armate israeliane avevano deciso di modificare i loro regolamenti sulle armi da fuoco, che avevano permesso ai cecchini di sparare agli arti inferiori dei manifestanti sopra il ginocchio, quindi dopo oltre un anno dal riconoscimento che tali regole provocavano inutilmente morti e ferite devastanti, i cecchini sono stati istruiti, per il futuro, a sparare sotto il ginocchio.

    Il 16 maggio l’esercito israeliano ha chiuso senza formalizzare accuse le indagini sulla morte di Ibrahim Abu Thuraya, che utilizzava una sedia a rotelle, durante le proteste di Gaza del dicembre 2018.

    Il 30 ottobre, l’esercito ha condannato ai lavori socialmente utili un soldato israeliano che ha sparato a Othman Halas, palestinese di 15 anni morto durante una protesta a Gaza nel luglio 2018, e ha ridotto il suo grado per “aver messo in pericolo una vita deviando dagli ordini“.

    Attacchi aerei israeliani e bombardamenti nella Striscia di Gaza hanno ucciso 28 civili palestinesi che non partecipavano direttamente alle ostilità, tra cui 10 minori; 13 civili sono stati uccisi nelle ostilità del 3-6 maggio, e altri 15 in quelle del 12-16 novembre. Alcuni degli attacchi in cui i civili sono stati uccisi o feriti sembrano essere stati indiscriminati o sproporzionati, o sono stati eseguiti senza adeguate precauzioni per risparmiare i civili. Gli attacchi dei coloni israeliani contro i palestinesi in Cisgiordania hanno provocato l’uccisione di due palestinesi e il ferimento di 112, secondo l’Ocha. Da un lato, le forze israeliane non sono riuscite a intervenire per fermare tali attacchi, e dall’altro la magistratura israeliana non è riuscita ad assicurare i responsabili alla giustizia.

    LIBERTÀ DI MOVIMENTO, DIRITTO ALLA SALUTE

    Il blocco illegale aereo, terrestre e marittimo di Israele nella Striscia di Gaza, che ha limitato il movimento di persone e merci dentro e fuori l’area, ha continuato ad avere un impatto devastante sui diritti umani dei due milioni di abitanti di Gaza per il dodicesimo anno consecutivo. Queste misure hanno costituito una forma di punizione collettiva. A gennaio, l’Organizzazione mondiale della sanità ha denunciato che il blocco israeliano del carburante a Gaza stava gravemente colpendo ospedali e altri servizi sanitari. Tra il 26 agosto e il 1 settembre, a seguito di attacchi missilistici in Israele, le autorità israeliane hanno dimezzato la fornitura di carburante a Gaza, arrivando al risultato di fornire un massimo giornaliero di quattro ore di elettricità.

    A giugno, il Centro palestinese per i diritti umani ha segnalato una grave carenza di medicinali per i pazienti con cancro e malattie croniche a Gaza. Israele ha continuato a negare arbitrariamente i permessi medici ai residenti di Gaza per consentire loro di entrare in Israele o in Cisgiordania per le cure. A gennaio, Israele ha esteso i limiti di pesca al largo della costa di Gaza a 12 miglia nautiche, ancora al di sotto delle 20 miglia nautiche concordate negli accordi di Oslo firmati da Israele e dalla Organizzazione per la liberazione della Palestina negli anni Novanta. In Cisgiordania, almeno 100 posti di blocco e blocchi stradali israeliani hanno continuato a limitare pesantemente il movimento dei palestinesi, ed essere in possesso di una carta di identità palestinese rappresenta un ostacolo all’uso delle strade costruite per i coloni israeliani.

    DETENZIONI

    Arresti e detenzioni arbitrarie

    Le autorità israeliane hanno condotto centinaia di incursioni in Cisgiordania per arrestare i palestinesi, di solito di notte, nelle loro case. Sono stati detenuti nelle carceri in Israele, insieme a migliaia di altri palestinesi dell’Opt arrestati negli anni precedenti. Ciò viola il diritto internazionale umanitario, che vieta il trasferimento dei detenuti nel territorio della potenza occupante.

    Il 31 ottobre, le forze israeliane hanno arrestato Khalida Jarrar, ex membro del Consiglio legislativo palestinese del Consiglio direttivo dell’Associazione Addameer per il sostegno ai prigionieri e per i diritti umani. È stata accusata di “detenere una posizione in un’associazione illegale” ed è rimasta in detenzione a partire dalla fine dell’anno.

    Le autorità israeliane hanno usato ordini di detenzione amministrativa rinnovabili per trattenere i palestinesi senza accuse, né processo.

    Secondo il Servizio penitenziario israeliano, circa 4638 palestinesi provenienti dagli Opt, tra cui 458 detenuti amministrativi, sono stati trattenuti nelle carceri israeliane a partire dal 30 novembre. Molte famiglie di detenuti palestinesi in Israele, in particolare quelli di Gaza, non avevano il permesso di entrare in Israele per visitare i loro parenti. I civili palestinesi degli Opt, inclusi i minori, sono stati processati in tribunali militari che non soddisfacevano gli standard internazionali per un processo equo.

    Minori in custodia

    Israele ha tenuto in prigione 182 minori palestinesi, di cui due in detenzione amministrativa, a partire dal 30 novembre. Difesa dei bambini internazionale-Palestina ha affermato che i minori sono stati interrogati senza i genitori presenti e messi in prigione con adulti. Secondo il diritto internazionale, la detenzione di minori dovrebbe essere una misura di ultima istanza e per il tempo più breve possibile.

    Il 22 gennaio, le forze israeliane hanno arrestato il quattordicenne Suleiman Abu Ghosh del campo profughi di Qalandia, e lo hanno tenuto in detenzione amministrativa per quattro mesi.

    Discriminazione 

    A settembre, il Servizio penitenziario israeliano ha rifiutato una richiesta di traduzione delle norme carcerarie in arabo, presentata dall’Associazione per i diritti civili in Israele. Ha sostenuto che non era tenuto a farlo secondo la legge dello stato-nazione, una legge di natura costituzionale che rende l’autodeterminazione un diritto riservato agli ebrei e discrimina i civili palestinesi, anche declassando lo status della lingua araba.

    Torture e altri maltrattamenti, morti in custodia

    I soldati israeliani, la polizia e gli ufficiali della Agenzia di sicurezza israeliana hanno continuato a torturare e maltrattare i detenuti palestinesi, compresi i minori, impunemente. I metodi segnalati includevano percosse, schiaffi, incatenamenti dolorosi, privazione del sonno, posizioni di stress e minacce. L’isolamento prolungato, a volte per mesi, è stato comunemente usato come punizione.

    Il 29 settembre, il ministero della Giustizia ha avviato un’indagine dopo che Samir Arbeed è stato ricoverato in ospedale con costole rotte e insufficienza renale a seguito di torture da parte delle forze israeliane durante gli interrogatori.

    Quattro palestinesi sono morti in custodia a causa di torture o altri maltrattamenti da parte delle forze israeliane. Uno di loro, Nassar Taqatqa, interrogato dall’Agenzia di sicurezza israeliana, è morto il 16 luglio in prigione, a un mese dall’arresto. Il Servizio penitenziario israeliano ha dichiarato che sta indagando sulla sua morte. Le autorità hanno rifiutato di restituire i corpi di tre dei prigionieri.

    DIRITTO ALLA CASA, SGOMBERI FORZATI

    Israele ha demolito 621 strutture residenziali e di sostentamento palestinesi nella Cisgiordania occupata, inclusa Gerusalemme est, sfollando 914 persone, in base a quanto riportato dall’Ocha. Le autorità israeliane hanno affermato che molti degli edifici demoliti non avevano permessi rilasciati da Israele; questi sono praticamente impossibili da ottenere per i palestinesi. La legge di occupazione proibisce tali demolizioni, a meno che non siano assolutamente necessarie per le operazioni militari. Il 22 luglio, le forze israeliane hanno demolito fino a 16 edifici residenziali nel villaggio di Sur Baher in Cisgiordania a causa della loro vicinanza al recinto che Israele ha in gran parte costruito su terra palestinese.

    Israele ha demolito in modo punitivo almeno 14 case palestinesi in Cisgiordania, compresa Gerusalemme est, lasciando 36 persone, tra cui 15 bambini, senzatetto, secondo B’selem, un’organizzazione israeliana per i diritti umani. Le demolizioni punitive costituiscono una punizione collettiva e sono proibite dal diritto internazionale.

    Organizzazioni di coloni israeliane hanno avviato, con il sostegno delle autorità israeliane, sgomberi forzati di palestinesi dalle loro case a Gerusalemme est. L’Ocha ha stimato che a gennaio circa 200 famiglie palestinesi hanno sfratti in corso, situazione che mette 877 tra adulti e bambini a rischio di sfollamento.

    Il 10 luglio, le autorità israeliane hanno sgomberato con la forza il palestinese Ilham Siyam e la sua famiglia dalla loro casa a Silwan, Gerusalemme est.

    Il tribunale distrettuale si era pronunciato a favore dell’associazione di coloni israeliani Elad sulla proprietà della casa, ponendo fine a una battaglia legale che durava da quasi 30 anni.

    Il 28 gennaio, le autorità israeliane hanno annunciato un piano per trasferire forzatamente 36.000 cittadini beduini palestinesi che vivono in villaggi “non riconosciuti” nel Negev / Naqab in Israele in quartieri pianificati dal governo; Israele rifiuta di riconoscere quei villaggi come legali o di fornire loro servizi comunali. A dicembre, le autorità israeliane hanno demolito il villaggio beduino palestinese di alAraqib per la 169esima volta.

    LIBERTÀ DI PAROLA E ASSOCIAZIONE

    Le autorità hanno utilizzato una serie di misure, tra cui incursioni, campagne di incitamento, restrizioni di movimento e persecuzioni giudiziarie, per colpire difensori dei diritti umani, giornalisti e altri che hanno criticato il proseguimento dell’occupazione israeliana della Cisgiordania, della Striscia di Gaza e delle alture siriane del Golan.

    A febbraio, il ministero degli Affari strategici ha pubblicato un rapporto che elencava operatori palestinesi per i diritti umani e attivisti per boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele, etichettandoli come “terroristi in giacca e cravatta”. Tra questi c’erano Shawan Jabarin, direttore generale del Gruppo palestinese per i diritti umani Al-Haq; Raja Sourani, direttore del Centro palestinese per i diritti umani; e Salah Hamouri, ricercatore franco-palestinese di Addameer. Il 19 settembre, le forze israeliane hanno fatto irruzione nell’ufficio di Addameer a Ramallah e hanno sequestrato l’attrezzatura.

    Israele ha continuato a negare l’ingresso agli organismi dei diritti umani negli Opt, incluso il Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani negli Opt. A ottobre, Israele ha impedito al campaigner di Amnesty International su Israele e Opt, Laith Abu Zeyad, di uscire dalla Cisgiordania per “motivi di sicurezza”, apparentemente come misura punitiva contro il lavoro sui diritti umani dell’organizzazione.

    Nella notte tra il 21 e il 22 luglio, le autorità israeliane hanno tentato di espellere con la forza il fotoreporter palestinese Mustafa al-Kharouf verso la Giordania, dove non ha diritti di cittadinanza o di residenza, apparentemente perché aveva documentato violazioni dei diritti umani da parte delle autorità israeliane a Gerusalemme est. La Giordania ha bloccato il tentativo, che sarebbe stato un crimine di guerra. È stato trattenuto in detenzione arbitraria dal 22 gennaio fino alla sua liberazione condizionale il 24 ottobre. La legge anti-boicottaggio è stata utilizzata per colpire attivisti e organizzazioni critiche verso le politiche israeliane. A novembre, la Corte suprema israeliana ha confermato un ordine di espulsione contro il direttore di Human Rights Watch Israele e Palestina, Omar Shakir, che era stato avviato ai sensi di legge. Il 25 novembre è stato espulso. A giugno, la compagnia energetica statale Energix ha usato la legge per citare in giudizio Al-Marsad – Centro arabo sui diritti umani delle alture del Golan, per aver pubblicato un rapporto sul grande progetto di energia eolica della compagnia su terreni privati di siriani nel Golan occupato.

    VIOLENZE DI GENERE

    Le violenze contro le donne persistono in Israele, soprattutto contro le donne palestinesi israeliane. Almeno 13 donne sono state uccise a causa della violenza di genere.

    RIFUGIATI, RICHIEDENTI ASILO POLITICO E LAVORATORI MIGRANTI

    Israele ha continuato a negare ai richiedenti asilo l’accesso a un processo equo e rapido di determinazione dello status di rifugiato, lasciando molti senza accesso ai servizi di base. Circa 30.000 richiedenti asilo vivevano in Israele. Al 30 giugno, non erano state concessioni di asilo, mentre sono rimaste in sospeso circa 15.000 domande.

    A settembre, la Corte suprema ha respinto una petizione per bloccare l’espulsione di figli di lavoratori migranti nati in Israele e residenti senza uno status giuridico.

    OBIETTORI DI COSCIENZA

    Almeno tre obiettori di coscienza israeliani al servizio militare sono stati incarcerati. Ad agosto, l’obiettore di coscienza Roman Levin è stato rilasciato dopo 82 giorni in isolamento.


  2. Chiedo ai tutti a tutt i seguiacidi Gesù Cristo ed in particolare a lagraziaviva se il suo dio e suo figlio-sestesso approvano la situazione nella Palestina occupata dagli ebrei:


     

    Brutale campagna di repressione da parte delle forze di sicurezza palestinesi

     

    Dopo la morte del noto attivista Nizar Banat, avvenuta il 24 giugno, le forze di sicurezza palestinesi della Cisgiordania occupata hanno lanciato una brutale campagna repressiva contro manifestanti pacifici, giornalisti, avvocati ed esponenti della società […]

    Arresti, torture, forza illegale contro i palestinesi: Amnesty International accusa la polizia israeliana



    Amnesty International ha accusato la polizia israeliana di aver commesso, durante e dopo il confitto in Israele e a Gaza, una lunga serie di violazioni dei diritti umani ai danni dei palestinesi in Israele e a Gerusalemme Est occupata.

    Israele / Territori palestinesi occupati: sessione speciale del Consiglio Onu dei diritti umani



    Amnesty International ha apprezzato la convocazione di una sessione speciale del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite sulla situazione in progressivo deterioramento in Israele e nei Territori palestinesi occupati.

    L’amministrazione Usa approva vendita di armi a Israele per 735 milioni di dollar

    L’organizzazione per i diritti umani continua a chiedere al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di imporre immediatamente un embargo totale sulle armi dirette a Israele.

    STATO D’ISRAELE

    Capo di stato: Reuven Rivlin

    Capo di governo: Benjamin Netanyahu

    Israele ha continuato a imporre una discriminazione istituzionalizzata contro i palestinesi che vivono sotto il suo controllo in Israele e nei Territori Palestinesi Occupati (Occupied Palestinian Territories – Opt).

    Le forze di sicurezza israeliane hanno ucciso 38 palestinesi, tra cui 11 minori, durante le manifestazioni lungo la Striscia di Gaza e in Cisgiordania; molti di loro sono stati uccisi illegalmente, perché non stavano rappresentando alcuna minaccia. Israele ha fallito nell’assicurare le responsabilità e risarcimenti per le vittime di questa gravissima violazione del diritto umanitario internazionale e della legislazione internazionale sui diritti umani. Attacchi aerei israeliani e bombardamenti nella Striscia di Gaza hanno ucciso 28 civili palestinesi che non partecipavano direttamente alle ostilità, tra cui 10 minori. Israele ha mantenuto il suo blocco illegale sulla Striscia di Gaza, sottoponendo i suoi abitanti a punizioni collettive e intensificando la crisi umanitaria. Ha continuato a limitare la libera circolazione dei palestinesi negli Opt attraverso posti di blocco e blocchi stradali. Le autorità israeliane hanno arrestato illegalmente in Israele migliaia di palestinesi degli Opt, trattenendone centinaia in detenzione amministrativa senza accuse né processo. La tortura e altri maltrattamenti dei detenuti, tra cui minori, sono stati commessi con impunità.

    Israele ha sfollato oltre 900 palestinesi in Cisgiordania a seguito di demolizioni abitative. Le autorità hanno impiegato una serie di misure atte a colpire i difensori dei diritti umani, giornalisti e altri che hanno criticato il proseguimento dell’occupazione israeliana della Cisgiordania, della Striscia di Gaza e delle alture del Golan siriane. Le autorità hanno negato ai richiedenti asilo l’accesso a un processo di determinazione dello status di rifugiato equo o rapido. Gli obiettori di coscienza al servizio militare sono stati incarcerati.

    CONTESTO

    Il 9 aprile hanno avuto luogo le elezioni legislative, ma nessun leader del partito è stato in grado di formare una coalizione di governo. Di conseguenza, nuove elezioni sono state necessarie e si sono svolte il 17 settembre. Non è stato formato alcun governo, pertanto sono state programmate terze elezioni per marzo 2020. Il 21 novembre, il primo ministro Benjamin Netanyahu è stato incriminato con l’accusa di corruzione, frode e abuso d’ufficio.


    Israele ha continuato a espandere insediamenti illegali e le relative infrastrutture nella Cisgiordania occupata, inclusa Gerusalemme est, legalizzando gli avamposti costruiti senza autorizzazione statale israeliana, anche su terre private palestinesi. Il 19 novembre, il governo degli Usa ha annunciato che non avrebbe considerato gli insediamenti israeliani in Cisgiordania illegali ai sensi del diritto internazionale. Il 25 marzo, il presidente degli Usa Donald Trump aveva riconosciuto la sovranità di Israele sulle alture del Golan occupate, contravvenendo alle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che dichiaravano illegale l’annessione compiuta da Israele.

    Il 20 dicembre, la procuratrice del Tribunale penale internazionale ha annunciato che l’esame preliminare della “Situazione in Palestina” aveva concluso che erano stati commessi crimini di guerra nell’Opt e che “tutti i criteri legali… per l’apertura delle indagini erano stati soddisfatti“. Tuttavia, prima di procedere con un’indagine, la procuratrice ha deciso di chiedere conferma ai giudici del Tribunale penale internazionale che il territorio sul quale il tribunale può esercitare la propria giurisdizione comprenda la Cisgiordania, incluse Gerusalemme est e la Striscia di Gaza.

    A marzo, gruppi armati palestinesi hanno lanciato un razzo dalla Striscia di Gaza verso il centro di Israele, ferendo sette civili. Israele ha reagito colpendo gli obiettivi di Hamas a Gaza. Tra il 3 e il 6 maggio, le forze israeliane hanno sferrato centinaia di attacchi aerei e proiettili di artiglieria a Gaza, uccidendo 25 persone; i gruppi armati palestinesi hanno lanciato centinaia di missili contro Israele, uccidendo quattro persone. Tra il 12 e il 16 novembre, dopo che Israele ha ucciso un membro di spicco del gruppo armato della Jihad islamica palestinese in un attacco aereo, le ostilità sono divampate nuovamente. Israele ha lanciato attacchi aerei uccidendo 33 persone, tra cui 15 civili, mentre gruppi armati palestinesi hanno lanciato missili contro Israele, provocando feriti.

    Israele ha anche scagliato attacchi aerei contro obiettivi iraniani e degli Hezbollah in Siria, Libano e Iraq.

    UCCISIONI ILLEGALI

    Le forze militari e di sicurezza israeliane hanno ucciso almeno 38 palestinesi, tra cui 11 minori, durante le manifestazioni nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Office for the Coordination of Humanitarian Affairs – Ocha). Molti sono stati uccisi illegalmente con munizioni vere o facendo ricorso a uso eccessivo della forza quando non rappresentavano una minaccia imminente alla vita. Molte delle uccisioni illegali sono apparse intenzionali, il che costituirebbe un crimine di guerra.

    I palestinesi nella Striscia di Gaza hanno continuato per settimane con proteste della “Grande marcia del ritorno”, iniziata nel marzo 2018. Secondo il Centro palestinese per i diritti umani, al 27 dicembre erano stati uccisi 215 palestinesi, tra cui 47 minori, quattro paramedici e due giornalisti. Alcuni manifestanti palestinesi hanno commesso violenze, lanciando pietre e bombe molotov contro i soldati israeliani.

    Il 28 febbraio, la Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sulle violazioni commesse nel contesto delle proteste a Gaza tra marzo e dicembre 2018 ha determinato che le forze israeliane potrebbero aver commesso crimini di guerra, anche sparando deliberatamente contro civili palestinesi. A luglio, la stampa israeliana ha riferito che le forze armate israeliane avevano deciso di modificare i loro regolamenti sulle armi da fuoco, che avevano permesso ai cecchini di sparare agli arti inferiori dei manifestanti sopra il ginocchio, quindi dopo oltre un anno dal riconoscimento che tali regole provocavano inutilmente morti e ferite devastanti, i cecchini sono stati istruiti, per il futuro, a sparare sotto il ginocchio.

    Il 16 maggio l’esercito israeliano ha chiuso senza formalizzare accuse le indagini sulla morte di Ibrahim Abu Thuraya, che utilizzava una sedia a rotelle, durante le proteste di Gaza del dicembre 2018.

    Il 30 ottobre, l’esercito ha condannato ai lavori socialmente utili un soldato israeliano che ha sparato a Othman Halas, palestinese di 15 anni morto durante una protesta a Gaza nel luglio 2018, e ha ridotto il suo grado per “aver messo in pericolo una vita deviando dagli ordini“.

    Attacchi aerei israeliani e bombardamenti nella Striscia di Gaza hanno ucciso 28 civili palestinesi che non partecipavano direttamente alle ostilità, tra cui 10 minori; 13 civili sono stati uccisi nelle ostilità del 3-6 maggio, e altri 15 in quelle del 12-16 novembre. Alcuni degli attacchi in cui i civili sono stati uccisi o feriti sembrano essere stati indiscriminati o sproporzionati, o sono stati eseguiti senza adeguate precauzioni per risparmiare i civili. Gli attacchi dei coloni israeliani contro i palestinesi in Cisgiordania hanno provocato l’uccisione di due palestinesi e il ferimento di 112, secondo l’Ocha. Da un lato, le forze israeliane non sono riuscite a intervenire per fermare tali attacchi, e dall’altro la magistratura israeliana non è riuscita ad assicurare i responsabili alla giustizia.

    LIBERTÀ DI MOVIMENTO, DIRITTO ALLA SALUTE

    Il blocco illegale aereo, terrestre e marittimo di Israele nella Striscia di Gaza, che ha limitato il movimento di persone e merci dentro e fuori l’area, ha continuato ad avere un impatto devastante sui diritti umani dei due milioni di abitanti di Gaza per il dodicesimo anno consecutivo. Queste misure hanno costituito una forma di punizione collettiva. A gennaio, l’Organizzazione mondiale della sanità ha denunciato che il blocco israeliano del carburante a Gaza stava gravemente colpendo ospedali e altri servizi sanitari. Tra il 26 agosto e il 1 settembre, a seguito di attacchi missilistici in Israele, le autorità israeliane hanno dimezzato la fornitura di carburante a Gaza, arrivando al risultato di fornire un massimo giornaliero di quattro ore di elettricità.

    A giugno, il Centro palestinese per i diritti umani ha segnalato una grave carenza di medicinali per i pazienti con cancro e malattie croniche a Gaza. Israele ha continuato a negare arbitrariamente i permessi medici ai residenti di Gaza per consentire loro di entrare in Israele o in Cisgiordania per le cure. A gennaio, Israele ha esteso i limiti di pesca al largo della costa di Gaza a 12 miglia nautiche, ancora al di sotto delle 20 miglia nautiche concordate negli accordi di Oslo firmati da Israele e dalla Organizzazione per la liberazione della Palestina negli anni Novanta. In Cisgiordania, almeno 100 posti di blocco e blocchi stradali israeliani hanno continuato a limitare pesantemente il movimento dei palestinesi, ed essere in possesso di una carta di identità palestinese rappresenta un ostacolo all’uso delle strade costruite per i coloni israeliani.

    DETENZIONI

    Arresti e detenzioni arbitrarie

    Le autorità israeliane hanno condotto centinaia di incursioni in Cisgiordania per arrestare i palestinesi, di solito di notte, nelle loro case. Sono stati detenuti nelle carceri in Israele, insieme a migliaia di altri palestinesi dell’Opt arrestati negli anni precedenti. Ciò viola il diritto internazionale umanitario, che vieta il trasferimento dei detenuti nel territorio della potenza occupante.

    Il 31 ottobre, le forze israeliane hanno arrestato Khalida Jarrar, ex membro del Consiglio legislativo palestinese del Consiglio direttivo dell’Associazione Addameer per il sostegno ai prigionieri e per i diritti umani. È stata accusata di “detenere una posizione in un’associazione illegale” ed è rimasta in detenzione a partire dalla fine dell’anno.

    Le autorità israeliane hanno usato ordini di detenzione amministrativa rinnovabili per trattenere i palestinesi senza accuse, né processo.

    Secondo il Servizio penitenziario israeliano, circa 4638 palestinesi provenienti dagli Opt, tra cui 458 detenuti amministrativi, sono stati trattenuti nelle carceri israeliane a partire dal 30 novembre. Molte famiglie di detenuti palestinesi in Israele, in particolare quelli di Gaza, non avevano il permesso di entrare in Israele per visitare i loro parenti. I civili palestinesi degli Opt, inclusi i minori, sono stati processati in tribunali militari che non soddisfacevano gli standard internazionali per un processo equo.

    Minori in custodia

    Israele ha tenuto in prigione 182 minori palestinesi, di cui due in detenzione amministrativa, a partire dal 30 novembre. Difesa dei bambini internazionale-Palestina ha affermato che i minori sono stati interrogati senza i genitori presenti e messi in prigione con adulti. Secondo il diritto internazionale, la detenzione di minori dovrebbe essere una misura di ultima istanza e per il tempo più breve possibile.

    Il 22 gennaio, le forze israeliane hanno arrestato il quattordicenne Suleiman Abu Ghosh del campo profughi di Qalandia, e lo hanno tenuto in detenzione amministrativa per quattro mesi.

    Discriminazione 

    A settembre, il Servizio penitenziario israeliano ha rifiutato una richiesta di traduzione delle norme carcerarie in arabo, presentata dall’Associazione per i diritti civili in Israele. Ha sostenuto che non era tenuto a farlo secondo la legge dello stato-nazione, una legge di natura costituzionale che rende l’autodeterminazione un diritto riservato agli ebrei e discrimina i civili palestinesi, anche declassando lo status della lingua araba.

    Torture e altri maltrattamenti, morti in custodia

    I soldati israeliani, la polizia e gli ufficiali della Agenzia di sicurezza israeliana hanno continuato a torturare e maltrattare i detenuti palestinesi, compresi i minori, impunemente. I metodi segnalati includevano percosse, schiaffi, incatenamenti dolorosi, privazione del sonno, posizioni di stress e minacce. L’isolamento prolungato, a volte per mesi, è stato comunemente usato come punizione.

    Il 29 settembre, il ministero della Giustizia ha avviato un’indagine dopo che Samir Arbeed è stato ricoverato in ospedale con costole rotte e insufficienza renale a seguito di torture da parte delle forze israeliane durante gli interrogatori.

    Quattro palestinesi sono morti in custodia a causa di torture o altri maltrattamenti da parte delle forze israeliane. Uno di loro, Nassar Taqatqa, interrogato dall’Agenzia di sicurezza israeliana, è morto il 16 luglio in prigione, a un mese dall’arresto. Il Servizio penitenziario israeliano ha dichiarato che sta indagando sulla sua morte. Le autorità hanno rifiutato di restituire i corpi di tre dei prigionieri.

    DIRITTO ALLA CASA, SGOMBERI FORZATI

    Israele ha demolito 621 strutture residenziali e di sostentamento palestinesi nella Cisgiordania occupata, inclusa Gerusalemme est, sfollando 914 persone, in base a quanto riportato dall’Ocha. Le autorità israeliane hanno affermato che molti degli edifici demoliti non avevano permessi rilasciati da Israele; questi sono praticamente impossibili da ottenere per i palestinesi. La legge di occupazione proibisce tali demolizioni, a meno che non siano assolutamente necessarie per le operazioni militari. Il 22 luglio, le forze israeliane hanno demolito fino a 16 edifici residenziali nel villaggio di Sur Baher in Cisgiordania a causa della loro vicinanza al recinto che Israele ha in gran parte costruito su terra palestinese.

    Israele ha demolito in modo punitivo almeno 14 case palestinesi in Cisgiordania, compresa Gerusalemme est, lasciando 36 persone, tra cui 15 bambini, senzatetto, secondo B’selem, un’organizzazione israeliana per i diritti umani. Le demolizioni punitive costituiscono una punizione collettiva e sono proibite dal diritto internazionale.

    Organizzazioni di coloni israeliane hanno avviato, con il sostegno delle autorità israeliane, sgomberi forzati di palestinesi dalle loro case a Gerusalemme est. L’Ocha ha stimato che a gennaio circa 200 famiglie palestinesi hanno sfratti in corso, situazione che mette 877 tra adulti e bambini a rischio di sfollamento.

    Il 10 luglio, le autorità israeliane hanno sgomberato con la forza il palestinese Ilham Siyam e la sua famiglia dalla loro casa a Silwan, Gerusalemme est.

    Il tribunale distrettuale si era pronunciato a favore dell’associazione di coloni israeliani Elad sulla proprietà della casa, ponendo fine a una battaglia legale che durava da quasi 30 anni.

    Il 28 gennaio, le autorità israeliane hanno annunciato un piano per trasferire forzatamente 36.000 cittadini beduini palestinesi che vivono in villaggi “non riconosciuti” nel Negev / Naqab in Israele in quartieri pianificati dal governo; Israele rifiuta di riconoscere quei villaggi come legali o di fornire loro servizi comunali. A dicembre, le autorità israeliane hanno demolito il villaggio beduino palestinese di alAraqib per la 169esima volta.

    LIBERTÀ DI PAROLA E ASSOCIAZIONE

    Le autorità hanno utilizzato una serie di misure, tra cui incursioni, campagne di incitamento, restrizioni di movimento e persecuzioni giudiziarie, per colpire difensori dei diritti umani, giornalisti e altri che hanno criticato il proseguimento dell’occupazione israeliana della Cisgiordania, della Striscia di Gaza e delle alture siriane del Golan.

    A febbraio, il ministero degli Affari strategici ha pubblicato un rapporto che elencava operatori palestinesi per i diritti umani e attivisti per boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele, etichettandoli come “terroristi in giacca e cravatta”. Tra questi c’erano Shawan Jabarin, direttore generale del Gruppo palestinese per i diritti umani Al-Haq; Raja Sourani, direttore del Centro palestinese per i diritti umani; e Salah Hamouri, ricercatore franco-palestinese di Addameer. Il 19 settembre, le forze israeliane hanno fatto irruzione nell’ufficio di Addameer a Ramallah e hanno sequestrato l’attrezzatura.

    Israele ha continuato a negare l’ingresso agli organismi dei diritti umani negli Opt, incluso il Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani negli Opt. A ottobre, Israele ha impedito al campaigner di Amnesty International su Israele e Opt, Laith Abu Zeyad, di uscire dalla Cisgiordania per “motivi di sicurezza”, apparentemente come misura punitiva contro il lavoro sui diritti umani dell’organizzazione.

    Nella notte tra il 21 e il 22 luglio, le autorità israeliane hanno tentato di espellere con la forza il fotoreporter palestinese Mustafa al-Kharouf verso la Giordania, dove non ha diritti di cittadinanza o di residenza, apparentemente perché aveva documentato violazioni dei diritti umani da parte delle autorità israeliane a Gerusalemme est. La Giordania ha bloccato il tentativo, che sarebbe stato un crimine di guerra. È stato trattenuto in detenzione arbitraria dal 22 gennaio fino alla sua liberazione condizionale il 24 ottobre. La legge anti-boicottaggio è stata utilizzata per colpire attivisti e organizzazioni critiche verso le politiche israeliane. A novembre, la Corte suprema israeliana ha confermato un ordine di espulsione contro il direttore di Human Rights Watch Israele e Palestina, Omar Shakir, che era stato avviato ai sensi di legge. Il 25 novembre è stato espulso. A giugno, la compagnia energetica statale Energix ha usato la legge per citare in giudizio Al-Marsad – Centro arabo sui diritti umani delle alture del Golan, per aver pubblicato un rapporto sul grande progetto di energia eolica della compagnia su terreni privati di siriani nel Golan occupato.

    VIOLENZE DI GENERE

    Le violenze contro le donne persistono in Israele, soprattutto contro le donne palestinesi israeliane. Almeno 13 donne sono state uccise a causa della violenza di genere.

    RIFUGIATI, RICHIEDENTI ASILO POLITICO E LAVORATORI MIGRANTI

    Israele ha continuato a negare ai richiedenti asilo l’accesso a un processo equo e rapido di determinazione dello status di rifugiato, lasciando molti senza accesso ai servizi di base. Circa 30.000 richiedenti asilo vivevano in Israele. Al 30 giugno, non erano state concessioni di asilo, mentre sono rimaste in sospeso circa 15.000 domande.

    A settembre, la Corte suprema ha respinto una petizione per bloccare l’espulsione di figli di lavoratori migranti nati in Israele e residenti senza uno status giuridico.

    OBIETTORI DI COSCIENZA

    Almeno tre obiettori di coscienza israeliani al servizio militare sono stati incarcerati. Ad agosto, l’obiettore di coscienza Roman Levin è stato rilasciato dopo 82 giorni in isolamento.


  3. Il 30/6/2021 in 18:54 , ignotaoppureo ha scritto:

     

     

    Da lupogrigio1953

    Non mi permetto di tirare le orecchie a nessuno, dico solo come la penso.  Per me il fatto che le religioni siano completamente inventate e basate su dei libri scritti a vantaggio dei potenti dei popoli dell'epoca, è cosa evidente. Talmente evidente che non vale neanche la pena di confutare delle convinzioni basate sul niente, specie quando sono nella testa di persone che tanto rifiutano di ragionare.

     

    C'è un piccolo particolare : quante persone hanno le sue conoscenze  e le sue convinzioni e non sono state plagiate dall'infanzia?  Poche ed è questo il motivo delle mie lunghe dissertazioni. tentare di farle ragionare un poco su quello che credono sia vero.
    Inoltre non essendo perfetto talvolta  eccedo e quindi mi  merito anche "tiratine di orecchie" che sono sempre utili per perfezionarsi e per sentire altre opinioni, fossanche fossero dure reprimende. Tutto va bene!
    Cordiali saluti.


  4.                                                        Per lupogrigio1953

    Daje che ridaje il monologo è stato letto da qualcuno e non si sa mai se qualche affermazione che dimostra l'illogicità della religione può far riflettere. Non sono poi così sciocco da scrivere qualcosa a lagraziaviva, che è senz'altro un automa mnemmonico casualmente in forma di persona, anche se talvolta mi diverto a punzecchiarlo/a. Talvolta ci casca e mi convince sempre più che l'intelligenza ha un limite, l'i g n o r a n z a  no!
    Cordiali saluti e grazie per la tiratina d'orecchie.
    P.S.
    La logica fa parte, in ogni caso, della scienza e mettere in evidenza le incongruenze non è mai un gran male foss'anche una sola persona a leggere i miei monologhi.


  5.                                                                                      Fantasia ed illusione
     

    Pensa che ti ripensa, a parte che lo intuivo già da molto tempo sono giunto alla conclusione che la stessa idea di dio è un’ A S S U R D I T À. Pensare ad una entità immateriale, che per 13,7 miliardi di anni circa. non fa nulla ed all’improvviso, non si sa perché decide di “creare da sé stesso l’universo. Passano moltissimi anni e incomincia a formarsi una primitiva forma di vita sulla terra, circa 3700 milioni di anni fa. In questo “brevissimo lasso di tempo” il buon dio non fa nulla. Ma si sa la volontà di dio è imperscrutabile, cioè fa quello che vuole, nessuna meraviglia. Benissimo dio è infinitamente buono e decide di creare, altre al resto due esseri, detti Adamo ed Eva dai cristiani, con un metodo decisamente strano. Prima il maschio, Adamo, poi, benché infallibile ed onnisciente, si accorge che il poveretto non se la passa così bene tutto solo, ergo, invece di creare un altro essere con lo stesso metodo fatto per Adamo decide di creare la donna (perché no un altro maschio?)- ,Eva, da una costola di Adamo! La ragione è un vero mistero a meno che, data la sua onniscienza, sapeva benissimo, avendolo creato lui, che Adamo era fornito di testosterone, ed essendo solo…… crea la femmina fornita, tramite ovaie, di estrogeni. Ma nulla succede, i due si trastullano mangiando e bevendo beatamente senza nessun altro problema: ha fatto un altro errore? Allora per rendere la vita dell’Eden meno monotona ti inventa il serpente – si ricorda che prima della creazione non esisteva nulla se non dio stesso, quindi il serpente non esisteva ancora- e tende una trappola ai due esseri, trappola che tramite la sua onniscienza, sa bene che conseguenze avrà. Ordina loro di non mangiare il frutto della conoscenza – la mela – io avrei preferito l’ananas -. Ma i due disgraziati essendo ingenui ci cascano ed arrivederci Eden. La totale assurdità di questa storiella deriva dall’onniscienza di dio: Sapeva a priori che cosa sarebbe successo, indi i poveri esseri, per causa di dio stesso, sono condannati ad una vita difficile, anche se, per popolare la terra, causa testosterone ed estrogeni si  a c c o p p i a n o ed  inevitabilmente producono altri esseri.


    Genesi

    27 Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò.
    28 Dio li benedisse e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra.


    Ma c’erano solo Adamo ed Eva , e a parte G. 27 che suggerisce una divinità dall’aspetto androgino, i due poveretti non potevano fare altro che accoppiarsi e la cosa dà adito all’ipotesi che le persone nel mondo siano frutto di  i n c e s t o!

     Il tutto suona come una s c i o c c a farsa, scritta a più mani da persone prive di un minimo di criticità e sicuramente maschi: la storiella della costola lo suggerisce evidentemente.
     L’assurdità dell’idea di dio scaturisce da semplici considerazioni: Perché dio non crea l’universo, terra ed Adamo ed Eva compresi contemporaneamente? Che senso ha l’intervallo immane di tempo dalla creazione del ‘universo da quello della vita sulla terra? E come mai prima che Gesù Cristo scenda a salvare le persone peccatrici, passano migliaia di anni? Perché dio permette che ci sia la necessità di un salvatore, quando, data la sua onnipotenza può salvare i peccati di tutti, o impedire che avvengano, in un solo secondo o meno?
    Non è difficile capire che tutte le religioni sono delle storielle inventate per cancellare la paura della morte e per fare vivere bene migliaia di furbi p a r a s s i t i, detti s a c e r d o t i che campano niente male con i soldi di chi ci è cascato e anche di chi non ci è cascato (Per la legge del 8Xmille, anche chi non si esprime foraggia le chiese in proporzione a chi si è espresso: in parole povere se il 40% non si esprime per alcuna religione questa somma viene ugualmente elargita alle chiese che l’hanno ottenuta in proporzione, ed essendo la chiesa cattolica quella che ha la maggiore preferenza , diciamo il 33%, anche il 33% del 40% che non si è espresso la foraggia. Lo stesso vale per le altre religioni, ma in Italia la maggior parte di chi si esprime lo fa per la chiesa cattolica ed ecco la truffa!


  6. lagraziaviva dice:
                                               Mi permetto di interrompere il vostro discorso, più che giusto, la chiesa cattolica romana, va scritta minuscolo perché non ha nulla di chiesa, assemblea.  Etc etc.
    C'è una frase che puzza di omofobia:
                          
    Da lagraziaviva: Quel personaggio che la chiesa porta in giro in croce non è un Giudeo ma un uomo affemminato (c'è una emme di troppo: può sfuggire a chiunque) occhi azzurri capelli lunghi barba incolta, un tipico europeo (perché i tipici europei sono tutti biondi ed hanno la barba incolta?).
    A parte l'osservazione di per sé giusta secondo cui Gesù era ebreo, di religione ebrea, e molto probabilmente scuro di carnagione ed analfabeta (non è che una ipotesi) - non ha lasciato nemmeno un rigo - facendo supporre a molti che non sia mai esistito, infatti la quasi totalità delle fonti per quanto lo riguarda è di origine cristo-paoliana e seguito e circa i suoi presunti detti non v'è traccia nelle opere di storici non cristiano-paoliani che vivevano durante la sua presunta vita ed i miracoli avidentemente impossibili - camminare sulle acque?, moltiplicare i pani ed i pesci(?), tramutare l'acqua in vino (non male come idea, ma che vino era bianco, nero o rosato?)  e così inventando.
                                             


  7. Per vincent26294

     

    Spero che la sua domanda sia retorica ‘ché tutto ciò che accade in Italia 
    dimostra la nostra finta laicità. In un paese laico, come in Francia, qualsiasi simbolo religioso non può essere presente in un luogo pubblico, mentre qui da noi un’annunciatrice della TV pubblica – Canale 2 -sciorina crocifissi, fra l’altro vezzosamente intonati con i suoi vestiti. A proposito di crocifissi l’iconografia imperante è falsa


     
    (La crocifissione, riservata all'inizio soltanto agli schiavi, in seguito venne estesa anche ai disertori ed ai sovversivi che causavano disordini tendenti a destabilizzare le istituzioni dello Stato. Come conseguenza la provincia romana dove maggiormente venne applicata la crocifissione fu la Palestina a causa delle continue rivolte promosse dal Partito Nazionalista Giudaico. Stando a quanto risulta da documenti riguardanti l'era messianica, anche se non è affermato in maniera chiara ed esplicita, la crocifissione fu ulteriormente semplificata riducendo la forca ad un semplice palo per eliminare la difficoltà che comportava la ricerca di un ramo forcuto quando le crocifissioni erano numerose, come avvenne nella rivolta contro Erode che comportò 2000 esecuzioni e nella guerra giudaica in cui le crocifissioni, arrivando ad una media di 500 al giorno, dovettero a un certo punto essere sospese, secondo quanto dice Giuseppe Flavio, per mancanza di legno.

    Come sia stato crocefisso Cristo poco c'interessa, anche se negli Atti degli apostoli, stando a quanto viene fatto asserire allo stesso Paolo di Tarso, venne legato ad un palo (stauros). Una cosa comunque è certa: non fu fissato ad una croce come quella che ci mostra la Chiesa, e tanto meno furono usati dei chiodi dal momento che questi sono da escludersi nella maniera più assoluta sia perché mai nominati nella storia delle crocifissioni e sia perché il loro uso non avrebbe avuto nessuna giustificazione essendo le braccia legate con una corda e i piedi appoggiati al suolo. Soltanto il cinismo dei preti, quel cinismo che hanno dimostrato nelle torture operate nelle inquisizioni, poteva aggiungere ad un supplizio già tanto atroce un'ulteriore sofferenza!

    La croce latina che la Chiesa sostiene essere stata utilizzata per la crocifissione di Gesù era del tutto ignorata dai romani esistendo in quell'epoca soltanto due tipi di croce, la croce a X e la croce, detta greca, a forma di + costituita da quattro vettori di uguale lunghezza. La prima apparizione di quella che fu poi chiamata la croce latina, cioè la croce avente il vettore inferiore più lungo degli altri, la troviamo nella liturgia cristiana soltanto alla fine del IV secolo e senza il Cristo crocefisso sopra.

    Quando negli anni 160 uscirono i primi vangeli canonici, i loro redattori, lontani ancora dal concepire la croce latina, trattarono la crocefissione di Cristo nel sottinteso che essa fosse stata eseguita secondo il sistema da tutti conosciuto che era quello basato su un patibolum appoggiato su due "stipes" terminanti a forcina. Le prime croci con il Cristo crocefisso sopra, apparse soltanto alla fine del V secolo, oltre ad avere una struttura a forma di T, presentavano un Gesù non inchiodato ma legato e con il volto rivolto al cielo in una espressione gioiosa. Questa espressione esultante che esprimeva ancora quel concetto esseno che voleva che si affrontasse la morte sorridendo davanti ai carnefici, fu trasformata in un atteggiamento di dolore allorché i teologi cristiani decisero di mettere in risalto le sofferenze patite da Gesù, quelle sofferenze che se precedentemente non erano state prese in considerazione ciò era dipeso dal fatto che fino ad allora la Chiesa aveva ancora seguito il concetto dei Culti dei Misteri che facevano dipendere la salvezza delle persone non dal sacrificio e dalle sofferenza patite dal Soter prima di essere ucciso ma esclusivamente dalla sua resurrezione. Fu in seguito a questa decisione, presa certamente per conquistare le masse attraverso l'emotività che poteva produrre il dolore, che i costruttori di questa nuova religione decisero di trapassare le mani e i piedi del loro salvatore e gli fecero reclinare la testa sotto un'espressione di estrema sofferenza come risulta dalle pitture della prima metà del VI secolo.)
    A parte la finzione, è evidente che il nostro non è uno stato laico, basta vedere le false rappresentazione della crocifissione che sono presenti nelle scuole e negli edifici pubblici come i tribunali ed altri Per inciso il penultimo capo di governo italiano. Conte, era ed è un devoto di P A D R E P I O, un vecchio
    f a s c i s t a  descritto da GUARINO MARIO: BEATO IMPOSTORE Controstoria di Padre Pio Kaos edizioni 1999.
    La TV non fa passare un solo giorno senza aflliggerci con le inutili frasi di dispiacere del sig. Bergoglio, frasi che non hanno fermato nessuno dei massacri che le persone continuano a commettere sotto gli occhi di una divinità onnipotente ed infinitamente buona!
    Si noti che, ad eccezione di sporadiche apparizioni, tra l’altro su Youtube, di non credenti come Odifreddi, parlano solo i preti di qualunque livello gerarchico, senza alcun contraddittorio, cosa degna di uno stato totalitario, almeno alla TV di stato e comunque quasi in tutte le televisioni, anche quelle private.
    C’è poco da sperare se ancora c’è chi crede nella storiella della  S A C R A  S I N D O N E, che è stato dimostrato essere un falso (fra il 1213-1243 circa), e se c’è ancora chi va a Lourdes o altrove per ricevere un miracolo (tra l’altro tutti gli altri non ne sono evidentemente degni, anche se percorrono 10 chilometri in ginocchi implorando una grazia). I miracoli avvengono anche senza religione. Leggere:


                                                                        Bufala di Lourdes


    Quanto al "fenomeno Lourdes", l'affare in centocinquant'anni ha portato nella cittadina dei Pirenei un numero imprecisato, ma vicino ai trecento milioni, di fedeli. di questi, almeno una ventina di milioni erano malati di varia gravità, ma soltanto 66 hanno ufficialmente (nel senso della chiesa) ricevuto il miracolo della guarigione. Dunque una percentuale di uno su 300.000, nettamente inferiore a quella delle remissioni spontanee delle malattie croniche, cancro compreso, che è di circa uno su 10.000. Detto altrimenti, i malati guariscono miracolosamente, cioè inspiegabilmente, trenta volte di più se stanno a casa che se vanno a Lourdes!
    Altra m a s c a l z o n a t a è  l'insegnamento - indottrinamento - della religione cristiana nelle scuole - fra l'altro i/le prof. vengono nominati/e dal vaticano, ma pagati da tutti noi!
    Ebbene si: l’Italia non è uno stato laico: io la definisco Italia vaticana, viste le ingerenze, a tutti i livelli, che i preti ogni minuto attuano nei confronti di uno stato straniero, cioè l’Italia.

    P.S. Strana la conversione di un politico italiano che se ne va in giro con rosari e crocifissi,
    a m m e n n i c o l i da lui sino a poco tempo fa ignorati!!

    Crux.jpg


  8. Da lagraziaviva (?)
                                           

    Genesi 3:19
    mangerai il pane col sudore del tuo volto, finché tu ritorni alla terra perché da essa fosti tratto; poiché tu sei polvere, e in polvere ritornerai».

    Giobbe 4:17
    "Può un mortale essere più giusto di Dio? Può un uomo essere più puro del suo Fattore?

       Che niente niente, visto che cita genesi, crede alla storiella di Adamo ed Eva? Altrimenti, come al solito, pesca i brani che Le convengono ed ignora la  s c i o c c h e z z a della creazione (Sic!). Inoltre uso lavarmi la faccia e le mani prima di mangiare ergo sul mio volto non c'è sudore. Non dimentichi che siamo nel 2274 dalla nascita (presunta anche questa come quella di Gesù Cristo) di Roma e non al tempo dei redattori che erano persone e non divinità ed anche un tantinello ignoranti. Poi io mi faro scremare quindi il mio cadavere non ritornerà in polvere ma in cenere che farò seppellire ai piedi di un albero, così sarò utile almeno da morto.
    Per quanto riguarda Giobbe, visto che dio fa morire di tumore anche i neonati - essendo onnipotente li potrebbe salvare - penso che almeno due o più miliardi di persone possono essere più pure del suo - supposto - fattore.
    P.S. Ribadisco che siamo nel 2274 a. U. c. (Ab Urbe Condita) e fare riferimento a detti di persone di quell'epoca sia decisamente poco saggio ed anacronistico.
    Cordiali saluti.


  9. Dio ha creato le persone a sua immagine (quale femmina o maschio?) e somiglianza, ergo tutto ciò che le persone fanno lo fanno perché create da dio con tutte le caratteristiche tipiche della specie: massacri, discriminazioni sessuali - a danno delle donne - genocidi - nel vecchio testamento dio ordina eccidi a gogo rispetto a chi non obbedisce ai suoi capricci, ma se riuscite a trovare una sola citazione fatta da lagraziaviva circa questi ordini hitleriani perdete tempo 'che il/la desso/a si guarda bene dal citarli e svirgola evitando accuratamente questi "comandi". Facile no!  Si considerano solo quei brani che Gli/Le convengono e si ignorano tutti gli altri. Questo si chiama M A L A F E D E. Forse lagraziaviva ha letto una bibbia che non cita quuesti criminali ordini di dio oppure, più probabilmente, fa lo gnorri! Questa non è O N E S T À intellettuale ma  p a r t i g i a  n e r i a  di B A S S A  L E G A!
    P:S.
    Ho ripetutamente chiesto a colui/ei di citarmi un solo brano, nella bibbia, in cui dio o Gesù, che sono la stessa cosa, condannano la schiavitù, ma come al solito, non esistendo tali brani, la risposta non è arrivata se non dando definizioni di
    S C H I A V I T Ù che evitano accuratamente il principio chiave della parola, cioé il possesso G I U R I D I C O di una persona su di un'altra. Ma c'era da aspettarselo da chi si sceglie i brani a seconda della convenienza ignorando tutti gli altri!


  10. Qui non si tratta delle situazioni nelle quali TUTTI noi siamo dipendenti di qualche istituzione o di qualche persona. Allora siamo tutti schiavi perché da soli non potremmo sopravvivere. La schiavitù si basa sul concetto di proprietà giuridica di una persona su di un'altra (la posso uccidere, vendere.......) e questo non ha niente a che vedere con Gesù o la Madonna o dio: è una banale situazione "GIURIDICA" per cui parlare di schiavitù come la definisce lei non è altro che una fallacia del concetto che Lei ha della schiavitù.
    Continuo invano a sapere da Lei, che è un/una conoscente enciclopedica della versione della bibbia che Lei ritiene veritiera; mi faccia sapere in quale passo della bibbia dio, Gesù Cristo, condannino esplicitamente la schiavitù, come veniva considerata a quei tempi. Lei non può perché nella bibbia, fonte divina, non ne fa mai cenno.


  11. La ringrazio per la risposta evidentemente perfetta per la domando 3x8 fa 24?
     Forse Lei ha sbagliato versetto 'ché la domanda, mi sembra molto chiara. Scorra con più attenzione Il sacro libro.
    P.S.
    In altra Sua lettera definisce la schiavitù:

    situazioni di sfruttamento cui la vittima non può sottrarsi a causa di minacce, violenza, coercizione o abuso di potere”.

    Dall'enciclopedia Treccani invece scaturisce questa definizione

    schiavitù: Condizione propria di chi è giuridicamente considerato come proprietà privata e quindi privo di ogni diritto umano e completamente soggetto alla volontà e all’arbitrio del legittimo proprietario.

    L’art. 1 della Convenzione di Ginevra del 25 settembre 1926 (approvata in Italia con r.d. 26 aprile 1928, n.1723) definisce la “schiavitù” come «lo stato o la condizione di un individuo sul quale si esercitano gli attributi del diritto di proprietà o alcuni di essi».
     

    prima di scrivere cose inesatte sarebbe meglio che Lei riflettesse un poco e non si avventuri in definizioni errate, Ma continuo a chiederLe in quale passo della bibbia dio o Gesù Cristo condannano la schiavitù.


  12. Giovanni 10:9

    Io sono la porta; se uno entra per mezzo di me, sarà salvato; entrerà, uscirà e troverà pascolo.

    Gesù Cristo è colui che verrà sulla terra per sedere sul trono di Davide. 

    Che i credenti siano paragonati a pecore può piacere a lagraziaviva(?) ed a riferirsi al trono di Davide, lascia intravedere la preferenza al regno piuttosto che ad una repubblica, manifesta incongruenza tra la triste realtà di quei  tempi  alla un poco meno triste realtà dei nostri tempi - riguardo al  tipo di gestione alla cosa che dovrebbe essere pubblica -. Parlare di trono mostra la totale incoscienza dei tempi in cui oggi viviamo ed a riferirsi a tempi in cui il suo dio riteneva la schiavitù una cosa normale. In tutte le citazioni di lagraz.....
    non si fa mai accenno alla normale esternazione di dio nella  bibbia sulla schiavitù, che evidentemente è ritenuta una cosa normale nel sacro libro.
    Solo questo "piccolo particolare" ci dovrebbe far porre il libello in un cassetto degno di mangime per esseri ritenuti inferiori.


  13.  

    Presto Gesù Cristo verrà sulla terra

                  Iniziata da lagraziaviva, 3 aprile

    Aspetta e spera che la notte s'avvicina, ma se Lei avesse un minimo di coerenza e di logica, dalle storielle della bibbia sa che il mitico Gesù Cristo prevedeva la discesa di dio a breve termine, cosa che evidentemente non è avvenuto: per essere il figlioE_Contemporaneamente la stessa  essenza di dio e del fantomatico dello spirito santo, manifesta un totale fallimento, altro che figlio di dio!. Spirito santo - io penso al delizioso rosato del Salento -  la cui presenza è del tutto superflua essendo dio onnipotente - ma si sa, per combattere tutte le trinità che avevano proceduto quella a cui Lei fa riferimento non potevano i paoliani o chi come Lei crede in ciò viene "raccontato nel favolario detta bibbia.
    Che una qualsiasi persona fondi la sua esistenza su un libro scritto da persone che non sapevano che il sesso della prole è determinato dai maschi e non dalle femmine della specie e che crede che una vergine possa partorire e rimanere tale, mi lascia esterrefatto ed attonito: come si fa a credere alle favole scritte non dal suo ipotetico autore, dio, ma da uno dei tanti eredi temporali di Gesù  - circa 50 anni dopo dagli ipotetici avvenimenti  (i vangeli: perché quei 4 e non altri?  fra l'altro narranti di episodi per sentito dire e senza prove materiali) - da uno dei predicatori pullulanti ai suoi tempi  la cui ignoranza delle scoperte fatte dalla scienza odierna, ovviamente a loro ignote, avrebbero loro spinto a ricercare prova materiali e non concetti tramandati oralmente?.
    Si sa che se una decina di persone assiste ad un evento traumatico, darà 10 versioni dell'accaduto diverse e quindi prendere per vere avvenimenti accaduti una cinquantina circa di anni precedenti, senza prove provate, è pura
    i n g e n u i t à!
    Aspetta, aspetta!!!!!!!


  14. I massacri degli ebrei contro la popolazione civile palestinese

     

    IL MASSACRO DEL KING DAVID HOTEL

    L'esplosione in quest'albergo di Gerusalemme avvenne il 22 luglio 1946, prima della creazione dello stato d'Israele. Esso fu premeditato e portato a termine dalle bande terroristiche paramilitari ebraiche Irgun e Stern in accordo con l'Agenzia Ebraica ed il suo capo, Davide Ben Gurion. L'annuncio dell'imminente esplosione fu dato alle autorità mandatarie britanniche trenta minuti prima dell'imminente esplosione per cui l'albergo fu evacuato solo in parte. I morti ammontarono a 92, tra inglesi, arabi ed ebrei ed i feriti a 58. L'attentato fu un riuscito tentativo d'intimidazione contro la politica britannica di limitazione all'immigrazione ebraica in Palestina. L'albergo era usato dai britannici come quartier generale e la deflagrazione avvenne intorno a mezzogiorno, quando gli uffici erano pieni. Gli attentatori, *** da lattai, sistemarono l'esplosivo, trasportato in taniche di latte, negli scantinati dell'albergo e scapparono via.

     

    IL MASSACRO DI YEHIDA

    Il 13 dicembre del 1947, alcuni uomini del villaggio palestinese di Yehida sedevano ad un caffé locale, quando quattro automobili si fermarono presso di loro. Ne discesero alcuni uomini in divisa kaki, simili a militari britannici e, perciò non destarono sospetti nei palestinesi. I terroristi *** da soldati britannici cominciarono a lanciare granate sui civili ed a colpirli con armi da fuoco. Sette ne morirono subito, e molti altri restarono feriti.

     

    IL MASSACRO DI KHISASA

    Il 18 dicembre 1947, due autoblindo di terroristi dell'Hagana compirono un raid nel villaggio palestinese di Khisasa, alla frontiera siro-libanese, durante il quale 10 civili furono uccisi da colpi d'arma da fuoco e lancio di granate.

     

    IL MASSACRO DI QAZAZA

    Il 19 dicembre 1947, 5 bambini palestinesi restarono uccisi durante l'incursione di terroristi sionisti nel villaggio di Mukhtar.

     

    IL MASSACRO ALL'ALBERGO SEMIRAMIS

    L'Agenzia Ebraica intensificò la campagna di terrore contro gli arabi-palestinesi, allo scopo di far fuggire le popolazioni civili dalla Palestina e da Gerusalemme. Il 5 gennaio 1948 una bomba scoppiò all'albergo Semiramis, a Gerusalemme est, facendo 18 morti e 16 feriti palestinesi.Secondo documenti delle Nazioni Unite, il massacro fu compiuto da terroristi dell'Hagana, I quali posero bombe nel seminterrato dell'albergo e nei pressi dell'uscita.

     

    IL MASSACRO DI DEIR YASSIN

     

    Terroristi congiunti delle bande sioniste Tsel, Irgun e Hagana penetrarono nel villaggio arabo di Deir Yassin nella notte del 9 aprile 1948, con lo scopo di ottenere l'evacuazione della Palestina attraverso la minaccia del terrore. Nonostante i palestinesi combattessero per difendere le proprie case, nulla poterono contro i terroristi addestrati, equipaggiati e disposti a tutto. Dopo aver lanciato bombe incendiarie contro le case per forzare i palestinesi ad uscire, cominciarono a sparare a vista. Venticinque uomini tra I sopravvissuti furono legati e portati ad un "giro della vittoria" tra Judah Mahaina e Zakhrun Yousif, alla fine del quale furono uccisi a sangue freddo. Il giorno dopo un'unità dell'Hagana tornò al villaggio per scavare una fossa comune, in cui furono gettati 250 corpi. Molte delle donne furono violentate prima di essere uccise. Alla delegazione della Croce Rossa che chiese di entrare nel villaggio per costatare il massacro, fu accordato il permesso solo due giorni dopo. Nel frattempo, i Sionisti ebbero il tempo di seppellire il grosso dei cadaveri e di cambiare le indicazioni stradali, per confondere la rappresentativa della Croce Rossa. Questa, arrivata al villaggio, vi trovò 150 cadaveri smembrati di uomini, donne, bambini, vecchi. Il massacro, a detta degli autori, fu fatto per instillare il terrore tra le popolazioni civili palestinesi.


     

    IL MASSACRO DI NASSER ED-DIN

    Il 14 aprile 1948, un contingente di Lehi ed Irgun penetrò' nel villaggio palestinese di Nasser ed-Din *** da feddayn palestinesi. La gente che si riversò in strada per salutarli, fu freddata sul posto e molte case vennero date alle fiamme. Solo 40 persone sopravvissero.


    IL MASSACRO DI TANTURA

    Teddy Katz, uno storico israeliano, sostiene che questo fu uno dei peggiori massacri compiuti dalle truppe israeliane. Il 15 maggio 1948 Tantura, un villaggio palestinese presso Haifa, che contava 1500 abitanti, fu quasi completamente raso al suolo. 200 persone furono uccise, il resto della popolazione fu scacciato dalle proprie case ed al posto del villaggio fu creato il kibbutz Nahsholim ed un parcheggio per la vicina spiaggia.


    IL MASSACRO DI BEIT DARAS

    Dopo alcuni tentativi fatti per evacuare questo villaggio, il 21 maggio 1948 I sionisti mobilizzarono un grosso contingente e circondarono Beit Daras. Le donne e i bambini che cercarono scampo fuggendo furono massacrati, mentre le case del villaggio furono date alle fiamme.


    IL MASSACRO DELLA MOSCHEA DI DAHMASH

    L'11 luglio 1948 l'89° Battaglione israeliano guidato da Moshe Dayan occupò Lydda. Per vendicare l'uccisione di 7 soldati israeliani da parte dei combattenti palestinesi, I sionisti irruppero nella moschea di Dahmash, in cui si erano asserragliati I civili, per lo più donne, vecchi e bambini, e ne massacrarono 100, lasciando I corpi a decomporsi per 10 giorni. Il resto della popolazione di Lydda e di Ramle fu spinto verso il campo profughi di Ramallah. Molti profughi morirono di stenti, di sete e a causa del caldo lungo la strada.


    IL MASSACRO DI DAWAYMA

    IL 29 ottobre 1948, l'esercito israeliano massacrò' brutalmente circa 100 persone, attaccando questo villaggio arroccato sulle montagne presso Hebron. Fu uno dei massacri più cruenti della storia palestinese: molti bambini vennero uccisi a bastonate, le vecchie  rinchiuse in una casa e date alle fiamme, I vecchi riparatisi in moschea fatti bersaglio di colpi d'arma da fuoco.


    IL MASSACRO DI HOULA

    Il villaggio di Houla si trova nel Libano del sud, a pochi km dalla frontiera israeliana. In essa si trovava il quartier generale dei guerriglieri palestinesi, volontari arruolatisi per liberare la Palestina occupata. I militari israeliani attaccarono la cittadina per punire i suoi abitanti che supportavano la resistenza palestinese. Essi, *** da arabi penetrarono nel villaggio e cominciarono a sparare tutti i civili che erano andati loro incontro. Di 85 persone, solo tre sopravvissero. Israele occupò militarmente la cittadina, ne espulse gran parte degli abitanti (di 12.000 abitanti, ne restarono poco più di mille) che, tornati dopo l'armistizio nel 1949, trovarono orti e fattorie bruciati e case demolite.
    IL MASSACRO DI SALHA

    Nel 1948, dopo aver forzato la popolazione della cittadina ad asserragliarsi nella moschea, le forze d'occupazione ordinarono di mettersi con la faccia al muro e cominciarono a sparare finche' la moschea non si trasformò in un lago di sangue. 105 persone furono assassinate.


    IL MASSACRO DI SHARAFAT

    Il 7 febbraio 1951 I soldati israeliani attraversarono la linea d'armistizio ed entrarono in questo villaggio (5 km da Gerusalemme) e fecero saltare in aria la casa del sindaco e le case circostanti. 10 persone persero la vita: 2 vecchi, 3 donne e 5 bambini, mentre 8 furono gravemente ferite.


    IL MASSACRO DI QIBYA

    La notte del 14 ottobre 1953, 600 soldati appartenenti alla forza militare israeliana si mossero verso il villaggio e lo circondarono. L'attacco cominciò con fuoco d'artiglieria pesante e indiscriminato verso le case del villaggio. Precedentemente l'esercito aveva provveduto ad isolare Qibya minando le strade di collegamento con Shuqba, Badrus e Nàlin. Quest'odioso attacco terroristico si concluse con la distruzione di 56 case, la moschea del villaggio, la scuola e la cisterna dell'acqua. 67 cittadini persero la vita e molti restarono feriti. Il terrorista Ariel Sharon, comandante dell'unità 101, che condusse l'aggressione terroristica, disse: "Gli ordini erano chiari: Qibya doveva essere d'esempio a tutti".


    IL MASSACRO DI KAFR QASEM

    Il 29 ottobre 1956, alcune unità delle Guardie di Frontiera israeliane, in giro per il Triangolo di villaggi, giunti a Kafr Qasem, ingiunsero alla popolazione di restare in casa avendo ordinato che il coprifuoco cominciasse un'ora prima del solito. I 40 lavoratori che coltivavano i campi dei dintorni, giunti in ritardo in città, furono fatti allineare e sparati alla schiena a bruciapelo. Il governo israeliano, aiutato dalla stampa, fece tutto quanto era possibile affinche' la verità sulla strage restasse nascosta. Si parlò di errore e si cercarono i colpevoli, che furono identificati in Lt.Daham e nel Maggiore Melindi: questi, colpevoli dell'omicidio di 43 persone, furono condannati a pene miti, poi ridotte di un terzo, e, alla fine, nel settembre 1960, Daham ebbe l'incarico di Ufficiale per gli Affari Arabi al municipio di Ramle.


    IL MASSACRO DI KHAN YUNIS

    Il 3 novembre del 1956, le forze d'occupazione israeliane si macchiarono di un'altra orrenda strage nella cittadina di Khan Yunis e nell'adiacente campo profughi. L'esercito, con la scusa che la cittadina era abitata da elementi della resistenza, rase al suolo molte case e fece strage di civili disarmati. Una commissione investigativa dell'UNRWA contò 275 vittime, ma, qualche mese dopo, la scoperta di una fossa comune nei pressi della città portò alla luce I cadaveri di 40 palestinesi coi polsi legati e fori di proiettile alla nuca.


    IL MASSACRO DI GAZA

    La sera del 5 aprile 1956, le forze d'occupazione sioniste sferrarono un attacco con artiglieria pesante sul centro della città. 56 persone morirono immediatamente, e 106 restarono ferite. Di queste, altre 4 morirono poco dopo.


    IL MASSACRO DI SAMMOÙ

    Il 13 novembre 1966 le forze israeliane compirono un raid contro questo villaggio, distruggendo 125 case, la clinica e la scuola, e 15 case del circondario. 18 morti e 54 feriti.


    IL MASSACRO DI KAWNIN

    Il 15 ottobre 1975 un tank israeliano tamponò deliberatamente un bus con 16 persone a bordo, nel sud del Libano. Nessuno sopravvisse.


    IL MASSACRO DI HANIN

    Ancora una volta e' il sud del Libano ad essere teatro di attacchi terroristici israeliani. Dopo un assedio di due mesi, le forze d'occupazione penetrarono nel villaggio e massacrarono 20 civili.


    IL MASSACRO DI BINT JBEIL

    L'affollato mercato della cittadina libanese fu l'obiettivo delle bombe israeliane, il 21 ottobre 1976. 23 persone persero la vita, 30 restarono gravemente ferite.


    IL MASSACRO DI ABBASIEH

    Durante l'invasione israeliana del Libano del 1978, gli aeroplani da guerra sionisti distrussero la moschea della città, usata come rifugio da donne, bambini e vecchi. 80 persone furono trucidate.


    IL MASSACRO DI SAIDA

    Il 4 aprile 1981 il quartiere residenziale di Saida, in Libano, fu colpito dall'artiglieria israeliana, che uccise 20 civili, ne ferì 30 e distrusse molte case.


    IL MASSACRO DI FAKHANI

    Uno dei più orribili compiuti in Libano da Israele. IL 17 luglio 1981, aeroplani da guerra israeliani lanciarono bombe su questo quartiere residenziale densamente popolato. 150 furono i morti, 600 I feriti.


    IL MASSACRO DI SABRA E SHATILA

    Quest'orrendo massacro, compiuto nel settembre 1981, fu il risultato del tentativo estremo di estirpare la presenza palestinese in Libano, da parte israeliana. Esso fu preceduto da continui attacchi ai campi profughi libanesi, di cui il mondo seppe poco e fu compiuto dall'azione congiunta del Ministro della difesa israeliano, il terrorista Ariel Sharon ed il suo alleato libanese, Ilyas Haqiba. Il piano fu meticoloso: all'alba del 15 settembre, Israele circondò i due campi profughi di Sabra e Shatila, isolandoli completamente. Il compito di condurre fisicamente il massacro fu assegnato alle forze falangiste libanesi, alleate d'Israele, che iniziarono la carneficina nel pomeriggio del 16 settembre e continuarono per 36 ore. I palestinesi che cercarono scampo evadendo dal campo furono ricondotti al loro destino dalle forze israeliane, che illuminavano i campi, durante la notte del massacro, con le torce degli elicotteri. Il 18 settembre, il massacro era compiuto, e migliaia di palestinesi trovarono una morte orrenda. I giornalisti stranieri che riuscirono a penetrare nei campi si trovarono di fronte uno spettacolo agghiacciante. Cataste di cadaveri ammucchiati nelle strade e nelle case sventrate, e fuoriuscenti dalle fosse comuni scavate precipitosamente dai terroristi. Il numero dei morti non e' mai stato stabilito con esattezza, ma si può stabilire una cifra approssimativa di 1700-2500 vittime.

     

    Altri massacri furono perpetrati in Libano tra il 1984 e il 1986, come I massacri:

    di JIBSHIT,
    di SOHMOR,
    di
    SIR EL-GHARBIYA,
    di MAARAKA,
    di
    ZRARIYAH,
    di
    HOMIN AL-TAHTA,
    di
    JIBAA,
    di
    YOHMOR, e

    di TIRO. Quasi tutti condotti attraverso bombardamenti di civili attuati con elicotteri ed aerei da guerra.

     

    I MASSACRI NEI CAMPI PROFUGHI PALESTINESI

     

    AL-NAHER AL-BARED: nel dicembre 1986, aeroplani da guerra israeliani compirono un raid contro questo campo, uccidendo 20 rifugiati e ferendone 22.


    AYN EL-HILWEH: nel settembre 1987, jet da guerra israeliani lanciarono un'offensiva contro il campo profughi, uccidendo 31 persone e ferendone 41. Altri 34 civili furono deliberatamente uccisi mentre evacuavano il campo.


    IL MASSACRO DI OYON QARA

    Il 20 maggio 1990, soldati israeliani aprirono il fuoco su un gruppo di lavoratori palestinesi, uccidendone sette. Durante la successiva manifestazione di lutto, ne furono uccisi altri 13.


    IL MASSACRO DELLA MOSCHEA DELL' AQSA

    L'8 ottobre 1990, fu compiuto uno dei peggiori massacri della storia di Gerusalemme; qualche giorno prima della strage un gruppo di fanatici ebrei ortodossi progettarono una marcia sulla spianata delle Moschee di Gerusalemme per sistemare la pietra miliare del "Terzo Tempio" che di li' a poco avrebbero costruito. Alla marcia parteciparono circa 200.000 israeliani scortati dall'esercito, mentre le forze d'occupazione sbarravano le vie d'accesso alla città. Inoltre chiusero le porte d'ingresso della moschea, in cui migliaia di palestinesi erano giunte per resistere alla prepotenza degli occupanti. Allorche' I fedeli musulmani si opposero e tentarono d'impedire la sistemazione della pietra nella spianata delle Moschee, le forze d'occupazione iniziarono il massacro, usando tutte le armi che avevano a disposizione, compreso il micidiale gas nervino. I coloni ebrei che partecipavano alla marcia parteciparono al massacro, che vide la morte di 23 palestinesi e il ferimento di altri 850. La commissione d'inchiesta-farsa creata dal terrorista Yitzaq Shamir, allora primo ministro, per indagare sulle responsabilità del massacro, ed affidata a Tùfi Zamir, ex capo del Mossad, stabilì che: "la responsabilità dell'escalation di violenza è imputabile alle migliaia di musulmani estremisti, che hanno attaccato il luogo santo ebraico".


    IL MASSACRO DI HEBRON

    Mentre i fedeli musulmani erano inginocchiati in preghiera nella moschea di Abramo ad Hebron, venerdì 25 febbraio 1994, furono colpiti da centinaia di pallottole provenienti da ogni parte. Già dal giorno prima, coloni ebrei appostati nei dintorni della moschea cercavano di impedirne l'accesso ai fedeli indirizzando spari in direzione della moschea. Il giorno del massacro, un colono terrorista ebraico, Baruch Goldstein, seguace della setta ultrarazzista del rabbino Meir Kahane, armato di fucile automatico, penetrò nella moschea mentre i fedeli eseguivano la preghiera del tramonto e cominciò a sparare all'impazzata. Era accompagnato da almeno altri due coloni, pure armati, e spalleggiato dall'esercito che sostava poco distante dalla moschea. Mohammed Suleyman Abu Salih, custode della moschea, affermò: "Il terrorista cercò di uccidere quante più persone poteva. I corpi delle vittime giacevano ovunque, ed i tappeti erano coperti di sangue. I soldati israeliani non intervennero affatto per fermare il massacro, anzi, cercarono anche di rallentare l'accesso delle autoambulanze". Il terrorista Goldstein fu ucciso sul posto, ma prima aveva avuto il tempo di uccidere 24 palestinesi e di ferirne gravemente almeno 100. La tomba del terrorista Goldstein è tuttora meta di pellegrinaggio da parte di coloni fanatici appartenenti alla sua setta.


    IL MASSACRO DI JABALYA

    Il 28 marzo 1994, alcuni soldati israeliani aprirono il fuoco su alcuni giovani palestinesi, uccidendone 6 e ferendone 49.


    IL MASSACRO DEL CHECKPOINT DI ERETZ

    Il 17 luglio 1994, 11 palestinesi furono colpiti a morte e 200 furono feriti al valico di Heretz dall'azione congiunta di carri armati e coloni armati israeliani. La strage provocò incidenti a catena in tutta la Cisgiordania e Gaza, durante I quali altri due palestinesi furono uccisi.


    MASSACRO DI DEIR AL-ZAHRANI

    Il 5 agosto 1994, aeroplani da guerra israeliani bombardarono un palazzo a due piani nella cittadina libanese. 8 morti, 17 feriti.


    MASSACRO DI NABATIYEH

    Elicotteri da guerra israeliani colpirono un pullman scolastico pieno di bambini, il 21 marzo 1994. Quattro bambini restarono uccisi e 10 feriti


    IL MASSACRO DI MNSURIAH

    Il 13 aprile 1996, un elicottero da guerra israeliano apri' il fuoco contro una Volvo station Wagon equipaggiata come autoambulanza, uccidendo due donne e quattro ragazze. Alcuni fotografi presenti alla scena filmarono il massacro, ed i soldati delle N.U. giunti immediatamente sul posto, verificarono che a bordo del veicolo non c'erano armi ne' alcuno dei passeggeri era membro del partito libanese degli Hezbollah.


    IL SECONDO MASSACRO DI NABATIYEH

    Il 18 aprile 1998, elicotteri da guerra israeliani aprirono il fuoco contro una casa nella cittadina libanese, sterminando una famiglia di otto persone: una madre e i suoi otto figli, l'ultimo dei quali di appena quattro giorni.


    IL MASSACRO DI QANA

    Il progetto sionista di pulizia etnica condotto da Israele contro I palestinesi dei territori occupati, si estese anche a quelli residenti nel Libano del sud. Il 18 aprile 1996, elicotteri da Guerra bombardarono un rifugio in cui avevano cercato scampo centinaia di civili palestinesi e libanesi, in gran parte donne, vecchi e bambini.

    L'attacco causò la morte di 109 persone ed il ferimento di altri 116. le investigazioni internazionali dimostrarono che Israele aveva deliberatamente colpito il rifugio. La responsabilità della strage fu addebitata a Shimon Peres.


    IL MASSACRO DI TRQUMIA

    Il 10 marzo 1998, nella Cisgiordania occupata, soldati israeliani aprirono il fuoco contro un pullman carico di lavoratori palestinesi che oltrepassava il valico di Heretz per recarsi a Tel Aviv. I testimoni della strage affermarono che "i soldati avevano sparato indiscriminatamente, per uccidere". Nell'"incidente", come fu definita la strage dal ministro della Difesa israeliano Mordechai, furono uccisi tre palestinesi e molti furono feriti.


    IL MASSACRO DI JANTA

    Gli elicotteri da guerra israeliani presero di mira, questa volta, una madre libanese ed i suoi sei figli, che morirono nel selvaggio attacco alla periferia di Janta, il 22 dicembre 1998.


    IL MASSACRO DEL 24 GIUGNO 1999

    Il bombardamento di una palazzina a Beirut provoca la morte di 8 persone ed il ferimento di altre 84.


    IL MASSACRO DELLA BEKAA

    Il 29 dicembre 1999, elicotteri israeliani lanciarono bombe contro un gruppo di bambini che celebravano la festività dell'"eid". Otto bambini restarono uccisi e 11 feriti.

     

    Questi sono i più tristemente famosi massacri compiuti dalle forze d'occupazione sioniste in Palestina e nel sud del Libano fino al 1999. Se a questi sono aggiunti tutti i raids compiuti dall'aviazione israeliana nel Libano (circa 25.000 morti) ed i massacri delle due rivolte popolari palestinesi (l'intifada del 1987 e quella del 2000), il panorama del tributo di sangue pagato da palestinesi e libanesi per il raggiungimento della libertà diventa ancora più impressionante. La nostra memoria va a tutti questi uomini, donne, bambini, caduti per mano di una violenza omicida di stampo nazista che nessuno può osare definire "difesa della patria".

    P.S. Gli ebrei, vittime dei nazisti, hanno imparato la lezione e da vittime sono diventati carnefici e continuano ad espellere i palestinesi anche da case da loro abitate da secoli - è questa la scintilla che ha dato ad Hamas il pretesto del lancio dei razzi sulle abitazioni degli occupanti ebrei della Palestina. Ma tanto a loro è permesso tutto, anche ad ignorare tutte le deliberazioni del ONU, al contrario di altri stati come l'IRAN e la RUSSIA.


  15. Qui di seguito viene riportato un sunto di un articolo di uno storico EBREO DOMINIQUE VIDAL. Si fa notare che è impossibile acquistare l'intero libro perché le case editrici italiane lo censurano. In alternativa si può acquistare (19€) "La pulizia etnica della Palestina" scritto da un altro storico EBREO ILIAN PAPPE, oppure un altro libro scritto da PAPPE unitamente al celebre linguista EBREO NOAM CHOMSKY dal titolo "Ultima fermata Gaza" (16,80€)

     

    Palestina 1948: l'espulsione (*)

    Dominique Vidal (**)

    Presentazione

    Questo testo di Dominique Vidal è la trascrizione di una relazione tenuta a Parigi nel 2003. I temi affrontati sono determinanti per comprendere fino in fondo le origini e l'evoluzione del conflitto dalle origini fino ad oggi. Ricostruendo i punti di partenza delle posizioni dei «nuovi storici» israeliani, Vidal ci offre un quadro chiaro di cosa fu l'espulsione dei palestinesi tra il 1947-49 e come questo evento, che la storiografia «ufficiale» israeliana ha tentato di cancellare, sia in effetti alla base anche delle contraddizioni interne alla società israeliana.

    «La guerra d'indipendenza del 1948 non è finita». Che significa questa frase che Ariel Sharon ripete sistematicamente dalla sua prima elezione a primo ministro di Israele, nel febbraio 2001? Quale che sia l'interpretazione che si dà, essa fa emergere in ogni caso tutta l'attualità del lavoro di quelli che vengono definiti i «nuovi storici-intellettuali» israeliani che hanno svelato ai loro concittadini ciò che è veramente accaduto nel 1948. Tra il Piano di spartizione adottato dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite il 29 novembre 1947 e gli armistizi del 1949 seguiti alla prima guerra israelo-araba, diverse centinaia di migliaia di palestinesi hanno dovuto abbandonare le loro case.

    Per gli storici palestinesi e arabi si tratta di un'espulsione. La maggior parte dei circa settecentomila o novecentomila profughi sono stati costretti alla fuga, nel corso degli scontri ebraico-palestinesi e successivamente durante la guerra israelo-araba, nel quadro di un piano politico-militare costellato da numerosi massacri (1).

    Una nuova storia

    Secondo la storiografia israeliana tradizionale, invece, i profughi - al massimo cinquecentomila - sono partiti volontariamente, rispondendo agli appelli dei dirigenti arabi che promettevano loro un ritorno in tempi brevi dopo la vittoria. Non solo i responsabili ebrei non avrebbero pianificato l'allontanamento, ma i rari massacri da rimproverare - in primo luogo quello di Deir Yassin, il 9 aprile 1948 - sarebbero stati opera da gruppi estremistici affiliati all'Irgun di Menahem Begin e al Lehi di Itzhak Shamir.

    Fin dagli anni '50, alcune personalità israeliane, isolate, contestavano questa tesi. Dalla seconda metà degli anni '80, queste si sono aggiunte alle critiche di un certo numero di giornalisti e ricercatori: Simha Faplan, Tom Segev, Avi Shlaim, Ilan Pappe e soprattutto Benny Morris, che, con The Birth of the Palestinian Refugee Problem (2) , ha «fondato» la nuova storia (3).

    Prima di affrontare le tesi dei «nuovi storici» riguardo all'esodo palestinese e di ricordarne alcuni limiti, è importante comprendere l'origine dei loro lavori. Infatti, si sono intrecciati due fenomeni che li hanno stimolati. Il primo è sicuramente l'apertura, trenta anni dopo gli eventi, degli archivi israeliani, pubblici e privati, che riguardavano quel periodo: i ricercatori vi hanno trovato l'essenziale delle loro fonti. Questo si è rivelato essere contemporaneamente la loro forza e la loro debolezza: essi sembrano ignorare quasi del tutto gli archivi degli Stati arabi, in verità poco accessibili, come anche la memoria orale dei palestinesi, che, purtroppo, pochi storici, anche arabi, si sono dati pena di raccogliere. Come osserva, giustamente, lo storico palestinese Nur Masalha:

    La storia e la storiografia non dovrebbero essere necessariamente scritte, esclusivamente o essenzialmente, dai vincitori (4).

    Ma l'immergersi negli archivi senza dubbio non sarebbe stato cosi fruttuoso se i dieci anni successivi non fossero stati segnati dalla guerra del Libano e l'inizio della Prima Intifada, che accentuarono, nello stesso Israele, il divario tra il campo nazionalistico e il campo della pace. In breve, i «nuovi storici» riscrissero la storia delle origini del problema palestinese mentre questo tornava in primo piano e richiedeva nuove soluzioni - il 15 novembre 1988, il Consiglio Nazionale Palestinese, contemporaneamente, proclamava lo Stato palestinese, riconosceva lo Stato di Israele e condannava il terrorismo.

    In un articolo della Revue d'études palestiniennes (5), uno dei pionieri di questa «nuova storia», Ilan Pappe poneva l'accento sul ruolo del dialogo israelo-palestinese avviato all'epoca:

    essenzialmente portato avanti, precisava, sotto la guida di accademici. Per quanto potesse essere sorprendente, grazie a questo dialogo la maggior parte dei ricercatori israeliani lavorava sulla storia del loro Paese e coloro che non erano in contatto con i gruppi più radicali presero coscienza della versione storica dei loro colleghi palestinesi. Un buon numero tra questi si accorsero, in occasione di questo incontro, del reale valore dei lavori universitari fin lì considerati come pura propaganda. Sono stati rivelati alcuni capitoli spiacevoli, e anche scioccanti, della storia israeliana. Ma, più di tutto, i ricercatori israeliani presero coscienza della contraddizione fondamentale tra le ambizioni nazionali sioniste e la loro realizzazione a spese della popolazione indigena della Palestina (6).

    Ancora una precisazione: in La nouvelle judéophobie (7), Pierre- André Taguieff afferma:

    I «nuovi storici» di cui parlo nel mio libro sarebbero tutti intellettuali di estrema sinistra. È ridicolo. Il solo che possa essere «etichettato» in questo modo è Ilan Pappe, che non nasconde le sue simpatie per il Partito comunista israeliano. Ma non ve ne sono altri. Pioniere di questa corrente, Benny Morris, che ha sempre dichiarato le sue convinzioni sioniste, è per altro, in questi ultimi anni tornato ad essere «kasher» agli occhi dell'establishment: se non ha rinnegato i suoi lavori storici è molto evoluto politicamente, fino ad arrivare a sostenere Ariel Sharon e a pronunciarsi esplicitamente per un nuovo «transfert» (8)...

    Davide contro Golia?

    Curiosamente, fino al 1998, nessuna opera dei «nuovi storici» sulla guerra del 1948 - le prime erano apparse da dodici anni - non avevano avuto la fortuna di essere gradite agli editori francesi. Per questa ragione ho deciso con il mio collega Joseph Algazy, giornalista del quotidiano Haaretz, di rimediare a questa «dimenticanza». Sintetizzare in pochi minuti degli anni di ricerche storiche è un'impresa rischiosa. Diciamo, per limitarci all'essenziale, che questi storici mettono in particolare in discussione tre grandi tesi.

    La prima è la minaccia mortale che avrebbe pesato, all'epoca, su Israele. Contrariamente all'immagine di un fragile Stato ebraico appena nato e già costretto a confrontarsi con i temibili eserciti del potente mondo arabo, i «nuovi storici» dimostrano la crescente superiorità delle forze israeliane (in effettivi, armamenti, addestramento, coordinamento, motivazione...) con la sola eccezione del breve periodo che va dal 15 maggio all'11 giugno 1948. Ma c'è di più. All'epoca Israele disponeva della carta migliore, analizzata da Avi Shlaim in Collusion across the Jordan (9): il tacito accordo raggiunto il 17 novembre 1947 (dodici giorni prima del piano di spartizione delle Nazioni Unite) da Golda Meir con il re Abdallah di Transgiordania. La Legione, il solo esercito arabo degno di questo nome, si impegnava a non varcare le frontiere del territorio assegnato allo Stato ebraico in cambio della possibilità di annettere quello previsto per lo Stato arabo.

    Rafforzato, fin dal febbraio 1948, dal via libero esplicito del segretario del Foreign Office, Ernest Bevin, questo piano sarà effettivamente messo in atto. Come l'Alto comitato arabo (palestinese) e tutti gli Stati arabi, la Transgiordania ha rifiutato il piano di spartizione dell'ONU. Benché la Legione araba partecipasse alla guerra fin dal 15 maggio 1948, essa non penetrò mai in territorio israeliano e mai assunse l'iniziativa di uno scontro decisivo - salvo a Gerusalemme, che non era «attribuita» dalle Nazioni Unite allo Stato arabo, ma cui era stato attribuito uno statuto internazionale. D'altronde, lo schema del 17 novembre 1947, alla fine delle ostilità, verrà sostituito puramente e semplicemente con il piano di spartizione del 29: la Giordania occuperà e annetterà la parte araba della Palestina, a eccezione delle zone conquistate da Israele (cosa che ha aumentato la sua superficie di un terzo) e della striscia di Gaza occupata dall'Egitto...

    La seconda tesi contestata riguarda la volontà di pace che avrebbe manifestato Israele all'indomani della guerra. Organizzata dalla Commissione di conciliazione sulla Palestina delle Nazioni Unite, la conferenza di Losanna è stata studiata in particolare da Avi Shlaim, nel suo testo già citato e da Ilan Pappe, nel libro The Making of the Arab- Israeli Conflict (10). Le loro conclusioni contraddicono largamente la tesi tradizionale.

    Gli archivi dimostrano che, in una prima fase, Israele diede prova di apertura: il 12 maggio 1949, la sua delegazione e quella degli Stati arabi ratificarono un protocollo che riaffermava sia il piano di spartizione delle Nazioni Unite, sia il diritto al ritorno dei profughi. Ma, quello stesso 12 maggio 1949, lo Stato ebraico fu ammesso all'ONU e da quel momento, confiderà Walter Eytan, condirettore generale del ministero israeliano degli affari esteri:

    il mio principale obiettivo era quello di cominciare a danneggiare il protocollo del 12 maggio, che eravamo stati costretti a firmare nel quadro della nostra battaglia per essere ammessi alle Nazioni Unite (11).

    Di fatto, Losanna finirà in una impasse... Elias Sasson, il capo della delegazione israeliana, ammetterà:

    Il fattore che blocca, oggi è Israele. A causa della sua attuale posizione e delle sue richieste, Israele rende la seconda parte della Palestina inutilizzabile per qualsiasi genere di progetto, salvo una sua annessione da parte di uno degli Stati vicini, in questo caso la Transgiordania (12).

    Nessun appello alla fuga

    Particolarmente significativa è la maniera con cui David Ben Gurion rifiutò l'offerta sorprendente del nuovo presidente siriano, Husni Zaim, che proponeva non solo di fare la pace ma anche di accogliere da duecentomila a trecentomila profughi palestinesi. Il tempo che Tel Aviv prendesse coscienza dell'interesse del consiglio ed è troppo tardi: Zaim è rovesciato da un colpo di Stato militare...

    Ma il mito contestato più seriamente riguarda l'esodo dei palestinesi. Riassumiamo. Benny Morris lo dimostra, gli archivi confutano formalmente la tesi degli appelli arabi alla fuga.

    Non esiste alcuna prova che attesti, scrive, che gli Stati arabi e l'Alto Comitato arabo (HCA, palestinese) auspicassero un esodo di massa o che abbiano diffuso una direttiva o appelli che invitavano i palestinesi ad abbandonare le loro case (anche se, in certe zone, gli abitanti di alcuni villaggi specifici ricevettero dai comandanti arabi o dall'HCA l'ordine di partenza, essenzialmente per ragioni strategiche) (13).

    Riguardo i famosi appelli che sarebbero stati diffusi dalle radio arabe, dopo lo studio dei loro programmi registrati dalla BBC si sa che si tratta di invenzioni pure e semplici (14). Certo, nelle settimane successive al piano di spartizione, vi furono tra le settantamila e le ottantamila partenze volontarie, in gran parte ricchi proprietari terrieri e membri della borghesia urbana. Ma dopo? Il primo bilancio redatto dai Servizi segreti della Haganah, datato 30 giugno 1948, stima tra trecentottantamila e undicimila i palestinesi che avevano già lasciato il territorio allora già nelle mani di Israele. «Almeno il 55% del totale dell'esodo è stato causato dalle nostre operazioni», scrivono gli esperti, che aggiungono a queste le operazioni dei dissidenti dell'Irgun (15) e del Lehi (16) «che hanno causato direttamente circa il 15% dell'emigrazione» e gli effetti della guerra psicologica fatta dalla Haganah: in questo modo si arriva al 73% delle partenze causate direttamente da Israele. Nel 22% dei casi, questo rapporto chiama in causa le «paure» e la «crisi di fiducia» diffuse tra la popolazione palestinese. Quanto agli appelli arabi locali alla fuga, rientrano nel conto solo nel 5% dei casi...

    Dalla ripresa dei combattimenti, nel luglio 1948, la volontà di espulsione è fuori di dubbio. Un simbolo: l'operazione di Lydda e Ramleh, il 12 luglio 1948. «Espelleteli!» disse David Ben Gurion a Yigal Allon e Yitzhak Rabin. Di fatto, la violenta repressione (250 morti) fu seguita dall'evacuazione forzata, accompagnata da esecuzioni sommarie, di circa settantamila civili palestinesi - ossia, circa il 10% dell'esodo totale tra il 1947 e il 1949! Degli scenari simili si verificheranno fino alla fine del 1948 nel Nord (Galilea) e al sud (la pianura costiera e il Negev)...

    A questi palestinesi espulsi, contemporaneamente vengono confiscati i beni, grazie alla legge sulle «proprietà abbandonate», votata nel dicembre '48. Israele in questo modo metterà le mani su settantamila abitazioni negli edifici abbandonati, settemila e cento negozi, laboratori, depositi di magazzini, cinque milioni di lire palestinesi depositati su conti bancari e - soprattutto - trecentomila ettari di terre (17). In totale, oltre quattrocento città e villaggi arabi spariranno o diventeranno ebraici.

    In, 1948 and After, Benny Morris torna più ampiamente sul ruolo svolto da Yosef Weitz, all'epoca direttore del dipartimento fondiario del Fondo nazionale ebraico (18). Nel suo diario, il 20 dicembre 1940, questo militante sionista, dalle convinzioni precise, ammetteva senza giri di parole:

    Deve essere chiaro che non c'è posto per due popoli n questo Paese [...] e l'unica soluzione è la Terra di Israele senza arabi. [...] Non esiste altro modo che trasferire gli arabi verso i Paesi vicini [...]. Non un villaggio deve rimanere, non una tribù beduina.

    Questo programma radicale, sette anni più tardi, lo stesso Yosef Weitz lo potrà realizzare. Fin dall'aprile 1948, ottenne la creazione di «un organismo che dirigesse la guerra con lo scopo dello sradicamento di quanti più possibile arabi». Ufficioso fino a giugno, ufficiale successivamente, il «Comitato del trasferimento» supervisionava la distruzione dei villaggi arabi abbandonati o il loro ripopolamento con nuovi immigrati ebrei.

    Perché assolvere Ben Gurion?

    Ancora un aspetto che, con l'azione di oggi dei coloni in Cisgiordania, ha una certa similitudine: i raccolti, sui quali Benny Morris torna dettagliatamente in 1948 and After (19). Fin dall'inizio, dimostra lo storico, venne ordinato agli agricoltori ebrei di riprendere la coltivazione delle terre appartenenti ai profughi. Ne segue un altro, in giugno: i soldati israeliani erano autorizzati sparare sui palestinesi che tentavano di tornare alle loro terre per la mietitura. Simbolicamente e materialmente era compito di Israele immagazzinare il prodotto delle semine palestinesi. Peggio: se gli israeliani non ne avevano i mezzi, le colture dovevano essere distrutte! Conclusione di Benny Morris:

    [...] la mietitura dei campi arabi all'inizio dell'estate 1948 divenne così una tappa di importanza capitale nel processo di acquisizione da parte degli ebrei e dell'espropriazione delle terre arabo-palestinesi abbandonate.

    In breve, quando David Ben Gurion, il 16 giugno 1948, dichiarò al Consiglio dei ministri di aver voluto evitare «ad ogni costo» il ritorno dei profughi, non si trattava di una frase campata in aria, ma di un programma politico molto concreto...

    Ma il dibattito più vivace è sulla natura della politica araba dello Yishuv e delle sue forze armate nei primi sei mesi del 1948. Nel suo primo libro, Benny Morris si attiene ad una tesi «centrista»: «il problema palestinese è nato dalla guerra e non da un'intenzione, ebraica o araba» (20). Egli ha modificato questo giudizio nel suo secondo libro, 1948 and After, definendo il transfert (21) come:

    un processo cumulativo, dalle cause intricate, ma [con] un detonatore principale, un colpo di grazia, sotto forma di assalto della Haganah, dell'Irgun o delle Forze di difesa di Israele in ogni località (22).

    Benny Morris, contemporaneamente, rifiuta la tesi araba dell'esistenza di un piano di espulsione e tende ad assolvere David Ben Gurion. Facendo ciò, tuttavia, egli contraddice numerosi elementi che egli stesso riporta.

    Benny Morris, infatti, sottolinea l'impegno preso da lungo tempo da Ben Gurion a favore del progetto di «transfert» (suggerito, nel 1937, dalla Commissione britannica Peel). Ci insegna, per di più, archivi alla mano, che i testi del movimento sionista come i diari dei suoi dirigenti sono stati corretti per cancellare ogni allusione a questo «transfert». Benny Morris descrive sempre Ben Gurion che ha il pugno di ferro nell'espulsione degli arabi e nella confisca dei loro beni e insiste anche su quello che definisce il «fattore atrocità». Lo storico dimostra, infatti, che, lungi dal rappresentare un «abuso» estremistico, il massacro di Deir Yassin è stato preceduto e seguito da numerosi altri massacri commessi dalla Haganah, poi da Tsahal (23), dalla fine del 1947 alla fine del 1948.

    Nel libro collettivo La guerre en Palestine (24), che è appena apparso in francese, Benny Morris cita gli archivi recentemente resi accessibili:

    i nuovi documenti hanno rivelato delle atrocità che non conoscevo quando scrissi The Birth. [...] Queste atrocità sono importanti per chi vuole capire perché le diverse fasi dell'esodo palestinese si sono susseguite velocemente.

    Trattandosi del piano Dalet, messo in atto a partire dalla fine del marzo 1948, Benny Morris esita. A pagina 62 di The Birth, stima che «il piano D non era un piano politico di espulsione degli arabi di Palestina». Ma a pagina 64 scrive:

    A partire dall'inizio di aprile, vi sono chiare tracce di una politica di espulsione sia a livello nazionale che locale riguardo alcuni distretti e località strategiche.

    Tuttavia, nel suo contributo a La guerre de Palestine, Benny Morris si spinge ben oltre:

    non vi è dubbio, la cristallizzazione del consenso a favore del transfert presso i dirigenti sionisti ha consentito di preparare l'accelerazione dell'esodo palestinese nel 1948. Nello stesso modo, una parte ancora più importante di questo esodo è stata provocata da atti e ordini di espulsione espliciti provenienti dalle truppe israeliane, più di quanto non fosse indicato in The Birth (25).

    Il fatto che gli archivi non abbiano svelato una direttiva globale di espulsione non è sufficiente a negare il fenomeno e le responsabilità della direzione dello Yishuv (26). Ancora bisogna sottolineare che la direzione dello Yishuv si è basata su un consenso estremamente solido all'interno dell'apparato politico e militare dello stesso Yishuv.

    Riassumiamo: meno di tre anni dopo della liberazione dei campi di sterminio, l'immensa maggioranza degli ebrei di Palestina consideravano necessario proseguire la lotta per la sopravvivenza.

    Tanto più che essi percepivano il rifiuto arabo alla spartizione come una nuova minaccia per la propria esistenza e ignoravano il carattere favorevole dei rapporti di forza. Non dimentichiamolo: circa un combattente ebreo su due era, all'epoca, un sopravvissuto alla Shoah. Dopo una fase difensiva, passeranno quindi senza patemi d'animo all'offensiva, per raggiungere l'obiettivo che da lungo tempo, salvo che per i binazionalisti (27), era quello centrale del movimento sionista: uno Stato ebraico più grande ed omogeneo possibile.

    Come scrive Benny Morris:

    Ben Gurion voleva chiaramente che meno arabi possibile vivessero nello Stato ebraico. Sperava di vederli partire. Lo ha detto ai suoi colleghi e assistenti durante alcune riunioni in agosto, settembre e ottobre. Ma [...] Ben Gurion si è sempre astenuto dall'emettere ordini di espulsioni chiari o scritti; preferiva che i suoi generali "capissero" ciò che desiderava vederli fare. Voleva evitare di essere abbassato dalla storia al rango di «grande espulsore» e non voleva che il governo israeliano fosse implicato in una politica moralmente discutibile (28).

    La realtà dell'Olocausto

    Un'ultima cosa a proposito dell'attuale posta in gioco di questo dibattito storico. La postfazione scritta dal mio collega Joseph Algazy chiarisce, credo, l'inserimento dei «nuovi storici» in un movimento che va ben al di là: la ricerca di ciò che si definisce «post-sionismo». Per riassumere, Israele deve restare fedele al sionismo tradizionale, e in particolare rimanere vincolato a uno Stato ebraico? O deve dotarsi di una nuova identità e in primo luogo diventare lo Stato di tutti i suoi cittadini? È inutile sottolineare quanto questa battaglia sia inseparabile da quella che contrappone il campo della pace e il campo nazionalistico...

    Ma la conoscenza e il riconoscimento di questa doppia nascita - quella di Israele e quella del problema dei profughi palestinesi - è al centro dell'eventuale riconciliazione tra i popoli. La pace tra questi passa, secondo me, evidentemente attraverso la creazione di uno Stato palestinese sovrano. Ma la riconciliazione esige molto di più: che tutte le parti in conflitto assumano la propria storia.

    L'articolo che Edward Said ha pubblicato nell'agosto 1998, in Le monde diplomatique, merita, da questo punto di vista, di essere riletto con la più grande attenzione. In questa risposta ai suoi amici arabi affascinati da Roger Garaudy (29), il grande intellettuale palestinese, in particolare, scrive:

    La tesi secondo la quale l'Olocausto sarebbe solo un'invenzione dei sionisti circola qua e là in modo inaccettabile. Come possiamo aspettarci che il mondo intero prenda coscienza delle nostre sofferenze in quanto arabi se non siamo in grado di prendere coscienza di quelle degli altri, anche se si tratta dei nostri oppressori e si ci riveleremo incapaci di avere a che fare con i fatti quando questi disturbano la visione semplicistica di intellettuali «benpensanti» che rifiutano di vedere il rapporto che esiste tra l'Olocausto e Israele?

    Dire che noi dobbiamo prendere coscienza della realtà dell'Olocausto - prosegue Said - non significa assolutamente accettare l'idea secondo cui l'Olocausto assolve il sionismo dal male fatto ai palestinesi. Al contrario, riconoscere la storia dell'Olocausto e la follia del genocidio contro il popolo ebraico ci rende credibili per ciò che riguarda la nostra storia; ciò ci permette di chiedere agli israeliani e agli ebrei di stabilire un rapporto tra l'Olocausto e le ingiustizie imposte ai palestinesi! (30)

    Resta da precisare fino a che punto i lavori dei «nuovi storici» sono penetrati nella loro società. In un primo momento, le loro rivelazioni hanno scioccato molti loro concittadini. Per forza: non è una pagina di storia tra le altre che ha contribuito a ristabilire la verità. No, ciò che è stato messo a nudo è puramente e semplicemente il «peccato originale» di Israele - per riprendere l'accusa lanciata dallo storico «ortodosso» Shabtai Teveth contro Benny Morris. Il diritto dei sopravvissuti al genocidio hitleriano a vivere in sicurezza in uno Stato doveva escludere quello delle figlie e dei figli di Palestina a vivere, anch'essi, in pace nel loro Stato? La risposta a questa domanda riguarda, sicuramente, il passato, ma anche il presente. Poiché l'ingiustizia non può essere riparata che realizzando, con mezzo secolo di ritardo, il diritto dei palestinesi a uno patria.

    Più che le discussioni tra specialisti, ciò che era in gioco spiega perché la risposta si organizza, fin dagli inizi degli anni '80. Non appena i primi articoli di Benny Morris appaiono, suscitano una polemica, che non cesserà. All'origine di queste violente critiche, troviamo dei «vecchi storici» che si collocano nel campo delle posizioni dell'epoca e si aggrappano al carattere sedicente volontario dell'esilio dei palestinesi, negando ogni responsabilità dei dirigenti dello Yishuv, poi di Israele. Questa o quella versione ortodossa sarà difesa, a diversi livelli, da Shabtai Teveth, ma anche da specialisti più giovani, come Anita Shapira, Avraham Sela, Itamar Rabinovich o Efraim Karsh. Parallelamente a questo dibattito intellettuale, i colpi non mancano. A Benny Morris le sue opere costeranno la perdita del suo posto di giornalista al Jerusalem Post. Gli ci vorranno dodici anni per ottenere una cattedra universitaria, presso l'università David Ben Gurion di Beersheva. Ma i discendenti del padre fondatore esigeranno - in vano - dal rettore della suddetta università di licenziare Benny Morris o cambiare il nome della sua università! L'interessato, si è visto, poi è cambiato... Nel frattempo, lo scontro intorno alle tesi dei «nuovi storici» ha assunto un carattere pubblico. Dopo essere stato relegato nelle pubblicazioni specializzate, molto spesso poco diffuse, il dibattito ha guadagnato i giornali, in particolare il quotidiano Haaretz. Alimentato dalla pubblicazione di numerosi libri -- all'epoca in inglese - è necessario sottolinearlo: le prime traduzioni in ebraico appaiono solo agli inizi degli anni '90.

    In occasione del cinquantesimo anniversario dello Stato di Israele, nell'aprile e nel maggio 1988, si arriva all'apogeo: anche l'ultra conformistica serie televisiva Tekuma (Rinascita), dedicata alla storia di Israele, fa un breve cenno, nella puntata dedicata al 1948, all'espulsione da parte di Israele di civili palestinesi - con immagini inedite che colpiranno evidentemente le sue centinaia di migliaia di telespettatori...

    Ormai, le tesi dei «nuovi storici», se restano senza dubbio minoritarie, sono imprescindibili: impossibile ignorarle. Lo dimostra il nuovo manuale di storia di Eyal Nave, pubblicato all'inizio dell'anno scolastico del 1999. Pur conservando, per l'essenziale, la visione tradizionale della prima guerra israelo-araba, quest'opera non può non segnalare che i rapporti di forza, all'epoca, erano molto favorevoli agli eserciti ebraici e che questi hanno cacciato numerosi palestinesi.

    Una posizione schizofrenica

    Meno mediatizzato, ma ancora più significativo è il libro dal titolo La lotta per la sicurezza di Israele (31). Gli autori - un gruppo di ricercatori proveniente dai servizi segreti dell'esercito, che hanno avuto il privilegio di accedere a documenti coperti dalla legge sui segreti ufficiali - non esitano a sgozzare alcune vacche sacre del Paese. Il libro non sottoscrive la tesi ufficiale, secondo cui le forze armate di Israele erano, nel 1948, molto inferiori a quelle arabe - secondo gli autori, Tsahal aveva trentaduemila combattenti contro i trentaduemilacinquecento di tutti gli eserciti arabi, anche meglio armati - e riconosce che la partenza dei palestinesi non è stata volontaria.

    L'arrivo al potere di Ariel Sharon e del suo governo, nel 2001, ha prodotto un netto irrigidimento. Una delle prime decisioni della nuova ministra dell'educazione del governo Sharon-Peres, Limor Livnat, è quella di eliminare il manuale di Eyal Navé. Ilan Pappe è stato convocato nella primavera del 2002 dal rettore dell'università di Haifa, dove insegna, per una sorta di processo al termine del quale rischiava di essere espulso dall'insegnamento. Il suo crimine? Aver sostenuto Theodor Katz, la cui tesi dimostra che l'esercito israeliano ha perpetrato un massacro nel villaggio di Tantura, il 22 maggio 1948. Di fronte all'alzata di scudi nazionale e internazionale, il rettore ha dovuto fare marcia indietro. Ma numerosi accademici temono che l'estrema destra voglia di imporre una specie di maccartismo alla israeliana...

    Ciò dimostra quanto la destra e l'estrema destra temono l'influenza crescente dei «nuovi storici». La cesura aperta da questi non significa però che, nella sua grande maggioranza, la società israeliana abbia risposto alle domande che pone la sua storia. Sull'essenziale, credo che essa resti indecisa: favorevole alla pace, essa esita a pagarne il prezzo; ostile all'oppressione religiosa, essa non è pronta alla separazione tra la Sinagoga e lo Stato; restia alle discriminazioni, tuttavia prende in considerazione l'opportunità di ritirare il diritto di voto ai cittadini arabi...

    Non valutando questa esitazione strutturale sarebbe impossibile d'altronde comprendere il voto del 20 gennaio 2003. Come scriveva, con ironia, il pacifista Uri Avnery, Israele è l'unico Paese al mondo che conta due volte gli abitanti più di quanto indichino le statistiche. E per forza: a credere ai sondaggi, il 100% - o quasi - sostiene Ariel Sharon nella sua politica «anti-terroristica», ma il 100% degli israeliani - o quasi - si pronuncia per una pace fondata sul ritiro dei coloni e dei soldati dai Territori occupati e la creazione di uno Stato palestinese...A parte le esagerazioni, ciò che si produce di nuovo è che, a scapito di una prospettiva di una pace solida, la maggioranza degli israeliani, traumatizzati dall'ondata di attacchi kamikaze, hanno massicciamente votato per coloro che promettevano di portare sicurezza.

    Il colpo da maestro di Ariel Sharon è appunto quello di aver fatto dimenticare, anche in questo campo, i suoi disastrosi bilanci. Al suo arrivo al potere, due anni fa, l'Intifada aveva provocato la morte di cinquanta israeliani, oggi se ne contano oltre settecento (e quasi duemilacento palestinesi). Per non parlare dell'economia, sprofondata nella più grave recessione dal 1953. Né dell'isolamento regionale d'Israele, a cui la normalizzazione dei rapporti con il mondo arabo, in corso dagli accordi di Oslo, non ha resistito alla rioccupazione dei territori autonomi. Ecco cosa avrebbe dovuto dissuadere dal votare il Likud. Se, paradossalmente, essi gli hanno offerto un trionfo, questo è in nome della difesa del Paese e perché nessuno offre un'alternativa di pace credibile.

    Il partito laburista, in particolare, non era in grado di rappresentare un'altra politica. Come pretendere di rappresentare una opposizione pacifista ad Ariel Sharon quando si è preso parte, per un anno e mezzo, al governo di unità nazionale diretto da quest'ultimo, con diversi ministeri chiave tra cui quello della difesa e si porta, in questo senso, la corresponsabilità delle peggiori politiche anti-palestinesi? Questo handicap ha fortemente pesato su Amram Mitzna, le cui proposte innovatrici non trovavano, per di più, alcun sostegno nella comunità internazionale e in particolare a Washington - non dimentichiamo che Itzhak Rabin deve la sua vittoria, nel 1992, alla congiunzione tra le aspirazioni degli israeliani e le pressioni della Casa Bianca. Aggiungiamo che, sul più lungo periodo, il partito laburista ha perso i legami che gli erano propri con il cuore della società israeliana degli anni '50 e '60, e anche '70: è progressivamente diventato il partito della borghesia ashkenazita laica, contrapposta agli strati popolari arabi e sefarditi - un ruolo che ormai gli contendono altri partiti, in particolare lo Shinui (32).

    Per non trovarsi di fronte a una scelta chiara riguardo il futuro delle relazioni israelo-palestinesi e quindi dello Stato ebraico, l'elettorato ha votato in funzione dei conflitti interni che scuotono, da lungo tempo, la società israeliana. Il successo del partito Shinui, per esempio, esprime contemporaneamente la crescita della corrente laica contro le pretese egemoniche dei partiti religiosi, ma anche il ritorno in forza degli ebrei aschenaziti, rafforzati dall'importante immigrazione russa, contro le rivendicazioni dei sefarditi. Paradossalmente, la lotta tra i gruppi principali che si contendono la direzione dello Stato di Israele è più appassionante tra gli elettori della ripresa dei negoziati con i palestinesi, che tuttavia condizionano il loro futuro a lungo termine...

    L'onnipresenza del «transfert»

    È troppo presto per dire che tipo di governo uscirà dalle urne del 28 gennaio. Certo, Ariel Sharon ha fatto la sua campagna elettorale in «sordina», sostenitore di uno Stato palestinese (piuttosto di uno pseudo-Stato: solo il 41% della Cisgiordania, meno il territorio nelle mani dei coloni, con Israele che controlla frontiere e spazio aereo, totalmente demilitarizzato e dotato di una nuova direzione...). In questo spirito, egli si sforza di ricostruire un governo di unione nazionale, con i laburisti e lo Shinui che appoggerebbero, dall'interno e dall'esterno la sua politica. Ma il Primo ministro ha una carta di riserva: un governo di destra e di estrema destra con la partecipazione ultra ortodossa, pronto a lanciarsi nell'avventura di un nuovo transfert. Ho citato nell'introduzione questa frase che egli ripete regolarmente: «La guerra di indipendenza del 1948 non è finita». Cosa vuol sostenere con questo? Non solo che lo Stato ebraico esiste dal 14 maggio 1948, ma che esso è - militarmente ed economicamente - più potente di tutti i suoi vicini. In realtà, l'unico «lavoro» che resta da «finire» - per usare il vocabolario dell'estrema destra israeliana -, è l'espulsione dei palestinesi.

    Già da ora gli indizi di questo si moltiplicano: il tema del «transfert» è onnipresente nei media israeliani; un tempo tipico della sola estrema destra, ormai è usato da molti partiti di destra e molte personalità. Anche il Likud, un tempo più prudente, come il presidente del Likud-Francia e, dal 2002, del Likud mondiale, Jacques Kuper (33), parlava recentemente di «questi squatters arabi in Eretz Israel, capaci di molti assassinii, pronti a distruggere tutto e dappertutto». E affermava:

    Forse bisogna arrendersi all'unica evidenza: non si può più vivere con loro fin tanto hanno il diritto di esistere. Sarà quindi o noi o loro. La soluzione così spiacevole e irrealistica del transfert rischia di diventare l'unica soluzione praticabile capace di offrirci la sicurezza e più tardi la pace. La storia offre sempre le opportunità per realizzare i sogni di una nazione. Ancora bisogna saperle cogliere e non sprecare le occasioni come purtroppo abbiamo fatto nel 1948 o nel 1967 (34).

    Questa propaganda politica, mediatica e intellettuale - aggiunta agli effetti devastanti degli attacchi terroristici - ha dato i suoi risultati: in due anni, la percentuale degli israeliani favorevoli al «transfert» dei palestinesi è passata da meno del 10% a oltre il 40% (35); occorre anche ricordare, sul terreno, i tormenti subiti dai palestinesi da parte dell'esercito e dai coloni per spingerli ad andarsene. Simbolico è il caso del villaggio di Khirbet Yanun, a sud di Nablus, che gli abitanti hanno abbandonato il 18 ottobre 2002, prima di tornarvi sotto la protezione dei militanti pacifisti di Taayush (36) (Vivere insieme).

    Il transfert - spiegano due responsabili dell'associazione, Gadi Algazy e Azmi Bdeir - non è necessariamente un momento drammatico, in cui le persone sono espulse e fuggono dalle loro città o villaggi. [...] È un processo profondo, un processo strisciante che non si vede [...] La sua principale componente è la graduale distruzione delle infrastrutture della vita della popolazione civile palestinese nei territori: è lo strangolamento progressivo attraverso i blocchi e gli assedi, che impediscono alle persone di andare a lavoro o a scuola e di avere accesso ai servizi sanitari, che sbarrano la strada ai camion come alle ambulanze, ributtando i palestinesi nell'epoca degli asini e dei carretti [...]. E ciò che i blocchi dell'esercito non riescono a fare, lo fanno i coloni: ogni nuova colonia o avamposto esige misure di sicurezza, ossia, per i coloni, l'espulsione dei palestinesi dalle zone limitrofe e la trasformazione delle zone agricole in terre di morte - chiunque lavori o vi raccolga olive rischia di pagare con la vita [...]. Khirbet Yanun non è un caso isolato.

    Occorre infine menzionare le indicazioni delle ambasciate e dei consolati stranieri segnalando un aumento considerevole del numero di richieste di visti da parte dei palestinesi - tra centomila e duecentomila sarebbero immigrati in due anni...

    Un terribile dilemma

    Molti sono i segnali che devono spingere alla più grande vigilanza: la guerra che Washington ha deciso di fare, qualsiasi cosa accada, contro l'Iraq, soprattutto se Israele vi sarà coinvolto, potrebbe creare le condizioni per un «transfert». Amira Hass prevede, in Le monde diplomatique di febbraio 2003, tre possibili pretesti: il lancio di Scud iracheni, un enorme attentato terroristico, manifestazioni di palestinesi che degenerano...

    Certo, un transfert di massa sarebbe per l'esercito e il governo di Israele, militar- mente e politicamente pericoloso - potrebbe in particolare rovinare l'immagine mondiale di Israele. Certo, anche George W. Bush, preoccupato di allargare e rafforzare la coalizione anti-irachena, sarebbe poco incline ad accettare un'operazione che rischierebbe di dare fuoco alle polveri in tutto il mondo arabo. Ma - da Qibya nel 1953 all'invasione del Libano nel 1982, passando per la guerra del Sinai del 1956 e quella del 1973 - il suo curriculum vitae [di Ariel Sharon] ne è testimone: egli mai ha esitato a oltrepassare le linee rosse, anche quelle fissate dalla presidenza degli Stati Uniti.

    Ciò che occorre comprendere, è che l'obiettivo di sempre dell'estrema destra israeliana ha assunto un nuovo significato dopo il fallimento del processo di pace congiunto all'evoluzione demografica. Benché ottocentomila palestinesi siano stati costretti a partire nel 1948-49, seguiti da altri trecentomila nel 1967, da qui a meno di dieci anni, vi sarà una maggioranza araba nella «Grande Israele», che progressivamente diventerà schiacciante. Israele, «Stato ebraico e democratico», sarà di fronte a un terribile dilemma: se sceglierà la democrazia, in particolare concedendo il diritto di voto a tutti i suoi abitanti, compresi i palestinesi, non sarà più uno Stato ebraico; se tenderà a preservare il suo carattere ebraico, non potrà essere democratico. L'imposizione di un vero apartheid a una maggioranza araba senza dubbio provocherà delle rivolte ancora più possenti dell'Intifada, contro le quali l'esercito israeliano reagirà con una repressione ancora maggiore. Un simile scenario può sfociare a medio termine nello schiacciare i palestinesi, ma anche nella sparizione dello Stato di Israele. A questa tragica trappola, vi sono, dal punto di vista israeliano, solamente due vie d'uscita: la costruzione di uno Stato palestinese al fianco di Israele, che permetta ai due popoli di coesistere nel rispetto della loro sovranità e della loro sicurezza; l'espulsione del massimo di palestinesi dal «Grande Israele» che vi conservi - per qualche decennio - una maggioranza ebraica. Ariel Sharon e i suoi amici escludono evidentemente la prima soluzione e sognano senza dubbio la seconda.

    Il vecchio generale ha anche un'idea precisa della destinazione verso la quale bi- sognerebbe «spostare» i palestinesi: la Giordania. Egli ha sempre affermato che il regno hascemita era destinato ad accogliere i palestinesi. All'epoca degli scontri del «Settembre nero» tra re Hussein e la Resistenza palestinese, nel 1970, Ariel Sharon, all'epoca comandante del Fronte Sud, si oppose al sostegno offerto da Israele al «piccolo re» contro i fedayin: sarebbe stato necessario il contrario, spigava, portare i palestinesi al potere ad Amman perché vi creassero il loro Stato e finirla con questa questione. Trenta anni più tardi, ha cambiato strategia?


    Note

    *. Testo originale: Palestine 1948: l'expulsion. Traduzione di Cinzia Nachira.

    **. Dominique Vidal, saggista francese di origine ebraica è stato, tra l'altro, vicedirettore aggiunto del mensile francese Le monde diplomatique dal 1998 al 2006 ed è animatore in Francia e altrove del dibattito sulle vicende ebraico-europee e sul conflitto israelo-palestinese. In italiano sono disponibili: Palestina 1947: una spartizione mai nata (con Alain Gresh), Rubbettino editore, 1990; Il vortice del Golfo (con Alain Gresh), Rubbettino editore, 1993.

    1. Nello specifico è la tesi difesa, fin dal 1961, da Walid Khalidi, cfr «Middle East Forum», novembre 1961, ripubblicato in «Journal of Palestine Studies», vol. XVIII, nº 69, 1988.
    2. Benny Morris, The Birth of the Palestinian Refugee Problem 1947-1949, Cambridge University Press, Cambridege, 1987, pp. 380.
    3. I loro testi più importanti: Simha Flapan, The Birth of Israel, Myth and Realities, Pantheon Books, New York, 1987; Tom Segev, 1949. The First Israelis, Free Press MacMillan, New York Londres, 1986 ; Avi Shlaim, Collusion across the Jordan. King Abdallah, the Zionist Movement and the Partition of Palestine, Clarendon Press, Oxford, 1988 ; Ilan Pappe, Britain and the Arab-Israeli Conflict, 1948-1951, MacMillan, New York, 1988, e The Making of the Arab-Israeli Conflict, 1947-1951, I. B. Tauris, New York, 1992 ; Benny Morris, The Birth of the Palestinian Refugee Problem, 1947-1949, Cambridge University Press, Cambridge, 1987, e 1948 and After. Israel and the Palestinians, Clarendon Press, Oxford, 1990.
    4. Nur Masalha, « 1948 and After revisited », Journal of Palestine Studies 96, vol. XXIV, nº 56, Berkeley, estate 1995.
    5. Ilan Pappe, « La critique post-sioniste en Israël », in La Revue d'études palestiniennes, nº 64, Paris, estate 1997.
    6. Ilan Pappe, « La critique post-sioniste en Israël», op. cit.
    7. Pierre- André Taguieff, La nouvelle judéophobie, ed. Mille et une nuits, 2002.
    8. Pierre- André Taguieff, op. cit.
    9. Avi Shlaim, Collusion across the Jordan, Columbia University Press, 1988
    10. Ilan Pappe, The Making of the Arab-Israeli Conflict, 1947-1951...op. cit.
    11. Ilan Pappe, The Making...op. cit., p. 212.
    12. Avi Shlaim, Collusion....op. cit., pp. 474-475
    13. Benny Morris, The Birth...op. cit., p. 129.
    14. Cfr, Erskine Childers, The Other Exodus , «The Spectator Magazine», Londra, 12 maggio 1961, ora in Nadine Picaudou, Les Palestiniens, un siècle d'histoire, Edizioni Complexe, Bruxelles, 1997, p. 115.
    15. Irgun Zvai Leumi (Organizzazione militare nazionale), scissione della Haganah fondata nel 1931 da Avraham Tesomi. Questa organizzazione riteneva «moderata» la politica del gruppo dirigente sionista dell'epoca e della stessa Haganah e seguiva le orme ideologiche del fondatore della estrema destra ebraico-israeliana Jabotinsky. NdT
    16. Lohamei Herut Israel (Combattenti per la Libertà di Israele), gruppo terroristico ebraico fondato in Palestina negli anni '20 del XX secolo da Avraham ("Yair") Stern (da cui il nome con cui è più noto di «banda Stern»), aveva come obiettivo, oltre all'espulsione dei palestinesi, l'allontanamento degli inglesi, all'epoca detentori del Mandato della Società delle Nazioni sulla Palestina. Di questo gruppo terroristico era figura di spicco Yitzhak Shamir, più tardi primo ministro dello Stato di Israele per due volte (1983-1984 e 1986-1992). NdT
    17. Cit. in Simha Flapan, op. cit., p. 107.
    18. Benny Morris, 1948...op. cit., capitolo 4.
    19. Benny Morris, 1948...op. cit., capitolo 6.
    20. Benny Morris, The Birth...op. cit., p. 286.
    21. Il termine transfert è usato in questo scritto con il significato di «partenza forzosa». NdT
    22. Benny Morris, 1948...op. cit., p. 32.
    23. Tsahal è il nome che prenderà la Haganah (brigate armate ebraiche) trasformandosi, dopo il 1948, nell'esercito dello Stato di Israele. NdT
    24. Eugene L. Rogan e Avi Shlaim, a cura di, La Guerre de Palestine. Derrière le mythe 1948, Autrement, Paris, 2002, pp. 38-65 [traduzione italiana, La guerra per la Palestina. Riscrivere la storia del 1948, editrice Il Ponte, Bologna, 2004]
    25. Benny Morris in, La guerre...op. cit., p. 64.
    26. Yishuv è la comunità ebraica presente in Palestina prima della creazione dello Stato di Israele. NdT
    27. Con questa definizione si indicano quegli intellettuali che prefiguravano come soluzione un unico Stato in cui convivessero palestinesi ed israeliani. NdT
    28. Benny Morris, The Birth...op. cit., pp. 292-293.
    29. Roger Garaudy, intellettuale francese che, dopo aver aderito al marxismo, nel 1982 si convertì all'Islam, diventando una figura assai controversa per le sue posizioni dichiaratamente negazioniste. NdT
    30. Edward Said, «Israël-Palestine, une troisième voix», in Le monde diplomatique, agosto 1998.
    31. Colonnello (della riserva) Benny Michalson, tenente-colonnello (della riserva) Abraham Zohar e tenente colonnello (della riserva) Eppi Meltser, La Lutte pour la sécurité d'Israël (in ebraico ), edito dalla Association israélienne d'histoire militaire, succursale dell'università di Tel-Aviv, con la collaborazione del dipartimento di storia dell'esercito israeliano, Tel-Aviv, 1999.
    32. Partito non religioso, su posizioni centriste, fondato nel 1985. NdT
    33. Jacques Kupfer, «Arouts7», 11 agosto 2002.
    34. Idem.
    35. Cfr. Martin Van Creveld, storico israeliano militare, in «Daily Telegraph», 28 aprile 2002.
    36. Ta'ayush, movimento pacifista, ebraico-palestinese, fondato nel 2000. NdT

     

    Forse si capirebbe meglio la situazione attuale se si conoscesse la situazione di sostanziale apartheid in cui si trovano i palestinesi, ma si sa che le risoluzioni dell'ONU valgono giustamente per l'Iran, la Russia ed altre nazioni, ma non valgono per gli occupanti ebrei della Palestina che le hanno ignorate continuamente.

     


  16. Ignotaoppureo ha inviato a lagraziaviva questa lettera:

    Se non fosse un COMANDAMENTO Lei lo rispetterebbe o lo rispetta perché gli viene comandato? (Un comandamento qualsiasi) Lei è un automa o una persona fornita di arbitrio?. Io dubito che Lei abbia libero arbitrio dato che quasi tutto ciò che "dice" non è altro che la copia di qualche versetto della Bibbia?
    Quando non si PUÒ con la propria testa rispondere a domande puntuali e semplici  e si ricorre a qualche frase scritta nella bibbia si mostra la pochezza
    i n t e l l e t t u a l e  e l'impossibilità di guardare tutto ciò che avviene sotto i nostri occhi, ma si va a scovare qualche frase - ce ne sono migliaia, come ne "I fratelli Karamazov" o in "Guerra e pace" che danno una risposta breve e raramente attinente alla domanda posta.
    Altrove ho chiesto a lagraz.... quanto fa 23 x 5, ma il/la desso/a non ha risposto poiché nella bibbia non c'e risposta a questa domanda!

     

     


  17.                                                  Indirizzato a  lagraziaviva
    Elenchiamo le proprietà di dio, sempre che lagraziaviva gliele attribuisca, visto che le poche migliaie di adepti della sua setta, unici ad essere depositari della verità, non sono in grado di aumentare il proprio nunero, a quanto mi risulta da un frequentatore del forum.
    Torniamo a bomba. Dio

    1 - È onnipotente
    2 - È onniscente
    3 - È infinitamente buono

    Lasciando perdere tuttte le frasi riportate sull'avvicente romanzo, ma spesso tedioso, di fantareligione detta bibbia, che a dire in vero in molte sue parti somiglia al Mein kampf - vecchi testameto - raramente citato da lagr.. dato che in esse dio ordina massacri di interi popoli ed in più spesso anche di innocenti animali - ed esaminiamo un po' i punti 1,2,3.

    Da 1 si deduce che dio ha creato Adamo ed Eva, e che tutte le caratteristiche fisiche , mentali e caratteriali dei due dessi gliele ha messe lui in "persona". Ma da 2 non si può non dedurre che esso sapeva tutto quello che sarebbe successo in seguito incluso il serpente  e la mela e la bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki, perché i nostri progenitori, si fa per dire, erano sue "creature".
    Ma il male che imperversa ed ha imperversato sulla terra è innegabile possa essere fermato da dio in virtù di 1, ma non lo fa ergo non è 3.
    Se lo tenga ben stretto questo dio, anche se dimentico che lei ha una piccola difficoltà a capire le contraddizioni colossali derivate da 1, 2, 3 evidenziate dalla storia e da tutto ciò che accade oggi sotto gli occhi di chi vuol vedere. Come al solito, visto che non vi è spiegazione detratta dalla realtà 3 ed ad in minimo di raziocinio, da bravo /a bibbiodipendente troverà, in qualche verso del "sacro libro", naturalmente selezionato dalla sua ideologia ed escludendo ogni altro riferimento contenuto nella stesa bibbia, una spiegazone - che non c'è - ma tanto Lei non risponderà mai ai quesiti posti da questa lettera nel merito, ma si rifugierà in qualche versetto. Non ha mai risposto nel merito a quelsiasi domanda perchè non può, in quanto tutto si basa da una, per me incredibile,
    c i e c a ricerca di un brano che , essendo stato scritto da ignoranti delle scoperte scientifiche attualmente disponibili, non possono dare una risposta credibile.

    Ps: poveri noi, non facente parte della sua setta molto ristretta cerchia, finiremo nell'ade dei cristiani, sempre che Lei si autodefinisca "cristiano"


  18.                                                    Da lupogrigio1953

    ..........

    .......Si fa presto a dire “mi ha creato Dio” oppure dire “chi se ne frega" come farebbe il mio gatto...


    A parte l'offesa verso un animale meraviglioso come un/a gatto/a, anche io che non sono un gatto/a, non riesco a capire - a parte i dibattiti interessanti di per sé che ampliano le mie scarse conoscenze - come diceva Socrate - che importanza abbia il sapere se esiste o no un creatore. È una domanda oziosa ed inutile, perché non risolve nessun problema che ci possa aiutare a migliorare fattualmente la nostra vita analogamente a risposte a domande risibili come: esiste l'anima? Esiste l'inferno? Maria era  v e r g i n e? Gesù è resuscitato? etc etc.
    So solo di essere vivo, mi comporto da persona responsabile e cerco di non fare male a nessuno, ho lavorare onestamente,  per tutti e non per una ristretta cerchia di persone
    - capitalismo - (ho insegnato nella scuola pubblica ed ho prestato servizio in un ente statale), so che a breve morirò e buona notte al secchio.
    L'unica cosa che mi dà fastidio e che parte delle mie tasse vadano a sostenere quella massa di parassiti denominata "clero" i cui componenti fra l'altro non sono licenziabili a meno di accuse di ***.
    Comunque i dibattiti mi interessano perché mi aiutano a capire perché ESISTE la religione, anche se le neuroscienza - leggi Vallortigara o seguilo su you tube - dà una risposta ancora incompleta ma per poco circa il fenomeno della credenza.

     


  19.                                                Per lagraziaviva


    Che sia sabato o domenica poco importa, in quanto essendo onnipotente una divinità che si rispetti non ha bisogno di riposo, e neppure di sette giorni per creare il "creato". È evidente che i redattori della così detta "sacra bibbia" sono delle persone che sapendo approssimativamente che un mese dura circa 28 giorni (28/4=7 oppure 30/4=7,5) dopo una supposta faticaccia del genere avevano bisogno di riposarsi. Chi crede che il su detto romanzo sia stato dettato da dio si lascia sfuggire la montagna di  e r r o r i  m a d o r n a l i  presenti nel libro che è evidente frutto del pensiero completamente allo scuro delle scoperte della scienza odierna come la storiella della v e r g i n i t à di una post   p a r t o r i e n t e. A proposito siamo sicuri che Maria fosse fornita di 
    i m e n e? Molte donne non ce l'hanno e questo spiegherebbe il suo stato di verginità dopo il parto: nulla di particolare; non c'è bisogno di ricorrere ai miracoli quando vi è una spiegazione scientifica di un fatto come
    la  v e r g i n i t à  fisica di una donna post partum.


  20. Richiesta d'aiuto al(la) saggio(a) denominato(a)   lagraziaviva
    Visto che qualunque  problema assilli le persone trova la risoluzione senza meno presente in una risposta nella sacra bibbia, mi sono risoluto a chiedere aiuto. Ho una gatta che stranamente non gradisce il pesce. La  cosa mi preoccupa alquanto, ma sono arcisicuro che nel sacro libro ci sarà una saggia risposta che aspetto con estrema trepidazione. Ringrazio anticipatamente il suggerimento adatto a risolvere questo grave problema dato che io adoro la mia gattina Iside molto di più di qualche  persona a me sconosciuta, anche perché non conosco persona che sappia fare le fusa come il mio splendido amore Iside.
    Ri-ringrazio anticipatamente.

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  21. Ricordiamoci l’arguta definizione che Ambrose Bierce diede del verbo “pregare: Chiedere che le leggi delluniverso siano annullate nell’interesse di un postulante per sua stessa ammissione indegno.

    Mi sembra che la definizioni sia calzante anche se non si capisce perché la divinità accontenti le preghiere di una persona e non quelle di un altra. Ogni "miracolo(?) è un'ingiustizia commessa dal dio infinitamente buono.
    Sempre meglio di niente dirà il miracolato, ma il non miracolato farebbe bene a porsi delle domande circa il concetto di "bontà"

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