NON CI FIDMAIO

comunque   voterò  no  convintamente 

Abbiamo capito la linea.

Da una parte Di Maio e i suoi che prima argomentano con sforbiciate di poltrone (salvo poi rinnovarsi il mandato zero, uno, due, tre...), poi con i risparmi (salvo poi scoprire che lo staff di Di Maio costa più di tutti i suoi predecessori), poi con il voto contro il palazzo (ma non sono gli accordi di Palazzo che hanno portato di Maio alla guida di due Ministeri?).

Dall'altra, abbiamo la linea di Zingaretti, Bonaccini, Bersani, Delrio &co. che fondamentalmente chiedono di fare un atto di fiducia, di votare un SI a scatola chiusa assicurando che si aprirà una grande stagione di riforme parlamentari ed elettorali.

Peccato che poi vai a vedere i fatti e scopri che del famoso “accordo di governo” sulla legge elettorale nulla è stato rispettato, che questa riforma non è altro che l’ultima spiaggia per Di Maio (che nel frattempo ha disintegrato il 20% dei consensi del Movimento).

Nessuna nuova legge elettorale, nessun correttivo, nessuna modifica del procedimento di elezione del Presidente della Repubblica. Quindi, ricapitolando, ci viene chiesto di fidarci di un leader populista che tiene in scacco un partito che continua a prendere dei pali nei denti.

Risultato: la riforma della legge elettorale che Bonaccini dava per certa si è già arenata perché Renzi non la vuole, i correttivi che Bersani dà per ovvi sono ancora tutti da discutere, la grande stagione di riforme che Zingaretti vede alle porte non la vede nessun altro, la revisione dei decreti sicurezza che Delrio annunciava mesi fa è rimasta un miraggio, alle regionali invece di fare fronte comune tocca sperare nelle sardine perché “siamo disperati “, il MES che ci servirebbe come il pane non lo possiamo usare e Dulcis in fundo: se a inizio ottobre cadesse il Governo si andrebbe a votare con i listini bloccati e le rinunce pilotate e allora sì che la Kasta avrà vinto per davvero!

Insomma, finirà come con la riforma della prescrizione e delle intercettazioni, entrate in vigore senza la necessaria revisione del processo penale nel suo complesso.

È legittimo che qualcuno ancora voglia credere alle favole, ma ci scuserete se decidiamo di non fidarci e voteremo convintamente NO.

#6000sardine

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LE BUGIE DEI “TAGLIATORI DI POLTRONE”

Non ci sono “poltrone” da tagliare in Parlamento, tranne quelle dei presidenti del Senato e della Camera, perché senatori e deputati si siedono su “scranni”, che sono banchi, uno attaccato all'altro e disposti ad emiciclo, con il sedile ribaltabile.Le “poltrone” del potere governativo sono altre: quelle del presidente del Consiglio, dei ministri, viceministri e sottosegretari di Stato, spesso corredate da pletorici e ben remunerati “uffici di gabinetto”, uffici stampa, segreterie personali e auto “blu” con relativi autisti.Su questo fronte, il Governo Conte 2 a trazione grillina non ha fatto sconti ai contribuenti italiani, insediando su altrettante “poltrone” 24 ministri, 11 viceministri e 35 sottosegretari.Perciò, la propaganda dei “tagliatori di poltrone” è deviante. Si gonfiano fino a 100 milioni l’anno le cifre del presunto risparmio derivante dal “taglio” di 345 parlamentari, che invece secondo l’Osservatorio dei conti pubblici italiani di Carlo Cottarelli sarebbe di 57 milioni (37 per la Camera e 20 per il Senato), pari allo 0,007 per cento della nostra spesa pubblica e ad 1 euro e 35 centesimi l’anno per ogni cittadino. E per un risparmio così esiguo su va a mettere in crisi l’equilibrio dell’ordinamento costituzionale.Da tagliare sarebbero gli emolumenti dei nostri parlamentari, ben superiori alla media europea, ma quelli non si toccano, nemmeno quando il presidente della Camera è del Movimento 5 Stelle. E non è vero che i parlamentari grillini “restituiscano” una parte del loro stipendio a chi glielo ha pagato: sono invece obbligati, pena l’espulsione, a decurtarlo in favore della Piattaforma Rousseau di Davide Casaleggio e di un fondo del M5S destinato a finanziare progetti di pubblica utilità, mentre il suo costo a carico dei contribuenti resta intatto.Inoltre, non è vero che l’Italia si allineerebbe agli altri Paesi europei, con la riduzione da 630 a 400 del numero dei deputati e da 315 a 200 del numero dei senatori elettivi: scenderebbe invece all'ultimo posto.Infatti, il numero medio di abitanti per deputato in Italia passerebbe da 96.006 a 151.210, il più elevato tra tutti gli Stati membri dell’Unione Europea (e Regno Unito), e l'Italia finirebbe ultima in classifica con un rapporto di 0,7 deputati per 100.000 abitanti, dopo la Spagna (0,8).Il numero medio di abitanti per ciascun senatore crescerebbe da 188.424 a 302.420, con alcune distorsioni nei rapporti proporzionali tra le regioni, a vantaggio di Valle d'Aosta (126.806), Molise (156.830), Trentino-Alto Adige (171.579) e Basilicata (192.678).Peraltro, è scorretto sommare il numero dei deputati con quello dei senatori nel fare il confronto dell’Italia con gli altri Paesi, perché Camera e Senato lavorano  separatamente. Così pure è scorretto non tenere conto del rapporto tra eletti e abitanti, come fa la propaganda dei soliti “tagliatori di poltrone”: ebbene, secondo una classifica stilata dai Servizi studi di Camera e Senato, l’Italia, con i suoi 945 parlamentari attuali (tra deputati e senatori) si colloca non al primo ma al 22° posto tra gli Stati membri dell’ Ue con un rapporto di 1,6 eletti ogni 100 mila abitanti, seguita con indici più bassi soltanto da Polonia, Francia, Paesi Bassi, Spagna e Germania. La riduzione dei seggi, che in media nazionale sarebbe del 36,6 per cento per entrambi i rami del Parlamento, al Senato verrebbe applicata in maniera fortemente disomogenea su base regionale, con il 57,1 per cento di Basilicata e Umbria, il 42,9 di Abruzzo e Friuli-Venezia Giulia, e il 40 della Calabria, a fronte del 14,3 del Trentino-Alto Adige. Altra conseguenza distorsiva del sistema politico, prodotta dall'elezione di un numero ridotto di deputati e ridottissimo di senatori, si avrebbe con la limitazione della contesa elettorale in diverse regioni (in particolare, Molise, Basilicata, Umbria, Abruzzo e Friuli-Venezia Giulia) a due, massimo tre, partiti, che introdurrebbe di fatto un sistema maggioritario, anche se non previsto dalla legge. A ciò si aggiunga che il forte ampliamento dei collegi renderebbe più costose le campagne elettorali per i candidati, favorendo i politici più ricchi o che ricorrano a finanziamenti illegali, e provocando un ulteriore allontanamento degli eletti dagli elettori e dal territorio. Osservo, infine, che nell'acceso dibattito referendario in corso su Facebook i sostenitori del SI’ si dividono in due grandi categorie: quelli che vorrebbero “tagliare le poltrone” di deputati e senatori per risparmiare sulla democrazia parlamentare, e quelli che invece vorrebbero mandare “tutti a casa” e chiudere il Parlamento, ritenendo che l’intera classe politica sia formata da corrotti e parassiti, per poi magari farsi governare da “un uomo solo al comando” come ai tempi di “quando c’era Lui”. Se vince il SI’, si intesteranno la vittoria anche questi nostalgici della dittatura.

Propaganda a pagamento del Movimento 5 Stelle su un autobus pubblico per il “taglio delle poltrone”.

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