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  1. Nonostante il silenzio delle Istituzioni, l’Avvocato Gelsomina Cimino non si arresta: mentre continua ad indagare sul perché l’ultimo fascicolo che riguardava Nicolina sia sparito dal Tribunale per i Minorenni di Firenze, ha scoperto l’esistenza di un provvedimento che consacra la responsabilità dei servizi sociali e dei Tribunali. Nicolina doveva essere protetta e quella mattina non doveva trovarsi là dove ha incontrato l’assassino già denunciato e già conosciuto per i suoi gesti estremi. I dettagli sono stati rivelati in diretta a Pomeriggio 5 : in collegamento con lo Studio dell’ Avvocato Gelsomina Cimino anche i genitori di Nicolina che nonostante le mille difficoltà, pretendono giustizia per la loro bambina! Studio Legale Gelsomina Cimino Link relativo all'intervista di Pomeriggio 5 http://www.video.mediaset.it/video/pomeriggio_5/servizi/l-affidamento-di-nicolina-ai-nonni-non-esiste_766522.html
  2. http://studiolegalecimino.eu/nessun-riconoscimento-giurico-ai-separati-casa/ Ha destato clamore la recente ordinanza del Tribunale di Como intervenuta a rigettare la richiesta di omologa della separazione consensuale di due coniugi, i quali, avevano previsto di proseguire la convivenza a tempo indeterminato, ovvero sino a quando le condizioni economiche familiari non avessero consentito di reperire una diversa soluzione abitativa. I due coniugi, pur versando in condizioni residuali stabili, hanno dichiarato di vivere da anni come “separati in casa” e che nessuno dei due ha intenzione – almeno per l’immediato futuro - di allontanarsi dalla casa familiare motivando l’opzione nella prospettiva di preservare le risorse economiche familiari al fine di agevolare il percorso di studi del figlio (ormai maggiorenne), nonché di garantire alla moglie *** personale a causa dei propri problemi di salute. In verità, il nucleo familiare non versava affatto in condizioni tali da non permettere ai coniugi di vivere in alloggi alternativi facendosi carico del mantenimento del figlio, in favore del quale, peraltro, era stato accantonato un consistente fondo di risparmio. Tale scelta sui generis appare, invece, motivata, dalla volontà di svincolarsi reciprocamente dal dovere di fedeltà, anche agli occhi del figlio, dando una forma giuridica alla loro condizione di separati in casa. Sul punto il Tribunale in composizione collegiale preliminarmente ha ribadito, richiamando alcune sentenze di legittimità (Cass. 9287/1997 e 2602/2013), che il decreto di omologa svolge la funzione di controllare la compatibilità della convenzione pattizia rispetto alle norme cogenti ed ai principi di ordine pubblico. Ed invero la soluzione prospettata dai coniugi non può essere omologata, proprio perché l’ordinamento non può dare riconoscimento a soluzioni ibride che contemplino il venir meno tra i coniugi di gran parte dei doveri derivanti dal matrimonio, preservando la mera coabitazione, che ai sensi dell’art. 143 c.c. rappresenta la cornice in cui si inseriscono i vari aspetti e modi di essere della vita coniugale. Ciò in fatti comporterebbe il rischio di incentivare operazioni elusive o accordi simulatori per finalità anche illecite. Tale decisione dunque si pone in linea di continuità con la disciplina civilistica del matrimonio anche in considerazione della circostanza secondo la quale presupposto dell’istituto della separazione è proprio l’intollerabilità della convivenza, non rilevabile laddove, come nel caso di specie, si chieda al giudice di dichiarare la separazione pur prorogando la convivenza formale. @Produzione Riservata Studio Legale Cimino www.studiolegalecimino.eu
  3. http://studiolegalecimino.eu/la-validita-del-contratto-locazione-non-registrato/ La registrazione tardiva del contratto di locazione originariamente stipulato dalle parti non costituisce un ostacolo all’accertamento della sua validità: è quanto ha stabilito la Corte di Cassazione con l’Ordinanza n. 20858/2017 che ha rigettato il ricorso e confermato quanto già deciso dalla Corte d’appello di Roma con la sentenza impugnata. Trattasi della controversia insorta tra una Società che ha convenuto in giudizio due privati (Tizio e Caia) onde ottenere il rilascio di un proprio immobile ed il pagamento di un’indennità per l’occupazione senza titolo dello stesso. A loro discolpa i due convenuti hanno dedotto l’esistenza di un contratto di locazione formalmente stipulato, per la durata di dodici mesi, a decorrere dal 1° dicembre 2007, ma registrato solo nel gennaio 2014 ai sensi dell’art. 3, comma 8, del decreto legislativo 14 marzo 2011 n. 23 [Norma che è stata poi dichiarata incostituzionale dalla Consulta, assieme all'art. 5, comma ter, del decreto legge 28 marzo 2014 n. 47 (convertito in legge 23 maggio 2014 n. 80) che ne aveva fatti salvi transitoriamente gli effetti]. I due convenuti, peraltro, richiedevano, in via riconvenzionale, l’accertamento dell’esistenza di un rapporto regolato dalle disposizioni contenute nel suddetto articolo con decorrenza dal 16 gennaio 2014 nonché la condanna della società locatrice alla restituzione delle somme percepite in precedenza a titolo di canone di locazione in assenza di valido titolo, nonché a titolo di deposito cauzionale. In primo grado il Tribunale di Roma, previa declaratoria di carenza di legittimazione attiva in capo a Caia, condannava Tizio al rilascio dell’immobile ed al pagamento di una indennità per l’occupazione sine titulo, avendo ritenuto il contratto di locazione originariamente stipulato dalle parti insanabilmente nullo, in quanto non registrato, essendo la registrazione operata da Tizio nel gennaio 2014, riferita ad altro contratto, forse orale, ma di certo, inesistente per mancanza di forma. La pronuncia di primo grado, già riformata dalla Corte d’Appello di Roma che, pur confermando il rigetto delle domande di Tizio, ha altresì rigettato quelle proposte da parte attrice considerando valido il contratto di locazione posto in essere tra le due parti ma, dichiarando nulla (in quanto simulata) la sola clausola relativa alla sua transitorietà, è stata completamente travolta dalla Cassazione con l’ordinanza in commento. Secondo la Suprema Corte, invero, la Corte d’Appello, al contrario del giudice di prime cure, in accoglimento del gravame di Tizio ha accertato la sussistenza di una locazione abitativa con decorrenza dal 1.12.2007, avendo escluso la stipulazione di un successivo contratto verbale e, piuttosto, avendo ritenuto configurabile un contratto unico pur non registrato all’epoca. La Corte d’Appello, secondo gli Ermellini, ha implicitamente, ma inequivocabilmente ritenuto che la registrazione tardiva del contratto di locazione originariamente stipulato dalle parti, non fosse di ostacolo all’accertamento della sua validità. In proposito il Giudice relatore richiama un insegnamento della stessa Corte in tema di locazione immobiliare (nella specie per uso non abitativo), secondo cui, “la mancata registrazione del contratto determina, ai sensi dell’art. 1, comma 346, della legge n. 311 del 2004, una nullità per violazione di norme imperative ex art. 1418 c.c., la quale, in ragione della sua atipicità, desumibile dal complessivo impianto normativo in materia ed in particolare dalla espressa previsione di forme di sanatoria nella legislazione succedutasi nel tempo e dall’istituto del ravvedimento operoso, risulta sanata con effetti “ex tunc” dalla tardiva registrazione del contratto stesso, implicitamente ammessa dalla normativa tributaria, coerentemente con l’esigenza di contrastare l’evasione fiscale e, nel contempo, di mantenere stabili gli effetti negoziali voluti dalle parti, nonché con il superamento del tradizionale principio di non interferenza della normativa tributaria con gli effetti civilistici del contratto, progressivamente affermatosi a partire dal 1998” (Corte di Cassazione, Sezione III, Sentenza n. 10498 del 28/04/2017). La Corte di Cassazione ha quindi ritenuto il Contratto stipulato da Tizio come valido ab origine, seppure registrato solo tardivamente ed ha quindi definitivamente respinto la domanda di Tizio volta ad ottenere la restituzione delle somme versate a titolo di canoni per il periodo anteriore alla registrazione del contratto. Gli argomenti trattati, danno spunto per lambire (rinviando ad altra occasione una trattazione più approfondita che tenga conto anche delle numerose pronunce della Corte Costituzionale, intervenute in subiecta materia) altra questione analoga, relativa a pattuizioni volte a determinare un canone di locazione superiore a quello risultante dal contratto scritto e registrato (art. 13 Legge n. 431/1998): in questi casi, come ha ribadito la Cassazione a Sezioni Unite con la pronuncia n. 18213 del 17.09.2015, il contratto resta valido per il canone apparente (quello di valore inferiore), mentre l’accordo simulatorio relativo al maggior canone è affetto da nullità insanabile anche laddove intervenga la registrazione tardiva. @Produzione Riservata Studio Legale Cimino www.studiolegalecimino.eu
  4. http://studiolegalecimino.eu/danno-privazione-della-figura-genitoriale/ È toccato da ultimo al Tribunale di Milano (Sent. 2938/2017) ripercorrere gli obblighi genitoriali e le responsabilità di tipo assistenziale. Il caso muove dalla richiesta di condanna formulata da una mamma che si è ritrovata a dover allevare da sola il figlio disabile nato da una relazione more uxorio: il compagno infatti, pur dopo aver riconosciuto il bambino, si è praticamente rifiutato di avere alcun rapporto con lui – sembra, proprio a causa della menomazione fisica di cui era affetto sin dalla nascita – e non ha mai, neanche in minima parte, contribuito al suo mantenimento e alle spese ordinarie. L’attrice chiedeva dunque la condanna del “papà” convenuto al rimborso delle spese sostenute, nonché al risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale patiti dal ragazzo a causa della totale assenza della figura paterna. Quanto alla domanda di ristoro del pregiudizio patrimoniale derivante dal mancato mantenimento del figlio ad opera del convenuto, il Tribunale ha osservato che l’obbligazione di mantenimento dei figli naturali sorge con la nascita, per il solo fatto di averli generati e persiste fino al conseguimento della loro indipendenza economica, con la conseguenza che, sulla base delle regole sancite ex art. 148 e 261 c.c. da interpretarsi alla luce del regime delle obbligazioni solidali ex art. 1299 c.c., nell’ipotesi in cui, uno dei genitori venga meno a tali obblighi, l’altro, che, invece, se ne sia fatto carico, ha diritto di regresso per la corrispondente quota, il cui rimborso ha natura indennitaria in quanto diretto a indennizzare il genitore degli esborsi sostenuti per il mantenimento del figlio. Quanto invece alla domanda di risarcimento dei danni non patrimoniali per la privazione del rapporto genitoriale, il Tribunale, premettendo che la presenza di entrambe le figure è imprescindibile ai fini di una corretta, sana ed equilibrata crescita dell’infante, soprattutto nelle prime fasi dello sviluppo, ha riscontrato nell’atteggiamento del convenuto - il quale pur avendo provveduto a riconoscere il figlio, l’ha sempre rifiutato non solo omettendo di contribuire al suo mantenimento , ma finanche rifiutando di vederlo, facendo in tal modo ricadere sulla madre tutto l’impegno di educare, curare ed assistere un figlio gravemente disabile – una violazione degli obblighi di *** morale, di educazione e di cura dei figli che alla luce delle gravi disabilità di cui è affetto il ragazzo è riconducibile ad un illecito civile ex art. 2043 c.c., con la conseguente sussistenza del danno da deprivazione della figura parentale paterna. Deve infatti prendersi in considerazione, a prescindere della rilevanza penale della condotta posta in essere dal convenuto sussumibile nell’alveo dell’art. 570 c.p che punisce la violazione degli obblighi di *** familiare, che il comportamento paterno ha esposto il ragazzo ad una situazione che indubbiamente ha influito negativamente sul suo sviluppo psichico già duramente messo alla prova dalla grave forma di paralisi cerebrale di cui è affetto. Invero all’esito della CTU condotta sul ragazzo è emersa una sensibilità emotiva particolarmente sviluppata che gli ha fatto percepire la totale assenza del padre in modo ancor più acuto rispetto a soggetti privi della disabilità. Appare evidente come la sentenza in esame suffraga il disegno di “famiglia” intesa come comunità, contemplato e arricchito dalla L. 219/2012 e dal D.Lgs. 154/2013 che hanno ulteriormente amplificato il “valore” del singolo membro nella comunità familiare, in cui il rispetto della dignità e della personalità di ogni componente del nucleo familiare assume i connotati di un diritto inviolabile, la cui lesione da parte di altro componente della famiglia, cosi come da parte del terzo, costituisce il presupposto logico della responsabilità civile, non potendo chiaramente ritenersi che diritti definiti come inviolabili ricevano diversa tutela a seconda che i loro titolari si pongano o meno all’interno di un contesto familiare. La giurisprudenza di legittimità è giunta, invero, a coniare l’appellativo di illeciti endofamiliari (Cass. n. 9801/2005 Cass. Civ.,n. 15481/2013) dei quali un esempio è proprio la deprivazione del rapporto genitoriale, in cui soggetto attivo è il genitore che omette di svolgere il ruolo da egli stesso scelto con la procreazione e soggetto passivo è il minore, che si vede privato, senza sua colpa, di uno dei genitori, la cui assenza non è compensata né compensabile dalla presenza dell’altro o dei parenti prossimi, così come d’altronde, non può ritenersi compensata dal mero sostegno economico. Assenza che segna la vita del fanciullo; Assenza che causa un danno alla sua stessa identità personale. Alla luce di tali principi applicati al caso concreto, il Tribunale ha condannato il papà convenuto al pagamento in favore dell’attrice, della somma pari a euro 100.000,00 a titolo di danni non patrimoniali subiti dal figlio, oltre al rimborso del 50% delle spese sostenute dalla nascita. @Produzione Riservata Studio Legale Gelsomina Cimino www.studiolegalecimino.eu
  5. http://studiolegalecimino.eu/confessione-incompatibile-messa-alla-prova/ La sentenza della Corte di Cassazione, Prima sezione penale, dello scorso 6 settembre 2017 n. 40512 interviene per ribadire (in tale senso si era in parte, già pronunciata la Cass. Sez. UU con la sentenza n. 33216 del 31.03.2016 in ordine all’analogo istituto introdotto dalla Legge n. 67/2014 per il rito ordinario contro imputati maggiorenni) come l’istituto della “messa alla prova” non richieda per la sua configurabilità, il requisito della “confessione”. Il caso riguarda il processo celebrato nei confronti di un minorenne accusato di favoreggiamento alla clandestinità, cui, già in fase di udienza preliminare era stata negata la possibilità di ricorrere alla messa alla prova di cui all’art. 28 del DPR 448/1988. La Corte d’Appello, rigettando l’appello proposto contro l’Ordinanza reiettiva già pronunciata in primo grado e condannando l’imputato nel merito, era pervenuta a tale conclusione in considerazione sia del prospettato stato di necessità addotto dall’imputato a sua discolpa; sia della richiesta di assoluzione che il difensore, a conclusione del processo, aveva formulato nell’interesse del proprio assistito: tutti elementi che secondo la Corte Territoriale sarebbero incompatibili con la richiesta di messa alla prova. L’istituto della sospensione del processo con relativa messa alla prova può essere considerato, senza alcun dubbio, la novità più rilevante e originale del nostro sistema penale minorile. Si tratta di un Istituto con il quale lo Stato rinuncia, in tutto o in parte, alla sua pretesa punitiva in cambio della dimostrazione, da parte del reo, di aver compreso il disvalore della propria condotta deviante e di impegnarsi, con azioni concrete, a non commettere in futuro alcun tipo di reato. La caratteristica qualificante di tale istituto, all’interno di un processo a carico di un imputato minorenne, risiede proprio nella sua collocazione: ricorrere alla messa alla prova, comporta, che la decisione sulla responsabilità penale e sulla conseguente (ed eventuale) irrogazione della pena, venga rimandata all’esito della prova. Alla commissione di un gesto criminale, da parte di un minore, l’ordinamento, di fronte al reale e concreto impegno di cambiamento da parte dell’autore, rinuncia non solo a eseguire la pena ma, addirittura, a proseguire il processo, rimandando la pronuncia di una eventuale condanna alla reclusione. L’istituto della messa alla prova diventa uno strumento di autostima e di responsabilizzazione per il minore autore di reato e, in linea con l’intera impostazione sottesa al processo minorile, si impegna a spostare l’attenzione dal fatto, alla personalità dell’imputato. Il principio che è alla base, risponde alla consapevolezza che il recupero del giovane risulta più idoneo, alle esigenze di una personalità in formazione, se condotto nell’ambiente di vita quotidiana piuttosto che all’interno di un carcere che, come è noto, è solo in grado di impoverire e di isolare. La Cassazione, accogliendo il ricorso, fondato quasi esclusivamente sull’illegittima reiezione della richiesta di messa alla prova – che rammentiamo non è altrimenti impugnabile se non la sentenza definitiva – precisa – non senza qualche richiamo a sentenza SS.UU. del 2016 – che la confessione può certo rappresentare un elemento utile per arrivare a un giudizio favorevole sull’evoluzione della personalità dell’imputato verso un pieno reinserimento sociale; tuttavia non ne costituisce un presupposto necessario per deliberare l’accesso alla messa in prova, potendo tale prognosi favorevole essere formulata anche in mancanza dell’espressa ammissione dell’addebito, sempre che la condotta dell’indagato o imputato “non trasmodi nella corriva negazione delle evidenza fattuali certe e, sottraendosi alla leale collaborazione nel processo, finisca per determinare la contestazione da parte sua della stessa funzione della messa alla prova, che nell’alveo di quel processo, gli viene offerta come opportunità di reinserimento sociale, impregiudicata la verifica conclusiva dell’ipotesi accusatoria”. Maggior peso deve invece avere un’attenta considerazione della condotta per valutare se il fatto contestato possa essere considerato un episodio del tutto occasionale o se, invece, costituisce il sintomo di un sistema di vita e, quindi, per determinare se sussista la concreta possibilità dell’evoluzione della personalità del minore verso modelli socialmente adeguati. Le stesse Sezioni unite (seppur chiamate a formulare il principio di diritto circa l’immediata impugnabilità o meno dell’Ordinanza reiettiva della richiesta sulla messa alla prova), con la sentenza n. 33216, sottolinearono come “il giudice nella concessione della messa in prova anticipa una sorta di cripto-processo sul fatto, sull’autore e sull’efficacia del beneficio, con il conseguente spostamento in sede di cognizione degli aspetti relativi al profilo trattamentale e per alcuni profili esecutivo, sino alla pronuncia in sede di cognizione, all’esito della positiva conclusione della esecuzione della messa alla prova, della dichiarativa dell’estinzione del reato in caso di esito positivo”. La Corte di Cassazione dunque, con la sentenza in commento, ha sottolineato come i criteri che il Giudice, chiamato a valutare la possibilità di sospendere il processo e inserire l’imputato in un percorso di messa alla prova, debba valutare primariamente, oltre alla capacità di intendere e di volere del reo, sono la sua effettiva inclinazione – attraverso un positivo giudizio prognostico – a collaborare con il sistema penale, ciò che può essere riscontrato nella non negazione delle circostanze fattuali; il fatto che l’imputato non si ponga come “vittima incompresa”; esclusa invece la necessità che sussista una confessione che, al contrario, laddove la messa alla prova avesse esito negativo e il processo per l’accertamento della penale responsabilità dell’imputato riprendesse, si porrebbe in contrasto con le regole del giusto processo e con le tecniche defensionali. In conclusione e in applicazione di tali principi, la sentenza della Corte d’Appello è stata annullata e rinviata la decisione sul punto del ricorso alla messa alla prova, ad altra sezione dello stesso Giudice d’appello. @Produzione Riservata Studio Legale Gelsomina Cimino www.studiolegalecimino.eu
  6. http://studiolegalecimino.eu/confessione-incompatibile-messa-alla-prova/ La sentenza della Corte di Cassazione, Prima sezione penale, dello scorso 6 settembre 2017 n. 40512 interviene per ribadire (in tale senso si era in parte, già pronunciata la Cass. Sez. UU con la sentenza n. 33216 del 31.03.2016 in ordine all’analogo istituto introdotto dalla Legge n. 67/2014 per il rito ordinario contro imputati maggiorenni) come l’istituto della “messa alla prova” non richieda per la sua configurabilità, il requisito della “confessione”. Il caso riguarda il processo celebrato nei confronti di un minorenne accusato di favoreggiamento alla clandestinità, cui, già in fase di udienza preliminare era stata negata la possibilità di ricorrere alla messa alla prova di cui all’art. 28 del DPR 448/1988. La Corte d’Appello, rigettando l’appello proposto contro l’Ordinanza reiettiva già pronunciata in primo grado e condannando l’imputato nel merito, era pervenuta a tale conclusione in considerazione sia del prospettato stato di necessità addotto dall’imputato a sua discolpa; sia della richiesta di assoluzione che il difensore, a conclusione del processo, aveva formulato nell’interesse del proprio assistito: tutti elementi che secondo la Corte Territoriale sarebbero incompatibili con la richiesta di messa alla prova. L’istituto della sospensione del processo con relativa messa alla prova può essere considerato, senza alcun dubbio, la novità più rilevante e originale del nostro sistema penale minorile. Si tratta di un Istituto con il quale lo Stato rinuncia, in tutto o in parte, alla sua pretesa punitiva in cambio della dimostrazione, da parte del reo, di aver compreso il disvalore della propria condotta deviante e di impegnarsi, con azioni concrete, a non commettere in futuro alcun tipo di reato. La caratteristica qualificante di tale istituto, all’interno di un processo a carico di un imputato minorenne, risiede proprio nella sua collocazione: ricorrere alla messa alla prova, comporta, che la decisione sulla responsabilità penale e sulla conseguente (ed eventuale) irrogazione della pena, venga rimandata all’esito della prova. Alla commissione di un gesto criminale, da parte di un minore, l’ordinamento, di fronte al reale e concreto impegno di cambiamento da parte dell’autore, rinuncia non solo a eseguire la pena ma, addirittura, a proseguire il processo, rimandando la pronuncia di una eventuale condanna alla reclusione. L’istituto della messa alla prova diventa uno strumento di autostima e di responsabilizzazione per il minore autore di reato e, in linea con l’intera impostazione sottesa al processo minorile, si impegna a spostare l’attenzione dal fatto, alla personalità dell’imputato. Il principio che è alla base, risponde alla consapevolezza che il recupero del giovane risulta più idoneo, alle esigenze di una personalità in formazione, se condotto nell’ambiente di vita quotidiana piuttosto che all’interno di un carcere che, come è noto, è solo in grado di impoverire e di isolare. La Cassazione, accogliendo il ricorso, fondato quasi esclusivamente sull’illegittima reiezione della richiesta di messa alla prova – che rammentiamo non è altrimenti impugnabile se non la sentenza definitiva – precisa – non senza qualche richiamo a sentenza SS.UU. del 2016 – che la confessione può certo rappresentare un elemento utile per arrivare a un giudizio favorevole sull’evoluzione della personalità dell’imputato verso un pieno reinserimento sociale; tuttavia non ne costituisce un presupposto necessario per deliberare l’accesso alla messa in prova, potendo tale prognosi favorevole essere formulata anche in mancanza dell’espressa ammissione dell’addebito, sempre che la condotta dell’indagato o imputato “non trasmodi nella corriva negazione delle evidenza fattuali certe e, sottraendosi alla leale collaborazione nel processo, finisca per determinare la contestazione da parte sua della stessa funzione della messa alla prova, che nell’alveo di quel processo, gli viene offerta come opportunità di reinserimento sociale, impregiudicata la verifica conclusiva dell’ipotesi accusatoria”. Maggior peso deve invece avere un’attenta considerazione della condotta per valutare se il fatto contestato possa essere considerato un episodio del tutto occasionale o se, invece, costituisce il sintomo di un sistema di vita e, quindi, per determinare se sussista la concreta possibilità dell’evoluzione della personalità del minore verso modelli socialmente adeguati. Le stesse Sezioni unite (seppur chiamate a formulare il principio di diritto circa l’immediata impugnabilità o meno dell’Ordinanza reiettiva della richiesta sulla messa alla prova), con la sentenza n. 33216, sottolinearono come “il giudice nella concessione della messa in prova anticipa una sorta di cripto-processo sul fatto, sull’autore e sull’efficacia del beneficio, con il conseguente spostamento in sede di cognizione degli aspetti relativi al profilo trattamentale e per alcuni profili esecutivo, sino alla pronuncia in sede di cognizione, all’esito della positiva conclusione della esecuzione della messa alla prova, della dichiarativa dell’estinzione del reato in caso di esito positivo”. La Corte di Cassazione dunque, con la sentenza in commento, ha sottolineato come i criteri che il Giudice, chiamato a valutare la possibilità di sospendere il processo e inserire l’imputato in un percorso di messa alla prova, debba valutare primariamente, oltre alla capacità di intendere e di volere del reo, sono la sua effettiva inclinazione – attraverso un positivo giudizio prognostico – a collaborare con il sistema penale, ciò che può essere riscontrato nella non negazione delle circostanze fattuali; il fatto che l’imputato non si ponga come “vittima incompresa”; esclusa invece la necessità che sussista una confessione che, al contrario, laddove la messa alla prova avesse esito negativo e il processo per l’accertamento della penale responsabilità dell’imputato riprendesse, si porrebbe in contrasto con le regole del giusto processo e con le tecniche defensionali. In conclusione e in applicazione di tali principi, la sentenza della Corte d’Appello è stata annullata e rinviata la decisione sul punto del ricorso alla messa alla prova, ad altra sezione dello stesso Giudice d’appello. @Produzione Riservata Studio Legale Gelsomina Cimino www.studiolegalecimino.eu
  7. http://studiolegalecimino.eu/abusivismo-lacquisizione-dellarea-al-patrimonio-del-comune-non-senza-limiti/ La sentenza Tribunale Amministrativo Regionale per la Regione Campania n. 2478/2017 interviene ad interpretare il combinato disposto dei commi 1 e 2 dell’art. 31 del D.P.R. 380/2001 (Testo Unico Edilizia), riguardanti la materia degli abusi edilizi immobiliari con particolare riferimento alla specifica conseguenza di carattere sanzionatorio, dell’acquisizione dell’area al patrimonio indisponibile del Comune. La sentenza muove dall’impugnativa, a cura del ricorrente dell’ordinanza di demolizione di un’opera costruita in totale assenza del permesso di costruire consistente in “un piano terraneo costituito da murature perimetrali e copertura a falda con lamiere coibentate, completo e tenuto in uso, avente una superficie di mq, 100 ca. e per una volumetria di mc. 350” emessa dal Responsabile del Servizio Urbanistica ai sensi dell’articolo 31 D.P.R 380/201, che definisce .gli interventi eseguiti in totale difformità dal permesso di costruire come quegli interventi “che comportano la realizzazione di un organismo edilizio integralmente diverso per caratteristiche tipologiche, planovolumetriche o di utilizzazione da quello oggetto del permesso stesso, ovvero l'esecuzione di volumi edilizi oltre i limiti indicati nel progetto e tali da costituire un organismo edilizio o parte di esso con specifica rilevanza ed autonomamente utilizzabile.” Il citato articolo prevede che in questi casi il dirigente o il responsabile del competente ufficio comunale, accertata l'esecuzione di interventi in assenza di permesso o in totale difformità dal medesimo, ovvero con variazioni essenziali, determinate ai sensi dell'articolo 32, ingiunge al proprietario e al responsabile dell'*** la rimozione o la demolizione, indicando nel provvedimento l'area che viene acquisita di diritto, ai sensi del comma 3 del cit. art. 31 Testo Unico Edilizia. Nel merito Il ricorrente lamentava l’inapplicabilità del suddetto regime sanzionatorio per molteplici motivi, tra i quali la mancata individuazione, nell’ordinanza di demolizione, dell’area soggetta ad acquisizione gratuita al patrimonio comunale, nonché l’applicazione di un regime sanzionatorio eccessivo per una casistica per la quale al più la pena dovrebbe essere di tipo pecuniario. Il ricorrente, peraltro, deduceva l’improduttività di effetti dell’ingiunzione in virtù della presentazione dell’istanza di accertamento di conformità dell’art. 36 dello stesso Testo Unico. Il Tribunale Amministrativo, analizzando la normativa vigente, giunge ad escludere, in primo luogo, che la sanzione applicabile possa consistere in una mera pena pecuniaria, vertendosi nella specifica ipotesi di “costruzione in assenza del permesso di costruire” con trasformazione del territorio. Osserva quindi, che l’ingiunzione di demolizione è imposta dalla norma e prescinde dalla conformità urbanistica del manufatto abusivo: dacchè non rileva che l’interessato abbia presentato apposita istanza di accertamento di conformità, la quale, in ogni caso, avrebbe potuto solo produrre l’effetto di sospendere l’efficacia dell’Ordinanza di demolizione ma certo non di inficiarne la legittimità. Infine, in ordine al motivo di ricorso concernente la mancata indicazione dell’area di sedime da sottoporre ad acquisizione, il TAR, richiamandosi ad una sentenza del Consiglio di Stato del 2013, liquida la questione assumendo che “la specificazione dell’area di sedime non costituisce elemento essenziale dell’ordine di demolizione”. Sul punto, giova rimarcare che, al contrario, la giurisprudenza maggioritaria è ferma nel ritenere che “l'individuazione dell'area di pertinenza della “res abusiva” deve compiersi al momento dell'emanazione del provvedimento con il quale viene accertata l'inottemperanza e con cui si procede all'acquisizione gratuita del bene al patrimonio del Comune, indicazione che deve, quindi, essere contenuta nell'atto d'acquisizione, a pena d'illegittimità di quest'ultimo, costituendo esso titolo per l'immissione in possesso dell'opera e per la trascrizione nei registri immobiliari” (così, TAR Lazio, sez. II-ter, 2 gennaio 2012, n. 9, che richiama TAR Campania, sez. IV, 21 settembre 2002, n. 5429; in termini, TAR Lazio, sez. I-quater, 4 aprile 2011, n. 2918). Altra questione è quella relativa all’ipotesi in cui l’area oggetto di demolizione sia stata assegnata in godimento a terzi: si pensi all’ipotesi del conduttore che esegua opere “abusive”: in questo caso è previsto che il provvedimento vada comunque notificato al proprietario oltre che all’effettivo responsabile dell’*** (nella specie il conduttore) ma, ferma la responsabilità di ordine pecuniario circa la messa in pristino, la sanzione accessoria dell’acquisizione al Comune, non potrà considerarsi efficace nei confronti del proprietario. @Produzione Riservata Studio Legale Gelsomina Cimino www.studiolegalecimino.eu
  8. La recente sentenza 3961/2017 del Giudice di Pace di Milano interviene nuovamente a ribadire l’esclusione dall’ipotesi di corresponsabilità prevista dall’art. 2054 3° co. c.c. del concedente- proprietario del veicolo concesso in leasing. La vicenda prende le mosse dalla controversia insorta tra l’attore vittima di un sinistro il quale, a mente dell’art. 2054 3° co. ***. aveva chiamato in giudizio per il ristoro dei danni patiti, non solo il conducente e la compagnia assicurativa, ma la stessa società di leasing quale proprietaria del veicolo. In questo contesto la società di leasing, costituendosi in giudizio aveva eccepito la propria carenza di legittimazione passiva in quanto proprietaria concedente in locazione finanziaria il veicolo. Il giudice di Pace richiamando la ormai consolidata giurisprudenza di legittimità ha ritenuto di accogliere la domanda di estromissione in quanto, nei casi di veicoli concessi in leasing il ragionamento da attuare per individuare il corresponsabile e il conseguente litisconsorte necessario non è lo stesso applicabile per i veicoli in piena proprietà e condotti da terzi. Invero, come ha più volte chiarito la Suprema Corte, per il disposto dell’art. 91 CdS (D. Lgs. n. 285 del 1992), in caso di danni provocati dalla circolazione di autoveicoli concessi in locazione finanziaria, il corresponsabile con il conducente ai sensi dell’art. 2054, comma 3, c.c. è esclusivamente l’utilizzatore del veicolo e non il concedente-proprietario (ex multis Cass. n. 14635/2014, Cass. Sent. nr. 947 del 2012; Cass. Sent. del 25/05/2004, n. 10034; Cass. n. 12192/1999), ciò in quanto, diversamente, si verrebbe a configurare una situazione incongruente per la quale il concedente- proprietario sarebbe chiamato a rispondere dei danni causati da un bene del quale non ha più la materiale disponibilità Ne deriva quindi che in caso di veicolo concesso a leasing “si verte in materia di responsabilità per fatto altrui (del conducente cioè) e la ratio della responsabilità in solido con quest’ultimo si fonda sulla relazione qualificata tra il soggetto da ritenersi responsabile e la cosa, relazione che, in caso di locazione finanziaria, concerne l’utilizzatore e non anche il proprietario concedente, il quale non ha più il possesso del veicolo né la disponibilità giuridica e non è in grado di controllarne la circolazione” Tuttavia, è bene sottolineare che, laddove si verta in tema di sanzioni amministrative o di qualsiasi altra misura ablativa che concerni la res locata, la società di leasing – raggiunta dalla contestazione dell’illecito – ha, si l’onere di comunicare all’Autorità procedente i dati dell’utilizzatore, ma ha altresì il dovere di informare l’effettivo destinatario della contestazione affinchè questi – cui l’accertamento andrà comunque notificato a cura dell’Autorità – sia posto in condizione di esercitare i suoi diritti di impugnativa. @Produzione Riservata Studio Legale Cimino www.studiolegalecimino.eu
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  11. Con la sentenza 16601/2017, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione si sono espresse sull’interessante questione della compatibilità del risarcimento punitivo con il sistema giuridico italiano, riconoscendo in modo diretto la compatibilità con l'ordinamento italiano dei risarcimenti punitivi, così ampliando l'interpretazione della responsabilità civile. I danni punitivi, sono un istituto giuridico degli ordinamenti di common law e, in particolare, degli Stati Uniti, in virtù del quale, è riconosciuto al danneggiato un risarcimento ulteriore rispetto a quello strettamente necessario a ripristinare lo status quo ante. Fino ad oggi in Italia si mirava ad escludere la legittimità di una condanna al pagamento di una somma a carattere "punitivo"; la Cassazione infatti negli unici casi in cui era stata chiamata a pronunciarsi sul tema (Sent. n.1183/2007 e Sent. n. 1781/2012), ha sempre negato la riconoscibilità di una tale condanna perché contraria all’ordine pubblico ritenendo che: "punizione e sanzione siano estranei al risarcimento del danno visto che alla responsabilità civile è assegnato il compito precipuo di restaurare la sfera patrimoniale del soggetto che ha subito la lesione mediante il pagamento di una somma di denaro che tenda a eliminare le conseguenze del danno arrecato”. La sentenza in commento ha invece totalmente riformato i precedenti orientamenti affermando che, nel vigente ordinamento, alla responsabilità civile non è assegnato solo il compito di restaurare la sfera patrimoniale del soggetto che ha subito la lesione, nè si può sottacere che al nostro ordinamento non sono estranee ipotesi di risarcimenti “punitivi”, dove la funzione di deterrenza si coordina con quella sanzionatoria. Ed invero, rimarca la Corte, esistono nell’ordinamento italiano tutta una serie di disposizioni legislative in vigore ormai da anni e che costituiscono chiare ipotesi sanzionatorie (punitive) come ad esempio il rinomato art. 18 dello Statuto dei Lavoratori e numerosi altri esempi che le Sezioni Unite hanno opportunamente elencato a pagg 18-19 della sentenza. Ciò nonostante, prosegue la Corte, “non significa che l’istituto aquiliano abbia mutato la sua essenza e che questa curvatura deterrente/sanzionatoria” consenta ai giudici di accentuare liberamente le condanne, liquidando oltre la somma necessaria a ristorare il danno patito. Com’e’ noto, infatti, ogni prestazione personale esige una “intermediazione legislativa”, dunque, nel sistema italiano la condanna al pagamento di una somma ulteriore a quella strettamente necessaria per ristabilire lo status quo ante, costituisce ancora un’eccezione che, in quanto tale, deve essere legittimata da una specifica previsione legislativa. L’auspicio di chi scrive è che il legislatore intervenga quanto prima per delineare ambiti e circostanze di un istituto che, laddove lasciato alla libera interpretazione dei Giudici, potrebbe dar luogo ad aberranti arricchimenti del danneggiato, in netto contrasto con l’art. 25, co. 2 della Costituzione e del principio di tassatività oltre che, sul piano più squisitamente civilistico, dell’art. 23 Cost. che contempla la riserva di legge per ogni prestazione personale o patrimoniale. Non c’e’ dubbio infatti che secondo l’attuale formulazione dei principi fondamentali che sovrintendono il nostro Ordinamento, mentre la responsabilità penale reagisce alla condotta illecita mediante la pena e la sanzione, la responsabilità civile si struttura come conseguenza del danno e il risarcimento come suo mezzo di tutela: un’applicazione generalizzata dei punitive damages finirebbe per stravolgere tali assunti fondamentali senza che – data l’assenza di norme ad hoc – il danneggiato finale possa in alcun modo tutelarsi. @Produzione Riservata Studio Legale Gelsomina Cimino www.studiolegalecimino.eu
  12. Se, da un lato, è pacifica la possibilità di annoverare tra le condotte integranti il mobbing quelle contraddistinte da “una condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico, sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del lavoratore nell’ambiente di lavoro, che si risolve in sistematici e reiterati comportamenti ostili che finiscono per assumere forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica, da cui può conseguire la mortificazione morale e l’emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio psichico e del complesso della sua personalità” (Cassazione Civile, Sezione Lavoro, sentenza n. 87 del 2012); dall’altro, la recente giurisprudenza è giunta ad affermare che qualora la situazione di stallo dovesse derivare dalla condotta del dirigente, che, violando le norme e discriminando un dipendente nell’organizzazione del lavoro, volutamente eviti di affidargli precisi compiti, si potrebbe configurare ugualmente un caso di vero e proprio mobbing, concretizzato mediante l’emarginazione e l’isolamento del lavoratore.(Cassazione Civile, Sezione Lavoro, sentenza del 3 febbraio 2016, n. 9899). Al riguardo, giova precisare che in tema di mansioni, il comportamento del datore di lavoro che lascia in condizione di inattività il dipendente non solo viola l'art. 2103 c.c., ma è al tempo stesso lesivo del fondamentale diritto al lavoro, inteso soprattutto come mezzo di estrinsecazione della personalità di ciascun cittadino, nonché dell'immagine e della professionalità del dipendente, ineluttabilmente mortificate dal mancato esercizio delle prestazioni tipiche della qualifica di appartenenza; tale condotta comporta una lesione di un bene immateriale per eccellenza, qual è la dignità professionale del lavoratore, intesa come esigenza umana di manifestare la propria utilità e le proprie capacità nel contesto lavorativo, e tale lesione produce automaticamente un danno (non economico, ma comunque) rilevante sul piano patrimoniale (per la sua attinenza agli interessi personali del lavoratore), suscettibile di valutazione e risarcimento anche in via equitativa. A tal fine, il giudice deve tenere conto dell'insieme dei pregiudizi sofferti, ivi compresi quelli esistenziali, purché sia provata nel giudizio l'autonomia e la distinzione degli stessi, dovendo, provvedere all'integrale riparazione secondo un criterio di personalizzazione del danno, che, escluso ogni meccanismo semplificato di liquidazione di tipo automatico, tenga conto, pur nell'ambito di criteri predeterminati, delle condizioni personali e soggettive del lavoratore e della gravità della lesione e, dunque, delle particolarità del caso concreto e della reale entità del danno. (Cassazione Civile, Sezione VI, n. 7963 del 2012). Quel che si rileva è, quindi, che il lavoratore - cui l’art. 2103 c.c riconosce esplicitamente il diritto a svolgere le mansioni per le quali è stato assunto ovvero equivalenti alle ultime effettivamente svolte - ha "a fortiori" il diritto a non essere lasciato in condizioni di forzata inattività e senza assegnazione di compiti, ancorché senza conseguenze sulla retribuzione! Da quanto appena affermato, consegue che in capo al dipendente non solo sorge il dovere, ma anche il diritto all'esecuzione della propria prestazione lavorativa - cui il datore di lavoro ha il correlato obbligo di adibirlo - costituendo il lavoro non solo un mezzo di guadagno, ma anche un mezzo di estrinsecazione della personalità di ciascun cittadino. Pertanto, la violazione di tale diritto del lavoratore all'esecuzione della propria prestazione è fonte di responsabilità risarcitoria per il datore di lavoro; responsabilità che, peraltro, derivando dall'inadempimento di un'obbligazione, resta pienamente soggetta alle regole generali in materia di responsabilità contrattuale: sicché, se essa prescinde da uno specifico intento di declassare o svilire il lavoratore a mezzo della privazione dei suoi compiti, la responsabilità stessa deve essere nondimeno esclusa - oltre che nei casi in cui possa ravvisarsi una causa giustificativa del comportamento del datore di lavoro connessa all'esercizio di poteri imprenditoriali, garantiti dall'art. 41 Cost., ovvero di poteri disciplinari - anche quando l'inadempimento della prestazione derivi comunque da causa non imputabile all'obbligato, fermo restando che, ai sensi dell'art. 2118 c.c., l'onere della prova della sussistenza delle ipotesi ora indicate grava sul datore di lavoro, in quanto avente, per questo verso, la veste di debitore. Per l’effetto, il quadro che va delineandosi, non è la pura e semplice ipotesi di “demansionamento professionale” il quale presuppone l’adibizione del lavoratore a mansioni inferiori rispetto a quelle di appartenenza e quindi comunque lo svolgimento di una attività lavorativa, bensì la forma più grave di dequalificazione e demansionamento, ovvero l’inattività forzata del lavoratore. Tale conclusione è confermata dalla Suprema Corte di Cassazione che ha ribadito l’orientamento secondo cui il comportamento del datore di lavoro che lascia il proprio dipendente in condizione di inattività non solo mortifica l’immagine e la professionalità di quest’ultimo, ma comporta la lesione di un bene immateriale per eccellenza qual è la dignità professionale, intesa come esigenza umana di manifestare la propria utilità e le proprie capacità nel contesto lavorativo. Va da sé che l’impossibilità di svolgere il lavoro per il quale si è idonei comporta un decremento della professionalità, intesa come l’insieme delle conoscenze teoriche e delle capacità pratiche che si acquisiscono mediante il concreto svolgimento dell’attività lavorativa o, anche, come il bagaglio di esperienze e di specifiche abilità che si conseguono con l’applicazione concreta delle nozioni teoriche e pratiche acquisite. Alla luce di tali premesse, il Giudice, a seguito di espletamento di apposita consulenza tecnica d’ufficio, dovrà procedere alla valutazione equitativa del danno causato dal comportamento aziendale, tenendo presenti, ai fini della sua determinazione, i seguenti elementi: a)complessità delle mansioni svolte in base alla qualifica di appartenenza; b) grado di responsabilità correlato alle mansioni e relativo grado di obsolescenza, in relazione alla concreta situazione strutturale, risultando maggiormente apprezzabile il danno arrecato a mansioni di più elevata professionalità; c) protrazione nel tempo del comportamento illegittimo dell’azienda. Atteso che gli effetti della lesione del bene salute ovvero dei danni psicofisici ai valori della vita e alla corretta fruizione dell’ambiente naturale e sociale in cui si svolge la vita di relazione incidono significativamente sulla vita dell’individuo, questo danno deve essere valutato alla luce delle dimensioni più articolate della odierna società, comprendendovi altresì il danno psicofisico, definito come danno biologico. @Produzione Riservata Studio Legale Gelsomina Cimino www.studiolegalecimino.eu
  13. Se, da un lato, è pacifica la possibilità di annoverare tra le condotte integranti il mobbing quelle contraddistinte da “una condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico, sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del lavoratore nell’ambiente di lavoro, che si risolve in sistematici e reiterati comportamenti ostili che finiscono per assumere forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica, da cui può conseguire la mortificazione morale e l’emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio psichico e del complesso della sua personalità” (Cassazione Civile, Sezione Lavoro, sentenza n. 87 del 2012); dall’altro, la recente giurisprudenza è giunta ad affermare che qualora la situazione di stallo dovesse derivare dalla condotta del dirigente, che, violando le norme e discriminando un dipendente nell’organizzazione del lavoro, volutamente eviti di affidargli precisi compiti, si potrebbe configurare ugualmente un caso di vero e proprio mobbing, concretizzato mediante l’emarginazione e l’isolamento del lavoratore.(Cassazione Civile, Sezione Lavoro, sentenza del 3 febbraio 2016, n. 9899). Al riguardo, giova precisare che in tema di mansioni, il comportamento del datore di lavoro che lascia in condizione di inattività il dipendente non solo viola l'art. 2103 c.c., ma è al tempo stesso lesivo del fondamentale diritto al lavoro, inteso soprattutto come mezzo di estrinsecazione della personalità di ciascun cittadino, nonché dell'immagine e della professionalità del dipendente, ineluttabilmente mortificate dal mancato esercizio delle prestazioni tipiche della qualifica di appartenenza; tale condotta comporta una lesione di un bene immateriale per eccellenza, qual è la dignità professionale del lavoratore, intesa come esigenza umana di manifestare la propria utilità e le proprie capacità nel contesto lavorativo, e tale lesione produce automaticamente un danno (non economico, ma comunque) rilevante sul piano patrimoniale (per la sua attinenza agli interessi personali del lavoratore), suscettibile di valutazione e risarcimento anche in via equitativa. A tal fine, il giudice deve tenere conto dell'insieme dei pregiudizi sofferti, ivi compresi quelli esistenziali, purché sia provata nel giudizio l'autonomia e la distinzione degli stessi, dovendo, provvedere all'integrale riparazione secondo un criterio di personalizzazione del danno, che, escluso ogni meccanismo semplificato di liquidazione di tipo automatico, tenga conto, pur nell'ambito di criteri predeterminati, delle condizioni personali e soggettive del lavoratore e della gravità della lesione e, dunque, delle particolarità del caso concreto e della reale entità del danno. (Cassazione Civile, Sezione VI, n. 7963 del 2012). Quel che si rileva è, quindi, che il lavoratore - cui l’art. 2103 c.c riconosce esplicitamente il diritto a svolgere le mansioni per le quali è stato assunto ovvero equivalenti alle ultime effettivamente svolte - ha "a fortiori" il diritto a non essere lasciato in condizioni di forzata inattività e senza assegnazione di compiti, ancorché senza conseguenze sulla retribuzione! Da quanto appena affermato, consegue che in capo al dipendente non solo sorge il dovere, ma anche il diritto all'esecuzione della propria prestazione lavorativa - cui il datore di lavoro ha il correlato obbligo di adibirlo - costituendo il lavoro non solo un mezzo di guadagno, ma anche un mezzo di estrinsecazione della personalità di ciascun cittadino. Pertanto, la violazione di tale diritto del lavoratore all'esecuzione della propria prestazione è fonte di responsabilità risarcitoria per il datore di lavoro; responsabilità che, peraltro, derivando dall'inadempimento di un'obbligazione, resta pienamente soggetta alle regole generali in materia di responsabilità contrattuale: sicché, se essa prescinde da uno specifico intento di declassare o svilire il lavoratore a mezzo della privazione dei suoi compiti, la responsabilità stessa deve essere nondimeno esclusa - oltre che nei casi in cui possa ravvisarsi una causa giustificativa del comportamento del datore di lavoro connessa all'esercizio di poteri imprenditoriali, garantiti dall'art. 41 Cost., ovvero di poteri disciplinari - anche quando l'inadempimento della prestazione derivi comunque da causa non imputabile all'obbligato, fermo restando che, ai sensi dell'art. 2118 c.c., l'onere della prova della sussistenza delle ipotesi ora indicate grava sul datore di lavoro, in quanto avente, per questo verso, la veste di debitore. Per l’effetto, il quadro che va delineandosi, non è la pura e semplice ipotesi di “demansionamento professionale” il quale presuppone l’adibizione del lavoratore a mansioni inferiori rispetto a quelle di appartenenza e quindi comunque lo svolgimento di una attività lavorativa, bensì la forma più grave di dequalificazione e demansionamento, ovvero l’inattività forzata del lavoratore. Tale conclusione è confermata dalla Suprema Corte di Cassazione che ha ribadito l’orientamento secondo cui il comportamento del datore di lavoro che lascia il proprio dipendente in condizione di inattività non solo mortifica l’immagine e la professionalità di quest’ultimo, ma comporta la lesione di un bene immateriale per eccellenza qual è la dignità professionale, intesa come esigenza umana di manifestare la propria utilità e le proprie capacità nel contesto lavorativo. Va da sé che l’impossibilità di svolgere il lavoro per il quale si è idonei comporta un decremento della professionalità, intesa come l’insieme delle conoscenze teoriche e delle capacità pratiche che si acquisiscono mediante il concreto svolgimento dell’attività lavorativa o, anche, come il bagaglio di esperienze e di specifiche abilità che si conseguono con l’applicazione concreta delle nozioni teoriche e pratiche acquisite. Alla luce di tali premesse, il Giudice, a seguito di espletamento di apposita consulenza tecnica d’ufficio, dovrà procedere alla valutazione equitativa del danno causato dal comportamento aziendale, tenendo presenti, ai fini della sua determinazione, i seguenti elementi: a)complessità delle mansioni svolte in base alla qualifica di appartenenza; b) grado di responsabilità correlato alle mansioni e relativo grado di obsolescenza, in relazione alla concreta situazione strutturale, risultando maggiormente apprezzabile il danno arrecato a mansioni di più elevata professionalità; c) protrazione nel tempo del comportamento illegittimo dell’azienda. Atteso che gli effetti della lesione del bene salute ovvero dei danni psicofisici ai valori della vita e alla corretta fruizione dell’ambiente naturale e sociale in cui si svolge la vita di relazione incidono significativamente sulla vita dell’individuo, questo danno deve essere valutato alla luce delle dimensioni più articolate della odierna società, comprendendovi altresì il danno psicofisico, definito come danno biologico. @Produzione Riservata Studio Legale Gelsomina Cimino www.studiolegalecimino.eu