Qualcuno ci vuole prigionieri non di un virus, ma della nostra paura alimentata ogni giorno dalle indecisioni e dalle incertezze di soloni incapaci e insensibili al dolore delle Comunità sottomesse. Ognuno di noi improvvisamente arrestato all'interno delle mura in cui si trovava, ora dopo diversi giorni, inizia ad avvertire la solitudine esistenziale. Dopo aver sperimentato ogni tipo di distrazione alimentando tutte le curiosità umane che solo internet può assecondare,  non resta altro che il pensiero del proprio immediato futuro.

Ogni giorno si appiattisce all'altro rendendo il tempo che misuriamo una sola linea continua in un diagramma che si alza solo per contare chi trapassa. Le mura delle stanze  hanno perso colore e sostanza integrandosi nelle sbarre che ci bloccano. Il buio azzurro del cielo là fuori sembra non appartenerci e non essere mai stato nostro come i primi verdi che rallegravano l'uscita dall'inverno.

Ogni emozione ricordata sfuma di fronte alla costrizione continua. Il sopravvento dell'adattamento ci porta a resettare ogni nostro gesto e pensiero incollandoci allo schermo di tablet, tv. cellulari alla spasmodica ricerca di un cenno, di una notizia che ridia la libertà perduta.

Un atteggiamento vano che al contrario ci coinvolge ancora di più nel marasma della confusione di uno stato finito e superato. Le notizie non sono attendibili, provengono da fonti coinvolte nel progetto o da inventori di compiacenti illusioni di stato. 

In questo momento siamo soli. incatenati al nostro io che non conosciamo, distratti come ci hanno abituati a vivere prima. Abbiamo subito uno STOP esistenziale psicologico e fisico provato solo dagli  animali selvatici catturati nelle gabbie degli zoo per la compiacenza di un pubblico privo di emozioni.

Ora siamo noi nella gabbia alla gogna di cacciatori invisibili che ci iniettano sostanze mutanti per cambiarci e adeguarci alle loro nuove volontà.

Soli, sì soli e collegati nella solitudine ad altri prigionieri battiamo sulle tubazioni le nostre flebili grida di aiuto, inutilmente.

Ancora pochi giorni e tutto potrebbe degenerare in una spaventosa ribellione di massa che verrebbe repressa senza remore anche sparando su inermi cittadini in nome del contenimento del contagio.

In questi momenti avere un amico con cui rapportarsi potrebbe essere d'aiuto per ritrovare la propria anima e la luce nel percorso di resilienza a cui siamo obbligati.

Sono un artista e questo è il mio modesto contributo che posso dare dal Bosco dei Tigli in cui vivo a contatto con la natura che mi aiuta e mi suggerisce….

Il mio blog illuminismo: artistagufo.blogspot.com

un forte abbraccio ideale a tutti

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1 messaggio in questa discussione

La nostra prigione è tutto ciò che ci circonda e di cui non riusciamo a privarci perché ci appare irrinunciabile, fondamentale per i nostri passi quotidiani. E' una facile critica alla società di oggi che ha gettato le basi per peggiorare quella di domani; ma io, da pessimo altruista quale sono, non me ne preoccupo perché non potrò far parte di entrambe. Però, un timore mi ha conosciuto qualche anno fa e non mi ha più abbandonato, nutrendosi dei miei dubbi (quindi a mie spese) e crescendo forte e robusto. E' lo stesso timore che ha Lei nel prevedere una insurrezione popolare, anche se mi sembra (quello che uso) un termine ridicolo, più adatto ad applicazioni storiche che ad un linguaggio popolare, ma "rivolta" suona allo stesso modo, immaturo. Tuttavia, il pericolo di un drastico cambiamento nella "disponibilità" italiana ad accettare ulteriori restrizioni, sacrifici, promesse e ingiustizie sociali, credo sia vicino e incombente. Le restrizioni non si adattano ad un popolo farfallone come quello italiano, pronto a togliersi anche un pasto al giorno pur di non rinunciare alla leggerezza del cicaleccio sociale, fatto di jogging, shopping, "selfing" (self taking) e tante altre cose che finiscono con "-ing", ma che non suonano come "living". So benissimo che la vita è fatta di tante cose, non tutte soddisfacenti, necessarie, certe o ben distribuite, ma rimane il fatto che se perdiamo il superfluo ne soffriamo e l'esistenza si trasforma in lotta alla frustrazione. I ninnoli consumistici hanno cambiato la visione sulla capacità di attribuire un indice di priorità alle cose da fare, da dire, da acquistare. Questo significa che è cambiato il modo di pensare o, peggio ancora, è diminuita la capacità di farlo perché ci lasciamo trascinare dal suggerimento modaiolo a prescindere dalla sua utilità e senza essere in grado di opporci. Soddisfiamo le esigenze di mercato di chi produce beni spacciati per indispensabili o dei prodotti che la pubblicità rende un "must" già prima di essere immessi sul mercato. Va bene semplificare e migliorare la vita; è auspicabile che scienza, tecnologia e mercato portino benessere ed aspettative migliori, ma non a detrimento delle proprie facoltà intellettive e anche artigianali, affidando la riuscita di noi stessi non a dei suggerimenti, bensì a delle imposizioni mediatiche strutturate con l'intento di annullare il nostro spirito critico e la nostra resistenza ai loro richiami speculativi. Allora, abituati a delegare le nostre decisioni e a non mettere in pratica le nostre potenzialità (non dando per scontato che ci siano), ecco che le restrizioni ci fanno vivere nella paura, ma non della morte (che ci toccherebbe aspettare in qualsiasi epoca), bensì di una vita inaccettabile da condurre senza la patina di frivolezza emancipata che ci ostiniamo a chiamare Libertà. Ed ecco che in nome di questa finta libertà (quindi con la minuscola), ci adattiamo, ci "sacrifichiamo", accettiamo di privarci (momentaneamente) di tutto ciò che di "gerundiale" importiamo dagli anglosassoni, ma accumulando una carica esplosiva che i governanti non sono in grado di gestire, ne tantomeno disinnescare, perché non la conoscono. E la paura nasce e si nutre nell'ignoranza, nella non conoscenza intesa come non consapevolezza, che la rende incontrollabile e dagli effetti imprevedibili. Non credo sia il momento adatto per sperimentare e saggiare la vena rivoluzionaria di un popolo che è stato quasi sempre diviso e sottomesso. Le frizioni sociali si vanno sommando ormai da anni ed ogni gruppo, casta o ceto sociale porta esempi di ingiustizie e prevaricazioni perpetrate nei loro confronti in nome di tanti diritti proclamati e discussi da secoli e mai garantiti in via definitiva. Perché il diritto è una aspettativa che si trasforma in dote solo se viene continuamente ribadito con le lotte. Ma l'italiano evita le lotte perché ha fiducia nelle promesse, è ottimista perché pensa che anche gli altri lo siano o perché crede nelle proprietà taumaturgiche racchiuse negli amuleti che vendono fattucchiere vesuviane e stregoni moderni. Però, tornando alla mia preoccupazione (o speranza), che mi sembra di capire sia anche la sua, tengo sempre presente il detto "non c'è peggior cattivo di un buono che si incazza". Se un gas non ha la possibilità di espandersi, diciamo che si irrita, si sente prigioniero contro natura, non accetta di essere sotto pressione se non in spazi adeguati e protesta sonoramente: esplode. Invece, gli italiani hanno ancora spazio e se devono fare a turno per occuparlo, vabbè aspettano, magari chiedendosi perché un tizio salta la fila o ne occupa una porzione maggiore, ma senza che la protesta porti ad un cambiamento reale e duraturo, poiché è priva di determinazione e piena di timore di perdere anche quel poco che ancora gli rimane in termini di dignità. Una dignità che avrà anche le sue forme, ma ce n'è una che qualche buontempone ha pensato di inserire nella Costituzione, la protettrice di tutti i diritti, forse per mettere a nudo l'inadeguatezza di chi dovrebbe applicarla e approntare gli strumenti per farla rispettare. In tutto questo, un amico serve a scambiare idee per confrontarsi su molti temi: discutere e argomentare mantiene viva la mente, ma non lo dia per scontato perché oggi sono certo che ogni persona abbia un telefonino e non un cervello. Aggiunga il fatto che un amico, potenzialmente, è sempre pericoloso.

DvMcEv
 

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