che fine hanno fatto?
LA MIA BANCA SUONA IL ROCK

La nostra banca è differente. Così recitava uno slogan di un gruppo bancario pubblicizzato qualche tempo fa, ma l’esperienza mi spinge a fidarmi più dell’oroscopo che della reclame, spesso un’ammaliatrice che vende un’immagine ideale invece di un contenuto reale. In particolare, sono molto diffidente quando qualcuno vorrebbe regalarmi dei soldi o quando la generosità si presenta sotto le mentite spoglie di pagine e pagine di cavillose miniature da leggere in laboratorio, al microscopio. In più, e forse più di ogni altra cosa,  m’inquietano i sorrisi  associati a questioni finanziarie e quell’atmosfera gioviale e moderna, giovanile, tipo “La mia banca suona il rock” che stimolano il sospetto e invitano ad assumere una posizione di difesa. Tutti speriamo sempre di non incontrare dei farabutti e poi li andiamo a trovare; lasciamo chiavi, pistole e protesi nelle cassette a disposizione dei clienti e aspettiamo che la tonda entrata ci risucchi dentro, per poi lasciarci guidare e servire dall’impiegato legato al nostro numeretto. Sappiamo già che la banca è un’invenzione per fare soldi sfruttando il denaro degli altri. Fin qui nulla di nuovo, da molti secoli la sua funzione è nota: attività di raccolta del risparmio ed esercizio del credito. Non è nuovo neanche il pericolo di crack finanziario, ben conosciuto nel Rinascimento, quando Veneziani, Fiorentini e Genovesi già influenzavano la politica sfruttando l’ampia disponibilità di ricchezza per disegnare scenari ad hoc e in modo quasi mai trasparente. Oggi però, a differenza di ieri, non di rado è lo Stato che finanzia le banche, direttamente nei casi di fallimento che conosciamo tutti o, indirettamente, con il tacito consenso (quando non attraverso apposite leggi) sull’imposizione di spese di gestione, operazioni, canoni e tutto quello che milioni di italiani sono obbligati a pagare per far vivere un conto corrente tisico e malnutrito. Ci sono anche milioni di risparmiatori che si affidano agli istituti di credito e ai loro consulenti per far fruttare i risparmi di una vita, per creare delle condizioni migliori ai propri figli o nipoti, per invecchiare serenamente, magari preventivando problemi di salute ma non finanziari. A una banca bisognerebbe affidarsi con tranquillità, dovremmo vederla come un luogo sicuro e come un’identità nutrita dai nostri stessi interessi, che protegga il sudore dei nostri sacrifici, non come una banda bassotti paradossalmente proprietaria del deposito, ma non del suo contenuto. Forse, il fatto che sia vietato entrare in banca per fare una rapina, non costituisce una personale presa di posizione nei confronti dei rapinatori, ma è un divieto reso necessario dalla presenza di ladri già all’interno della banca stessa, seduti, disarmati e ben organizzati. Affidiamo i nostri risparmi a un sistema bancario ritenuto forte, solido e pure competitivo rispetto ai colossi stranieri. Peccato che questa opinione, non proprio disinteressata, venga espressa da tutti quelli che hanno obblighi di casta, quindi devono creare un paradiso per gli stolti e un inferno per i saggi. Lo Stato interviene in favore delle banche da molti anni e non solo fornendo loro scialuppe piene di soldi dopo il naufragio, ma anche una serie di strumenti legislativi predisposti per favorire un continuo e obbligato ricorso ai servizi da loro offerti.  Un esempio potrebbe essere l’obbligo o l’incentivazione all’uso della carta, con relativi grappoli di commissioni vendemmiati tutto l’anno oppure l’obbligo di dover effettuare determinati tipi di pagamento esclusivamente presso istituti bancari anche se non si è correntisti. Non sono lontane le vergognose vicende del Monte dei Paschi, Popolare di Vicenza, Banca Etruria, Popolare di Bari e aggiungete quelle che conoscete anche voi. Miliardi di euro scomparsi (non mal gestiti: scomparsi) con costanza, seguendo uno schema collaudato e senza che gli organi di vigilanza intervenissero, a detrimento dei tantissimi piccoli risparmiatori e correntisti. Non solo. Perché nel momento in cui lo Stato entra in gioco, sono coinvolte anche tantissime persone che non hanno mai avuto nulla a che vedere con gli istituti bancari protagonisti di queste losche vicende. Intendo dire che la montagna di soldi sborsati per riempire nuovamente i caveau svuotati dai falsi investimenti è stata messa insieme anche con il contributo forzato di coloro che non avevano neanche un conto corrente in quelle banche. Una parte delle mie tasse è servita per tappare il buco di banche con le quali non ho mai avuto alcun rapporto.  Questo principio, alquanto falotico, è lo stesso che viene applicato per le assicurazioni (le tariffe sono alte perché paghiamo anche per i disonesti), per le utenze domestiche (gli allacci abusivi o di molte istituzioni vengono scontati sulle bollette di chi paga regolarmente) e altri esempi potrebbero impilarsi uno sull’altro, fino a perdere di vista il buon senso e la pazienza. Sostanzialmente, ci ritroviamo (noi cittadini) sempre nella stessa posizione di ortolana natura e in una perpetua attesa di una giustizia molto spesso solo ipotizzata che riesca, almeno sporadicamente, a rendere veri quei diritti sempre ipotizzati e cantati dalle onde ciacoline della nostra politica corrotta. Ignobili disonesti si sono arricchiti sconvolgendo la vita degli altri, rovinando l’esistenza di tante famiglie, i loro progetti, il loro futuro, le loro certezze. Vorrei sapere se anche la vita dei colpevoli subirà le stesse conseguenze.

 

DvMcEv

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