ECCELLENZE-RICORRENZE-INAUGURAZIONI

Sono italiano da diversi decenni e ancora non ho capito se il Padre Eterno (o l’idea sbiadita che mi è rimasta di Lui) mi abbia indicato questo luogo di nascita per farmi un dispetto o per stimolare uno spirito di iniziativa che fa parte delle caratteristiche endemiche dell’italica stirpe. In verità, c’è anche la parte britannica che, per un necessario destino, ha sorvolato la Manica (direzione Roma) con un tempo pessimo e per tutt’altro motivo rispetto a quello prefissato. Mio padre adorava l’Italia molto più di me, era un estremista dell’italianità. Eppure era tutto inglese e neanche viveva qui, perché diceva “Se vivessi in Italia, sarei costretto a odiarla”. L’Italia era per lui un’amante che frequentava con un equilibrio occasionale per evitare di essere assorbito da quella quotidianità che avrebbe trasformato il suo piacere intenso e fugace (ma rinnovabile!), in una costante assuefazione, in una normalità priva di aspettativa.  Vedeva l’Italia come il sabato del villaggio, era felicissimo quando arrivava ed era contento anche quando se ne andava, perché era già felice di tornare. Andava via perché gli piaceva l’idea di tornare, voleva vivere la vanità dell’attesa. Questo suo modo di rapportarsi con il nostro Paese, gli permetteva di mettere in disparte le evidenti storture che notava ma che non discuteva, perché quando era qui e vagava da nord a sud (per lavoro e per operoso diletto) voleva godere soltanto delle tante cose belle che questa terra offre e che il mondo non ci invidia, ma compatisce per l’inadeguata valorizzazione. Così, lui sviava qualsivoglia intento critico che avrebbe affievolito l’intensità del suo vivere italiano, avrebbe guastato le sue discrete scorrerie tra luoghi e persone che lo accoglievano con rispetto (perché lui per primo aveva rispetto), ma tentavano di traviarlo con esche politiche o escursioni filosofiche che a un uomo pratico come lui risultavano disoccupate. L’unica riflessione critica che gli ho sentito esporre, latamente e pure per vie indirette, è stata questa: “L’italiano non si annoia mai. Forse non si diverte, ma certamente non sia annoia. Ci sono tante ricorrenze, tante inaugurazioni, tanti anniversari”. Buttava lì questo stralcio di pensiero e non lo accompagnava con nessun’altra considerazione, non lo approfondiva. Era un invito a sostenere un esame razionale e interiore al quale lui si sottraeva, perché, come diceva “Io già mantengo la mia Regina” (e non intendeva mia madre). Pian piano, questa traccia iniziai a elaborarla al posto suo e mi accorsi che, in effetti, in Italia c’è un’infinità di ricorrenze e anniversari anche “fuori tempo”, cioè con numero dispari. Che sò, i ventisette anni dalla scomparsa di “ve lo ricordate voi?”; oppure con numero pari ma non tondo, tipo 64 anni fa il disastro di “non so quale treno fosse”; e l’immancabile “Tizio Caio avrebbe compiuto cento anni”, se non fosse morto trent’anni fa. I francesi sarebbero capaci di sfruttare l’aritmetica anagrafica per far rivivere anche Napoleone, ma noi abbiamo un’ampia scelta di personalità e personaggi da poterci permettere di cambiare ogni anno il “palinsesto” delle ricorrenze forzate.  Tante date importanti non si possono cancellare, perché è la storia che si tramanda (non c’è bisogno di scriverla), ma l’appuntamento fisso annuale non ha senso. L’Italia ricorda le stragi, i disastri, i tragici misteri dal dopoguerra a oggi, tutte occasioni intrise e appesantite da retorica e demagogia da parte di chi lo fa per mestiere, quelli che sanno cosa dire ma non per quale motivo, gente che riesce nello stesso momento a mettersi una mano sul cuore, una sulla coscienza, una davanti e una dietro senza mai riuscire a coprire la propria faccia da ***. E allora, dopo il Natale e la Pasqua, ecco Ustica, piazza fontana, la strage di Bologna, vari omicidi risolti o meno, ricordi dal fronte e il sentito invito a far si che non si ripetano più simili sciagure. Io credo che il rispetto per le persone, per le vittime di ciò che si vuole ricordare, per le loro famiglie, si realizzi tacendo; o meglio, con il silenzio di chi non può capire la portata della tragedia e che riesce solo a idealizzarla, improvvisandosi poeta politico a ogni occasione, ma non contribuendo mai ad aiutare chi ha bisogno di verità, chi ha diritto non di essere ricordato, ma di essere rispettato. In Italia, troppe morti non sono mai state rispettate e ogni volta che si spende una manciata di minuti per un nuovo discorso di sostegno, vicinanza e impegno affinché la verità trovi la luce, aumenta lo strazio, la rabbia e l’odio nei confronti non solo dei colpevoli, ma anche nei riguardi di chi i colpevoli dovrebbe trovarli. Emblematiche sono le tragiche vicende di Giulio Regeni e della ThyssenKrupp o l’attesa interminabile dei due marò considerati dei birilli dalle autorità indiane (e italiane), che mettono anche in evidenza come, nella “pugilistica” politica internazionale, l’Italia sia davvero un peso piuma, a prescindere dai colori utilizzati per dipingere i governi che si danno il cambio per riposare a turno.

Capisco che, da diversi anni a questa parte, non abbiamo mai avuto un Kissinger o un Kofi Annan a capo della diplomazia. Se pensiamo a un ministro degli esteri come Alfano, che gesticola per farsi capire dai suoi omologhi stranieri (e ricordo che gli italiani vengono presi in giro per questa abitudine); oppure, un Di Maio che è in aperto contrasto con la Geografia, oltre a non aver mai chiuso un aspro conflitto con la Storia e a rifiutare (anche lui) qualsiasi rapporto con la lingua inglese, allora mi vengono in mente solo i diplomatici da pasticceria.

Parallelamente alle ricorrenze (tragiche o celebrative) corrono le inaugurazioni. In Italia si inaugura anche un metro di asfalto, si fa una pausa di vent’anni e poi si inaugura l’intera strada, anche se manca ancora un chilometro per terminarla e poi non se ne fa più nulla. Conta la cornice e la buona volontà, non la riuscita di un progetto e la sua fruibilità da parte dei cittadini. Si inaugura tre volte la stessa struttura: al via dei lavori, poco prima della fine dei fondi e il gran finale per far finta che funzioni. La spiegazione al triplice auspicio, credo sia data dal fatto che la persona che incarna l’istituzione nel momento in cui viene aperto il cantiere, spesso sia diversa da quella che ricopre lo stesso incarico al momento dei sorrisi finali. Però, non date mai per scontato e non createvi aspettative (brevi o lunghe che siano) sul fatto che un’opera possa dirsi conclusa.

L’ultima considerazione va alle nostre eccellenze, una delle quali (Ennio Morricone) si è congedata dal nostro tempo marginale, per vivere quello eterno a noi ancora sconosciuto. Anche in questi casi la retorica, accompagnata da ipocriti violini, confeziona i tre o quattro pensierini elementari e ovvi, senza i quali sarebbe impossibile apprezzare le capacità, il *** e l’irraggiungibile produttività di tanti artisti, scienziati e imprenditori italiani che primeggiano nel mondo dell’arte, della moda e in campo tecnologico-industriale. Tutte le personalità che vi viene in mente di elencare rappresentano la propria realtà personale e non quella del Paese. Semmai, chi ci guarda al di là dei nostri confini si chiede come sia possibile che tanta qualità possa originarsi in un Paese disastrato come il nostro e malgrado esista (da decenni) una classe politica consapevole di essere inadatta per qualsiasi attività che abbia l’intento di governarlo. Infatti, l’Italia esporta Ferrari e tecnologia, abbigliamento e accessori, vino e parmigiano, arte e artisti, ma non la politica, caratterizzata da un pessimo rapporto qualità/prezzo. La politica italiana è senza mercato e pure a fondo perduto.

Detto questo, ricordo (ironicamente) a quanti hanno dedicato un po' del loro tempo a leggere queste meticcie riflessioni, che il 31 agosto ricorrono i 150 anni dalla nascita di Maria Montessori. Potrebbe essere un’ottima occasione per riunire persone perse di vista, per rinnovare rapporti di lavoro o semplicemente per scoprire chi era e cosa ha fatto questa signora delle mille lire. Vi invito a riflettete su una cosa: a ricordare coloro che hanno contribuito a costruire il nostro Paese sono sempre gli incapaci che hanno contribuito a rovinarlo.

 

DvMcEv

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