IL GOLDEN POWER E LE FILIERE PRODUTTIVE

       IL GOLDEN   POWER  E  LE FILIERE PRODUTTIVE

 

Per 30 anni e passa i nostri governanti hanno giocato sull’economia sulle spalle della povera gente.

Non ci si è mai chiesto : una volta perso il treno della congiuntura, dello spread favorevole sapremo far fronte alle  difficoltà che madre natura ci avrebbe presentato ?

   Questa domanda  i “ nostri” non se la sono mai posta. L’abbiamo esorcizzata sempre rifugiandoci dietro la visione miope, temporale: tutto scivola via come l’acqua.

  Ci siamo ritenuti , erroneamente, immuni da difficoltà, emergenze extra-climatiche;  eravamo convinti di saper e poter far fronte ad ogni emergenza perché supportata dalle esperienze maturate  nel campo dei dissesti idro-geologici.  Era il vanto della nostra classe PARTI-POLITICA. Dimenticando che  questa pseudo-bravura era tale solo nella fase due dei fenomeni e cioè nella fase del pronto soccorso. Completamente insufficiente, se non addirittura assente nella fase di prevenzione e in quella finale e cioè nella fase di soluzione del problema ( L’aquila e  Marche docent ! ) .

   Questi fenomeni, sebbene ciclici e molto pesanti sul piano economico-finanziario, non ci hanno mai fatto cambiare modo di approcciarci a questi problemi. Chissà perché!

 Questa volta, ci troviamo di fronte ad un’altra emergenza. Non è idro-geologica . E’ molto più grave. E’ sanitaria. C’è in ballo la salute di tutti. Un nome strano : coronavirus!  Un’infezione molto grave che sta mietendo migliaia di vittime.

  La cosa che comincia a preoccupare è il fatto che, per sconfiggere questa  “malaria” ,  la comunità è chiamata  a “confinarsi a casa”, cioè stare chiusa per non entrare in contatto con chi ha contratto inconsapevolmente il virus e sta in giro: al lavoro, in ufficio, in giro, ecc.ecc…. .

 Conseguenza di questa strategia anti-contagio è la chiusura di molte delle attività produttive non essenziali. Ed in questa situazione di stasi  sta venendo a trovarsi anche un settore importante della nostra produzione : l’agricoltura.

La paura, mascherata un po’ dal motto “ andrà tutto bene”,  è incominciata a serpeggiare specialmente negli strati bassi della popolazione: operai, disoccupati, cassintegrati, pensionati, nullatenenti e, quello che preoccupa di più, nullafacenti . Se sulle tavole di molte famiglie non dovesse arrivare il minimo vitale, il problema diventerebbe  molto preoccupante perché entrerebbe in gioco perfino la tenuta sociale del Paese! I casi di Napoli e Palermo, per fortuna, sembrano isolati .

   Se la crisi sanitaria, speriamo di no, dovesse prolungarsi e il rifornimento alimentare , attraverso il mercato interno, dovesse subire un collasso, ci troveremmo di nuovo di fronte  ai nostri soliti cronici problemi: come far fronte a questa emergenza?

  L’emergenza sanitaria si ripercuoterebbe  su quella socio-economica. Calando la nostra autonoma capacità produttiva saremmo costretti ad ulteriori interventi da parte dell’Europa ed extra  per coprire il bisogno interno con i riflessi sulla tenuta dei conti pubblici, asfittici e indebitati. 

   In tutti questi anni, nel tempo della globalizzazione , l’assenza di una politica autorevole ed efficace   a difesa dei settori strategici , ha visto l’ Italia  assistere  passivamente al passaggio di proprietà di importanti  *** industriali,  di attività  produttive nel settore primario (lattiero-caseario e non solo)  come se fosse un gioco a scacchi. Con la crisi del 2007/8 le multinazionali, a forte dominanza  finanziaria, hanno depredato il Paese come al tempo dei Lanzichenecchi. Una buona parte dei nostri “cosiddetti” imprenditori hanno subito colto l’occasione per vendere e monetizzare per paura di perdere tutto ! Una scelta ,forse, egoista ma dettata,anche, dalle nostre congenite indecisioni  legislative con il risultato di indebolire, ancora di più, il già precario tessuto imprenditoriale  e produttivo del Paese.

      Si è rotta, come d’incanto, quella catena fili eristica costruita con determinazione, con volontà, con lungimiranza dai protagonisti della ricostruzione  e del boom economico . Le filiere  , quelle vere ed autentiche , che possono fregiarsi del marchio tricolore   ce ne sono poche in giro tanto è vero che , da qualche tempo a questa parte, Coldiretti ed altre associazioni di categoria hanno posto il problema all’attenzione della politica. Uno dei requisiti necessari perché viva, esista ed operi una filiera è quello di avere un mercato interno, nazionale. Il nostro comportamento sul piano dei consumi alimentari non si è sviluppato in sintonia con questi valori. Gli Italiani, come in molti altri settori economico-commerciali ( vedi le auto !) , non hanno prestato attenzione a questo aspetto sociale. La cultura dell’accoglienza, dell’apertura ci ha portati a fare acquisti , a comprare i beni di consumo senza avere lo sguardo rivolto alla economia. La politica dell’acquisto “a km 0 “  è cresciuta ed è avvertita solo in questi ultimissimi anni  grazie e solo all’impegno delle associazioni di categorie  come la Coldiretti.  Non abbiamo mai colto l’importanza che rivestiva la presenza di filiere completamente italiane – dalla A alla Z –   nella struttura di un popolo e, quindi, di una comunità nazionale. 

    Questo sistema- Paese può esistere e funzionare solo se governanti amanti del proprio territorio legiferino con  norme, regole, leggi che difendano e proteggano questa  organizzazione sociale.  Ci è voluta questa mannaia  per far riscoprire  al Paese e al governo attuale  l’importanza  di avere degli strumenti che impediscano alle multi-nazionali di  venire , ancora una volta, nel nostro Paese e depredarlo con l’acquisto, a prezzo di svendita, di altre importanti aziende ed attività . Bene, quindi, l’allargamento  e messa in atto di una politica a difesa del  marchio made in Italy.

   L’operazione del governo Conte di mettere su una strategia anti-sciacallaggio, anti-predatoria , che forse si  potrebbe presentare dopo il superamento della crisi sanitaria, è stata quanto mai opportuna . Un segnale forte   per dire che il Paese non starà passivo a guardare  a questa probabile “calata degli Unni” come nel recente passato.

  Bene, quindi, l’operazione “golden power” a difesa del made in Italy. Ci siamo risvegliati, vien da dire.  Però, a dieci anni dalla prima Espoliazione .

   Come al solito,  siamo capaci di reagire di fronte alle difficoltà   con fermezza e determinatezza. L’intervento  conferma la regola : bravi nella fase reattiva, quando ci sentiamo con l’acqua alla gola;  nella fase  di prevenzione , nella fase di studio e di anticipazione  deboli e insufficienti.

Nel settore primario  – e l’agro-alimentare lo  è -  non ci siamo smentiti. Ci siamo comportati come  negli altri campi, cioè abbiamo lasciato fare, abbiamo lasciato che  i Lanzichenecchi di turno venissero ad acquistare aziende made in italy ( leggasi  “parmalat”  ecc.ecc….) senza alcun ostacolo e senza nessuna clausola di salvaguardia (sede amministrativa ed amministrativa in Italia, mantenimento dell’occupazione, fiscalità,ecc.ecc…).

Ovviamente tutto a danno di noi tutti, a danno del nostro sviluppo, della nostra economia,  a danno innanzitutto  della nostra  autonomia produttiva. Dipendiamo , non solo sul piano economico (debito pubblico) ma anche  su quello alimentare (lattiero-caseario, carni, pesce,ecc.ecc…)  dall’estero.

  Ecco cosa ha significato per noi italiani la globalizzazione. Solo impoverimento strutturale  ed economico.

 

 

    Ci siamo,  troppo spesso (e  sbagliando perché non foriero di lucidità di analisi) “gonfiati il petto”, ci siamo inorgogliti  per questa terra meravigliosa  italica  dimenticando che il buon nome , le buone opere si debbono essenzialmente testimoniare.

   Ora come ora,  bisogna avere il coraggio di dire  che del tanto famoso e decantato “ made in italy” è rimasto solo il nome. Nella sostanza e di sostanza c’è poco di Italy. Forse come recita un noto proverbio  del marchio c’è in giro molto fumo ma  poco arrosto .

    Riconoscere i nostri errori, quello che non si è mai  fatto sul piano istituzionale, è il primo passo per la risalita.

    Quel “andrà tutto bene”,  presente sui balconi di moltissimi palazzi sparsi per il Paese, non deve essere solo un augurio, una speranza momentanea. Deve essere l’aspirazione di un popolo intero,

l’impegno di una classe dirigente . Deve passare da una semplice aspettativa ad una realizzazione vera, concreta.  Questo è il significato profondo di quel motto che sta sorreggendo l’animo prostrato di 60 milioni di italiani.

Solo così la speranza diventa realtà. Ce la faremo!

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