Il Trap..

⚪️⚫️Il Trap è una di quelle figure che subito scatena sinapsi immediate: il fischio dalla panchina, che immaginate quanto nella boglia dello stadio potesse essere sentito in campo, ma era bello lo stesso nel suo significato di richiamo quasi arcaico; frasi storiche e fatte di saggezza popolare come “non dire gatto se non l’hai nel sacco”; l’incavolatura in tedesco, frutto di passione, grinta e serietà, dove si capiva, non a caso, solo la parola  Strunz. 
Ma, soprattutto, le vittorie, in Italia e nel mondo. 
Un uomo vincente, Giovanni Trapattoni. 
Venuto dalle profondità della linea mediana (famosa la sua marcatura su Pelè durante un Italia-Brasile) e delle origini popolari, che lo hanno forgiato, come uomo e come tecnico. Un uomo di sostanza, senza alcuna presunzione: con le sue idee, ma senza ideologie. 
Trapattoni per noi bianconeri è il tecnico che ci ha portato sulla cima del mondo, facendoci vincere, dopo una bella Supercoppa e una Coppa dei Campioni dal cammino esaltanti e dal finale triste, quella Coppa Intercontinentale che legittimò e sancì del tutto la superiorità mondiale juventina in quel periodo. E’ colui che portò la seconda stella, che ancora chi parla tanto non ha, mentre noi andiamo spediti verso la quarta. E che fece diventare abituale il fatto che lo scudetto lo vince la Juve: sei campionati vinti in dieci stagioni. Certo, numeri che non fanno impressione se paragonati agli otto, forse nove, consecutivi di questi tempi, ma che, più che sminuire gli antichi successi, devono far riflettere sulla straordinarietà epocale degli attuali successi. E poi, ammettiamolo, c’erano ben altri avversari. 
Uomo molto concreto, dotato di una serenità grintosa che non lo ha mai fatto deviare dai percorsi di una sportività espressa, anche ai massimi livelli, con l’umiltà dei più grandi. 
Fu il primo, dopo tanti anni, a gestire il ritorno degli stranieri: Platini solo come tecnico capì quel che, come giocatore, non riusciva a comprendere, e cioè il fatto che difendersi era il primo presupposto per attaccare bene. 
Il supposto difensivismo del Trap  è stato, infatti, uno degli equivoci più diffusi, da stampa e addetti ai lavori. Poteva mai essere considerato tale, tanto per fare un esempio, uno che schierava contemporaneamente Cabrini (più un’ala che un terzino), Tardelli, Bettega, Boniek, Platini e Rossi? O uno che, pur di farlo giocare, schierava Vignola accanto a Platini, adattandolo in un ruolo non suo? 
Aveva la ricetta per vincere, e infatti ha vinto in 4 paesi diversi: in Italia con Juve e Inter (il famoso scudetto dei record), in Portogallo col Benfica, in Germania col Bayern Monaco, in Austria col Salisburgo. 
La ricetta non era miracolosa o frutto di intrugli cervellotici da laboratorio o di chissà quali fondamentalismi buoni solo per mezza stagione. Era fatta di concretezza, tenuta del gruppo, gestione dei campioni. E tanto equilibrio: così nella vita, e nei rapporti familiari, come in campo, tra i reparti di una squadra e con e tra i giocatori. 
Fuori dalla Juve non fu tutto rose e fiori, qualche esonero c’è stato, con la Nazionale è stato fermato al Mondiale da un arbitro palesemente corrotto e all’Europeo dal fischio di “fine corsa” che ognuno, a un certo punto della vita, è costretto a sentire, non capendolo quasi mai in anticipo. 
Per noi è stato il tecnico più vincente di sempre, insieme a Lippi ed Allegri, anche se nella memoria bianconera ha forse un posto leggermente superiore a questi ultimi. 
Lo “stile Juve” è una formula che non si può spiegare in poche parole, anche perché ha più risvolti. E su questo ci soffermeremo in uno dei prossimi post su questa pagina. Ma se dobbiamo pensare all’anima popolare e concreta, quasi contadina, di questo concetto,  allora non può che essere incarnata proprio dal Trap. Uno che, seppure le sparava (e comunque solo in campo), le parolacce le sapeva dire comunque con classe. 
Mai un cedimento alla volgarità, mai una polemica fuori luogo, mai una toccata in diretta di parti intime (al massimo, una bottiglietta di acqua santa portata in panchina), mai un litigio, mai frecciatine velenose, mai pianti vittimistici, mai statistiche vuote messe lì a dimostrare quel che il campo, l'unica misura di riferimento credibile, non riesce ad esprimere. 
Tanto lavoro e tanta serietà. La giusta dose di intuito da campo. 
E tanta serenità. 
Quella di chi è nel giusto, sa di esserlo e, proprio per questo, non lo urla sguaiatamente ai quattro venti - non fu volgare neanche nel famoso episodio tedesco - o con quella stizza sterile buona solo per le conferenze stampa o per le interviste televisive. Sapendo che, prima o poi, gli verrà riconosciuto da tutti. Come infatti testimonia il grande libro della storia del calcio. ⚪️⚫️

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