L'ITALIA CHE FUNZIONA

Non molto tempo fa, intervenni in un paio di occasioni nel forum dedicato all’attualità, postando alcune riflessioni circa le anomalie o, se volete chiamarle in altro modo, le peculiarità italiane intorno alla visione celebrativa che caratterizza i disastri e le tragedie che si sono abbattute su questo sfortunato Paese nel corso degli anni. Da lì a pochi giorni e non per coincidenza, ma per prassi politica e uso collaudato (entrambi i casi privi di effetti pratici) del corposo calendario delle ricorrenze, si sono presentate le puntuali e stucchevoli occasioni per mostrate e far sentire parole, sogni e divagazioni istituzionali, da sempre convergenti in un nulla di fatto. I concetti espressi, alti e universali, sono sempre gli stessi, mentre i fatti non toccano mai terra. Lo abbiamo visto ancora una volta con il ricordo della strage di Bologna, il disastro del ponte Morandi e il terremoto del centro Italia di quattro anni fa. Ora, se la prima tragedia appare ormai sbiadita e per molti giovani è addirittura troppo lontana, l’aspetto di Amatrice rasa al suolo è invece rimasto lo stesso, come se fosse una foto, l’unica scattata, che ritrae la desolazione come conseguenza dell’irascibilità della Natura, nell’attesa di scattarne un’altra, che immortali nuovamente una città viva, una città che possa definirsi tale non su progetto o con una rappresentazione plastica, ma con case vere. Con questa speranza ho accennato, respingendola, anche la teoria dell’ “Italia che funziona”, tanto cara a destra come a sinistra (passando per il centro), applicata  in via eccezionale, e non ripetibile, al nuovo ponte di Genova. Un lunghissimo chilometro di ponte costruito in due brevissimi anni che rendono le grandi opere accessibili verbalmente anche agli italiani, nel senso che ne possiamo parlare senza timore di essere derisi da altri Paesi. Possiamo paragonare la nostra efficienza a quella cinese che ha realizzato un ponte da oltre cinquanta  (brevissimi) chilometri in otto (lunghissimi) anni e parte della struttura è, addirittura, in fondo al mare. Noi ci vantiamo di aver costruito qualcosa che a confronto è paragonabile a una passerella per le sfilate di moda e spero che la gente non pensi davvero che il ponte di Genova sia stato costruito in tempi record. Per carità, considerando gli standard italiani, certamente è già una sorpresa averlo terminato, visti gli esempi non proprio incoraggianti offerti e non ancora esauriti dalla Tav, dalla Salerno-Reggio Calabria (con lo stesso tempo avremmo potuto pavimentare il Sahara) e tutto ciò che s’incontra su e giù per questo Stivale pieno di sassolini e con suola e tacco da rifare; ma è anche vero che in due anni si costruisce un chilometro di ponte con i Lego, non con il calcestruzzo. Se la dinamicità e l’operosità italiana è questa (ed è certo che sia questa), almeno dal punto di vista pratico, allora dovremo continuare ad accontentarci delle chiacchiere da conferenza, da commissione parlamentare, da primo maggio o 25 aprile o 2 giugno, da corona di fiori da deporre da qualche parte, da salotto tv e da congresso di partito.   

Il Secolo XIX, in occasione della commemorazione delle vittime del disastro del ponte Morandi, riportava in un titolo: “MESSA, TARGA E FIACCOLATA”. Retorica e ipocrisia a parte, onda emotiva e ignobile vetrina politica da visual merchandising da sfruttare, ci sono anche le coscienze che hanno bisogno di ricomporsi con gli atti dovuti e marginali che avranno cadenza programmata e saranno condivisi da tutti perché abbracciano il lato spirituale (la messa), quello civico (la targa) e quello della partecipazione popolare (la fiaccolata).  Evasi questi obblighi senza contenuto, riuniti Chiesa Stato e Popolo, siamo pronti per un altro ponte.  Questa tendenza a condividere falsamente il dolore delle persone fa parte della politica e ha lo scopo di nascondere inadempienze, incompetenze e indifferenza. Pur tuttavia, abbiamo visto il Premier tornare ad Amatrice per “festeggiare” il compleanno del terremoto, pronunciare ancora una volta un “non vi abbiamo dimenticati”, regalare altre promesse (le stesse) e un altro commissario (nuovo) a quei cittadini ormai consapevoli che la realtà e il futuro dovranno ricostruirlo da soli e che l’anno prossimo dovranno preparare altri piatti di amatriciana per la prossima delegazione di bugiardi.

Ad aumentare il mio disappunto e a suscitare una indignata meraviglia si presenta anche una nuova fioritura  di un ideale Ponte sullo Stretto e di altre mega costruzioni che stridono con tutte le opere incompiute o mai iniziate e che non c’è verso di sbloccare. Ho appena parlato della questione terremotati (e non mi riferivo soltanto a quelli di Amatrice), ma potrei aggiungere la questione del Mose, biblico per i costi, blasfemo per efficacia; quella della Tav accennata prima, che sembra sempre più un treno dei desideri; quella dell’edilizia popolare, che dovrebbe garantire il famoso diritto alla casa e, invece, questa gente illuminata a olio ha voglia di raggiungere la Sicilia in auto. Stiamo parlando di una regione che ha una rete ferroviaria e stradale identica a quella che c’era durante lo sbarco dei Mille e questi produttori di balle immaginano di poggiare sullo stretto la loro fantasia per farla percorrere da gente concreta. Direi di più, da anni c’è il problema delle carceri super affollate e la soluzione non è stata quella di costruire nuovi penitenziari, ma quella di sfornare un indulto, derubricare alcuni reati, facilitare l’ottenimento dei domiciliari e degli sconti di pena. Ancora, da almeno trent’anni viene denunciata una cronica carenza di personale nei musei e nei siti archeologici senza che nessuno tenti almeno di prendere in considerazione questo grave problema che mette in pericolo il patrimonio culturale italiano (gli esempi di vandalismo e incuria non mancano). Vado avanti, ci sono migliaia di scuole in condizioni disastrose, pericolanti, non idonee perché non garantiscono standard di sicurezza. E potrei continuare per un paio di pagine ancora; però ci dicono che c’è un’Italia che funziona e che si potrebbe fare il Ponte sullo Stretto, magari anche questo con i Lego o potremmo prosciugare il Mediterraneo (come ipotizzava un *** nazista preso anche in considerazione da Hitler) per facilitarne la costruzione. Dimentichiamo il ponte crollato ad Aulla durante il lockdown, ma inauguriamo tre volte quello di Genova, seguendo l’usanza nostrana di arruffianarci il fato per non doverlo pagare in seguito e così abbiamo festeggiato l’inizio dei lavori, la posa in opera dell’ultimo troncone di ponte e, dopo aver asfaltato il lunghissimo chilometro, abbiamo tagliato un altro nastro e ripetuto l’imitazione della foca con un vigoroso battito di mani. Allora, aggiungo anche il mio applauso, ma rimango della mia opinione: un Paese che funziona si vede da un ponte che non crolla e non da uno che si ricostruisce.

 

DvMcEv

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