londonercity

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  1. Non mi sembra che sia necessaria l'invadenza di una epidemia per dimostrare l'imperfezione della nostra Carta costituzionale. Può bastare prendere atto dei principi fondamentali che contiene, dei diritti che salvaguarda per poi andarli a cercare nella realtà delle cose, nella quotidianità e rendersi conto che l'enunciare non è seguito dall'applicare. Lavoro, istruzione, sanità, sicurezza, giustizia e tutto ciò che dovrebbe contribuire a rendere completa e dignitosa la vita di ogni cittadino, da sempre subiscono delle limitazioni nei risultati a causa di azioni politiche insufficienti o inadeguate. I dettami della Costituzione certamente rappresentano un obiettivo dello Stato che tende (o dovrebbe tendere) alla creazione delle migliori condizioni di vita per i propri cittadini, ma di fatto questa aspirazione si allontanerà sempre di più dai nostri giorni della settimana e non soltanto per incapacità o mancanza di volontà politica, ma per la semplice (e crudele) natura delle cose. Notate il percorso storico che l'umanità ha intrapreso da secoli e vi renderete conto che le condizioni sociali sono ovviamente migliorate dal Diluvio in poi, ma è un miglioramento che non riguarda tutti e continuerà a non riguardare tutti. Un percorso storico che ha tracciato l'evoluzione politica, sociale ed economica in diverse parti del mondo per poi convergere nella risultante europea (c.d. occidentale), o meglio, per lasciarsi "coinvolgere" dall'esperienza culturale europea, culla di civiltà in senso giuridico, basata sulle teorie dell'età classica, tramandate, elaborate e adeguate secondo le necessità dei tempi. L'idea di considerare la Costituzione un prodotto perfetto è in contrasto con diverse riflessioni, una delle quali riguarda la presunzione di ammettere la creazione di un'espressione umana inattaccabile, nel momento in cui l'uomo stesso non da alcun segno di perfezione. Anzi, l'uomo è una macchina anatomicamente perfetta, ma non necessariamente funzionante e in questo senso è sullo stesso piano della Costituzione (della quale è il realizzatore), considerata perfetta perché abbraccia e regola tutta l'esistenza dell'uomo senza però avere la certezza di raggiungere il proprio scopo, cioè il benessere interiore ed esteriore del cittadino, la piena realizzazione dell'essere. Ecco, è l'ipotesi di perfezione e non la provata perfezione. Un soggetto imperfetto non può dare origine a un prodotto perfetto. Aggiungo un'altra riflessione, da Lei già accennata, che riguarda il periodo storico durante il quale è stata costruita non solo la nostra Carta fondamentale, ma anche quella di altri Stati, prima o dopo il secondo conflitto mondiale. Da qui, posso immaginare che la stesura della fonte di ogni diritto non sia avvenuta in una atmosfera serena e distesa. Per forza di cose, durante i lavori della Costituente, il condizionamento dovuto alla viva esperienza fascista appena conclusa avrebbe potuto riflettersi (come, in effetti, è avvenuto in alcuni casi) sul contenuto o la forma delle norme che hanno poi dato corpo e vita alla nostra Legge Fondamentale. Il pericolo di irrigidirne la struttura era concreto proprio per evitare una nuova esperienza totalitaria e questo perché (lo ricordo se ce ne fosse bisogno) il fascismo giunse al potere anche passando per le elezioni e non in virtù di un colpo di stato vero e proprio, come viene considerata la marcia su Roma. Quindi, bisognava predisporre un nuovo ordinamento che impedisse una nuova deriva totalitaria e che garantisse, almeno a penna, ciò che (oggi come ieri) potrebbe essere comunque sconfessato militarmente. In poche parole, le leggi non servono per evitare le rivoluzioni, perché queste scoppiano proprio a causa loro, per la loro assenza o inefficacia o iniquità. L'inefficienza della Costituzione, secondo alcuni, nasce dal fatto che ha una struttura a maglie larghe, vale a dire che indica dei campi di intervento nei quali inserire altre fonti di diritto che, puntualmente, si occuperanno di regolamentare e sviluppare nel dettaglio le tracce di riferimento indicate in via generale. Ciò significa che entra in gioco un certo indice di discrezionalità del legislatore che sarà variabile per intensità e contenuti a seconda del momento storico e delle esigenze politiche, sperando oltretutto nel senso di responsabilità, civico e delle istituzioni (il senso dello Stato li raggruppa) e nella buona fede dell'operato dei tre poteri dello Stato. Questo però è un altro tema. Cambiare la Legge Madre è possibile, ma gli interventi di modifica non sono semplici da individuare. Porto l'esempio dell'iniziativa per la riduzione del numero dei parlamentari e già lo sviluppo della vicenda fa intuire la complessità (politica e non procedurale) delle operazioni per portare a termine una riforma forse simbolica, ma certamente sensata e auspicabile. Qui mi permetto di aprire una piccola parentesi e mi chiedo: se oggi i parlamentari sono troppi, non lo erano ancora di più settant'anni fa? Oggi c'è chi afferma, a sostegno della non riforma, che non si possono diminuire gli effettivi del parlamento altrimenti diminuirebbe la rappresentatività del popolo. A me viene da rispondere: ma nel '48 gli italiani erano circa quindici milioni in meno e i parlamentari sempre mille (o quasi, visto che per alcuni anni il numero era variabile in rapporto alla crescita della popolazione). Allora, deputati e senatori erano troppi già alla nascita della Repubblica oppure oggi sono addirittura pochi??! Appendice alla questione della rappresentatività è l'assenza del vincolo di mandato, non previsto dalla Costituzione. Idea originale: il parlamentare rappresenta il popolo, ma non è vincolato alla sua volontà, cioè alla sua Sovranità, contemplata proprio in apertura del testo costituzionale. Altra questione è la forma di governo. Si parla da anni di una riforma che introduca il presidenzialismo, ma basti pensare che in una Repubblica parlamentare come la nostra non è prevista l'elezione diretta del capo dello Stato (prima carica per prestigio, ma non per potere), figuriamoci se i partiti accetterebbero di demandare questa funzione al voto popolare. Di rimando, però, il Presidente della Repubblica rappresenta tutti gli italiani pur non essendo eletto con voto popolare, bensì con una votazione a scrutinio segreto dai parlamentari eletti direttamente, ma senza vincolo di mandato. Al di la di questa divagazione, il mio intento è quello di affermare che una eventuale modifica della Costituzione può riguardare solo la struttura dello Stato e le sue istituzioni, non certo i principi fondamentali. L'ampia maggioranza necessaria per approvare una legge costituzionale, nonché i diversi passaggi parlamentari che deve affrontare un testo di modifica o integrazione, pone in contrasto interessi e ideologie partitiche che limitano di fatto l'utilizzo di questo forte strumento legislativo e, da questo punto di vista, ne sono ben felice. Non appoggio la sua critica riguardo l'attribuzione delle competenze tra Stato e regioni completata con la riforma lontana ormai vent'anni a conclusione di un percorso avviato proprio in assemblea costituente e passata anche attraverso il contributo (da Lei accennato) portato negli anni Settanta, che non ha istituito le regioni, ma ha esaudito una delle richieste costituzionali lasciate in sospeso per troppo tempo. Ritengo che gli organi periferici dello Stato e i loro vertici, siano più indicati a intervenire sul territorio del quale, si presume, hanno una conoscenza approfondita e sul quale operano in modo circoscritto e non dispersivo come potrebbe accadere in uno Stato centralizzato all'eccesso. A riprova, porto proprio il Suo stesso esempio, in riferimento al contrasto nato tra Stato e regioni relativamente alla gestione dell'epidemia. Il difetto, in questa vicenda, non sta nell'attribuzione di competenze, ma nel buon senso, che non è previsto da nessuna legge né tantomeno è punibile un soggetto che ne risulta sprovvisto. Nello specifico, metta a confronto la Lombardia (colpita a morte dall'epidemia) con la Basilicata o la Calabria che hanno avuto la fortuna di essere state “trascurate” dal virus. Ebbene, nella fase di riapertura e rinascita della comunità di queste regioni, non credo si possano adottare le stesse misure perché sono realtà che hanno affrontato lo stesso nemico con conseguenze diverse. Quindi non ha senso imporre ai calabresi o ai lucani (ovvero basilicatesi) la chiusura delle attività e di rimanere a casa anche senza contagi, al pari dei milanesi (e lombardi tutti) che ancora accertano nuovi casi quotidianamente. Lo Stato deve dare certamente delle linee guida, schematizzare possibili scenari per poi lasciare alle regioni, in virtù della conoscenza del territorio, quella discrezionalità operativa che non si sostituisce allo Stato centrale, annullando la sua ubiquità, ma si coordina con esso in un intervento concorrente. A mio parere, poi, somigliare ai cantoni svizzeri (al contrario di quanto sostiene) dovrebbe essere un punto di arrivo piuttosto che un segno di fallimento. Infine, mi dispiace dire che l'opinione che hanno gli stranieri dell'Italia non è peggiorata a causa dell'epidemia. Il peso politico del nostro Paese in campo internazionale è compromesso da anni a causa dell'instabilità politica (cioè inaffidabilità); di una economia internazionale che influenza le nostre scelte interne che si ripercuotono sul sistema sociale; della levatura dei nostri politici che sono delle onorevoli puzzette o dei senatoriali ruttini in confronto a personaggi che guidano altri Paesi da decenni, dando forza, coesione, sicurezza e certezze ai loro cittadini. Non ho menzionato il nostro debito pubblico, che potrebbe riempire mezzo buco nero, perché lo considero un falso mito (negativo) e non giustifica il pregiudizio della comunità internazionale nei nostri confronti, ma rappresenta uno strumento da questa utilizzato per mortificarci politicamente ed economicamente. Cosa che non avviene con il Giappone che ha un debito con il quale si potrebbe riempire l'altra metà del buco nero. Per chiudere, mi sembra che parlare della Costituzione, della sua efficacia o del bisogno di un intervento di "geriatria legislativa" per curarne gli acciacchi, significhi dedicare energie e tempo in grande quantità, ma soprattutto vuol dire coinvolgere delle qualità intellettuali che i nostri politici non hanno, se non in sparuti casi, troppo pochi per una nuova Costituente. In più, questo tema non può essere risvegliato da una epidemia, non è questa la motivazione dalla quale dovrebbe scaturire un nuovo interessamento per il restauro della nostra Carta fondamentale; sia perché le priorità, purtroppo, sono diventate altre; sia perché, attualmente, il Parlamento non credo sia legittimato a farlo, con i suoi continui spostamenti di maggioranza e una campagna acquisti aperta tutto l’anno. Ricordiamo che gli ultimi cinque governi sono nati (ancora) a prescindere dalla volontà popolare. Capite perché non esiste il vincolo di mandato? DvMcEv