Ho finalmente visto il film su Craxi ...

Ho trovato il film splendido , commovente e veritiero. La figura di Craxi ottiene il suo giusto spessore morale  . Tutto il vento giunto dopo non regge al confronto. Forse abbiamo perso tanto. Eppure e’ morto abbastanza povero perché una serie di mandanti di “spargere immondizia “ ha fatto in modo che un pezzodimmerda , sul forum , può impunemente chiamarlo “ladrone” quando anche la Giustizia , nelle motivazioni di condanna , lo rese responsabile di aver avuto denari per il partito e non per arricchimento personale . Chissà quante “tangenti” per il partito ottenne Craxi !! Tante , troppe !! Craxi era “attratto” dai soldi perché credeva che per fare politica i soldi servissero . E tanti !! Lo credevano anche coloro , tutti , anch’essi beneficiati di tangenti per il relativo partito . Naturalmente tutti fanno a gara ad essersi dimenticati che Craxi , con quei soldi , finanzio’ la resistenza cilena contro Pinochet nel dopo Allende, finanzio’ i Palestinesi di Arafat contro Israele, i socialisti portoghesi di Soares contro Salazar , gli Spagnoli che erano ghettizzati nel dopo Franco. Così va il mondo , così va l’Italia. 

Modificato da mark222220

Condividi questo messaggio


Link al messaggio
Condividi su altri siti

5 messaggi in questa discussione

C'era da scommetterci: un lekkino di Renzi, cioè del figlioccio politico di B., a sua volta figlioccio politico (nonché amico personale e corruttore) di Bottino Craxi, non poteva che commuoversi guardando un film melenso sull'ingloriosa fine di un corrotto che preferì la fuga e la latitanza alla dignità e all'onore. Dice che il corrotto prendeva soldi per il partito. Roba da matti! 

http://www.libertaegiustizia.it/2020/01/20/hammamet-ecco-la-lista-delle-spese-private-di-craxi/

Naturalmente anche nel gennaio 2010, in occasione del decennale della scomparsa, in piena era berlusconiana, il ladrone di Stato fu oggetto delle celebrazioni e dei peana di un esercito di incensatori e beatificatori. Ma proprio in quel periodo si addensavano sulla testa del puttaniere di Arcore i guai giudiziari e gli scandali privati. Intervenne prontamente Stefania Craxi che in tv accostò l'allora presidente del Consiglio a suo padre, dipingendolo come una vittima, come un perseguitato dalla magistratura:

 "La storia di Craxi si ripete con Berlusconi. Gli italiani allora non credettero a Craxi, ma a Berlusconi, oggi, credono".

A onor del vero pochi italiani, a parte i parlamentari della maggioranza di centrodestra e la patetica Stefania, credettero che Ruby Rubacuori fosse la nipote di Mubarak. In un memorabile articolo sulla Stampa, Barbara Spinelli commentò quelle parole della figlia di Craxi:

"A questo serve la politica della memoria in Italia: a perpetuare la melma in cui ci troviamo, senza mai cominciare l'esame di coscienza che da essa ci libererebbe".

Parole sacrosante e, dopo 10 anni, sempre attuali. 

https://www.lastampa.it/opinioni/editoriali/2010/01/24/news/la-memoria-inutile-1.37029400

Condividi questo messaggio


Link al messaggio
Condividi su altri siti

e aggiungo:il pissano fa tanto la morale ad altri,ma ascoltatelo bene: se uno ruba è per darli al partito,e a finanziamenti non definiti,ne documentati.. ma se deve scagliare fango e pietre,lo fa per i presunti 69milioni...non per il partito,vero??pissano..mettete il pannolone,che la fai fuori!!

Condividi questo messaggio


Link al messaggio
Condividi su altri siti

Niente paura direttoretto. Se Salvini sarà condannato al carcere e scapperà in Russia (dall'amico Putin), tra una ventina d'anni lo dipingeranno come uno statista vittima dei giustizialisti, gli dedicheranno un film e il pisano, essendo un emotivo con un debole per i caudilli caduti in disgrazia, si commuoverà in sala fino alle lacrime.

Modificato da fosforo311

Condividi questo messaggio


Link al messaggio
Condividi su altri siti
4 ore fa, fosforo311 ha scritto:

C'era da scommetterci: un lekkino di Renzi, cioè del figlioccio politico di B., a sua volta figlioccio politico (nonché amico personale e corruttore) di Bottino Craxi, non poteva che commuoversi guardando un film melenso sull'ingloriosa fine di un corrotto che preferì la fuga e la latitanza alla dignità e all'onore. Dice che il corrotto prendeva soldi per il partito. Roba da matti! 

http://www.libertaegiustizia.it/2020/01/20/hammamet-ecco-la-lista-delle-spese-private-di-craxi/

Naturalmente anche nel gennaio 2010, in occasione del decennale della scomparsa, in piena era berlusconiana, il ladrone di Stato fu oggetto delle celebrazioni e dei peana di un esercito di incensatori e beatificatori. Ma proprio in quel periodo si addensavano sulla testa del puttaniere di Arcore i guai giudiziari e gli scandali privati. Intervenne prontamente Stefania Craxi che in tv accostò l'allora presidente del Consiglio a suo padre, dipingendolo come una vittima, come un perseguitato dalla magistratura:

 "La storia di Craxi si ripete con Berlusconi. Gli italiani allora non credettero a Craxi, ma a Berlusconi, oggi, credono".

A onor del vero pochi italiani, a parte i parlamentari della maggioranza di centrodestra e la patetica Stefania, credettero che Ruby Rubacuori fosse la nipote di Mubarak. In un memorabile articolo sulla Stampa, Barbara Spinelli commentò quelle parole della figlia di Craxi:

"A questo serve la politica della memoria in Italia: a perpetuare la melma in cui ci troviamo, senza mai cominciare l'esame di coscienza che da essa ci libererebbe".

Parole sacrosante e, dopo 10 anni, sempre attuali. 

https://www.lastampa.it/opinioni/editoriali/2010/01/24/news/la-memoria-inutile-1.37029400

Cazzaro !! Riporti Travaglio eh ?? Chi sennò ?? 

Il 19 gennaio del 2000, venti anni fa, Bettino Craxi si mise a letto per riposare qualche ora e non si svegliò più. Era nella sua casa di Hammamet, lontano dall’Italia, dove una campagna diffamatoria bene orchestrata e resa esecutiva a colpi di sentenze aveva trasformato lo statista di Sigonella, il presidente del consiglio che aveva salvato l’Italia dal baratro aperto da un’inflazione galoppante, in un criminale. Adesso, meglio tardi che mai, comincia a farsi strada nella cosiddetta opinione pubblica, nel mondo politico, nei giornali, nelle televisioni e nei social network un giudizio meno fazioso sul ruolo svolto da Craxi, segretario del Psi e capo del governo, nell’Italia degli anni settanta e ottanta del secolo scorso.

C’è, invece, chi non ha aspettato tanto per dare a Craxi quel che è di Craxi. Zine El- Abidine Ben Alì è stato il secondo Presidente della repubblica tunisina dopo Habib Bourghiba, il fondatore del giovane Stato nordafricano. E’ lui a decidere il 19 gennaio del 2007, tredici anni fa, di dedicare una strada di Hammamet a Bettino Craxi, lo statista esule accolto e protetto nel 1994 come “rifugiato politico” sulla base di un trattato stipulato tra l’Italia e la Tunisia. E’ una bella strada questa “Avenue Benedetto (Bettino) Craxi”. Ma è soltanto una delle tante testimonianze dell’affetto con cui Craxi è stato accolto in tutta la Tunisia e in particolare ad Hammamet, dove in un ristorante c’è ancora un tavolo riservato a “monsieur le president”. Non lo hanno dimenticato i cileni. L’11 settembre del 1973 il golpe del generale Pinochet instaurava in Cile una feroce dittatura militare. Il presidente della repubblica, il socialista Salvador Allende, moriva nella difesa disperata del palazzo presidenziale. E il suo corpo fu sepolto nel “Cementerio General de Recoleta”, non lontano da Santiago. Bettino Craxi era in quel tempo vicesegretario del Psi e, poche settimane dopo il colpo di stato, guidò una delegazione socialista in Cile per deporre un fascio di garofani rossi sulla tomba di Allende. Missione impossibile. Una schiera di soldati in assetto di guerra non lasciava avvicinare nessuno. Proteste e tentativo di avanzare, ma inevitabile rinuncia quando uno dei militari punta il mitra contro i delegati e urla: “Un paso mas y tiro”.

I cileni ricordano. Certo, l’episodio del 1973, ma ricordano soprattutto, a cominciare da quella data, le iniziative di Craxi a favore della resistenza cilena contro il regime dittatoriale. Ingenti contributi finanziari ai movimenti clandestini, ospitalità agli esuli e una costante denuncia dei misfatti di Pinochet, più volte inoltrata a Reagan e particolarmente dura e impegnativa in un discorso al Congresso Usa del 1985. Nel cimitero di Recoleta, a pochi passi dalla tomba di Allende, sorge ora una “Plazoleta Bettino Craxi”. Nella targa che la sovrasta figura una foto dello statista italiano e alcune note biografiche. Si legge, tra l’altro, che Craxi “appoggiò con passione e vigore la causa del ritorno della democrazia nel Cile”.

Ma i movimenti di liberazione cileni non sono stati gli unici a usufruire di un sostanziale appoggio da parte di Craxi e dei socialisti italiani. C’è chi ancora si chiede, con una buona dose di disinformazione o di malafede, dove sono finiti i soldi delle tangenti versati al Psi – come a tutti i partiti italiani, tranne i Radicali – negli ultimi anni della prima Repubblica. Non è difficile rispondere. Gran parte di quei fondi si sono trasformati in aiuti ai popoli oppressi. Ne sa qualcosa Felipe Gonzalez, il leader socialista spagnolo dei primi decenni del post- franchismo, che non ha mai rinnegato la sua amicizia e la sua solidarietà con Craxi. Ne sapeva qualcosa Mario Soares, primo ministro portoghese dal 1986 al 1996. Ne sanno qualcosa i dirigenti di “Solidarnosc”, il sindacato cattolico che fece crollare il regime comunista in Polonia, gli ungheresi e i cecoslovacchi. Ma in quest’ultimo caso Craxi fece qualcosa di più. Uno dei maggiori dirigenti della “Primavera di Praga” esule in Italia, Jiri Pelikan, fu eletto al Parlamento europeo nelle liste del Psi per due legislature. In America latina gli aiuti dei socialisti italiani sono andati all’argentino Alfonsin, al brasiliano Lula, al peruviano Garcia, al venezuelano Perez e all’uruguaiano Sanguinetti. In Africa, ai movimenti di resistenza di Palestina, Somalia ed Eritrea. Per Craxi era naturale aiutare i popoli oppressi di tutto il mondo. L’internazionalismo socialista l’aveva respirato fin da bambino.

Bettino Craxi è presidente del consiglio dei ministri nel 1983. Il suo governo (in due manches consecutive) dura complessivamente 1272 giorni. Dopo quelli di De Gasperi è il più duraturo della Repubblica ed è, soprattutto, un governo che ottiene risultati ampiamente positivi. In politica estera, l’Italia acquista un rispetto internazionale mai ottenuto prima, a cominciare dagli Stati Uniti. Dopo lo scatto d’orgoglio nazionale di Sigonella, Reagan chiede d’incontrare Craxi, gli stringe la mano e istalla alla Casa Bianca un telefono rosso per i contatti diretti con il presidente del Consiglio italiano. Ma non basta. Il 28 e il 29 giugno del 1985, a Milano, in una riunione dei capi di stato e di governo dell’Unione Europea, Craxi sostiene la necessità di indire una conferenza intergovernativa per riformare alcune parti del trattato istitutivo dell’unione. Margareth Tathcher è contraria. I rappresentanti degli altri paesi appoggiano la proposta italiana e la “lady di ferro” britannica resta sola in minoranza. Non era mai accaduto e non accadrà più. In economia, il taglio della scala mobile e la vittoria nel referendum voluto dai comunisti provocano la discesa dell’inflazione dalle percentuali sudamericane dei mesi precedenti fino a un ragionevole quattro per cento. E l’Italia evita la bancarotta.

Il 17 febbraio 1992 è arrestato a Milano Mario Chiesa, un dirigente periferico socialista, per una tangente di 14 milioni di lire, appena consegnatagli da un giovane imprenditore. E l’inizio di “Mani pulite, l’operazione politico- giudiziaria che in un anno distruggerà i partiti che avevano fatto la storia d’Italia dal dopoguerra agli anni novanta, con le uniche eccezioni del Pci e del Movimento sociale italiano, decretando così la fine della democrazia come la si intende nel mondo occidentale. Finanziamento illegale dei partiti e corruzione attraverso un collaudato e capillare uso delle tangenti. Queste le accuse della procura di Milano, guidata da Francesco Saverio Borrelli e con Antonio Di Pietro nell’imitazione nostrana di Viscinski, il grande accusatore dei tribunali staliniani. E, per renderle credibili alla magistratura giudicante, gli accusatori adoperano ogni mezzo, a cominciare dalle carcerazioni preventive, usate per ottenere chiamate di correo nei confronti di persone innocenti. Il socialista Sergio Moroni, Gabriele Cagliari e Raul Gardini pagano con il suicidio colpe marginali o addirittura inesistenti. Borrelli, a conclusione dell’operazione, afferma pubblicamente che i magistrati artefici di Tangentopoli aspettavano una chiamata del Presidente della Repubblica, cioè che erano pronti a sostituirsi alla classe politica.

Il bersaglio principale è Bettino Craxi. Sparano (metaforicamente) su di lui i comunisti, uomini e potentati bastonati dal “decisionismo” craxiano, occultamente ma con efficacia gli americani, la Cia, il Pentagono, che non hanno dimenticato Sigonella e le numerose prove d’indipendenza fornite dallo statista italiano. Ma lui risponde alla sua maniera. Rilancia.

Il 3 luglio del 1992 conferma in un discorso alla Camera ciò che “tutti sanno”, e cioè che i partiti, soprattutto i più grandi, “hanno ricorso e ricorrono all’uso di risorse aggiuntive in forma irregolare o illegale”. E se c’è qualcuno che afferma il contrario, aggiunge, si alzi e lo dica, “i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro”. Naturalmente, tutti rimasero seduti. La conseguenza dell’intervento era che il finanziamento illegale ai partiti era un problema politico, da risolversi politicamente e non nelle aule giudiziarie. Ma nessuno si alzò a sostenerlo. Inutilmente, in un secondo discorso del 24 gennaio 1993, sempre a Montecitorio, Craxi denuncia il “gioco al massacro” che lo aveva coinvolto e propone la costituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta sull’azione di “Mani pulite” e sui finanziamenti registrati dalla politica negli ultimi venti anni.

Poi è Hammamet, per sei anni, fino al 19 gennaio del 2000. Anni difficili, di riflessione e di lotta, mai di resa. Craxi è solo, solo con il suo diabete, con il suo tumore che lo porterà alla morte. Con le sue passeggiate sulla spiaggia, con i suoi colloqui con i pescatori tunisini. Con le sue penetranti analisi sulla situazione politica italiana, con i suoi momenti di sconforto e con le decisioni meditate. “Esilio sì, ma né dorato né argentato”, “la mia libertà equivale alla mia vita”. “Non tornerò in Italia, né da vivo né da morto”.

Una vita esente da errori? No, di certo. Come non commetterne in tanti anni di attività politica ai massimi livelli? Pannella, a conclusione del governo a guida socialista, scrive a Craxi una lettera che, pannellianamente, non comincia con “Caro Bettino”, ma con “Brutto ***”, e in sedici righe elenca gli “undici errori” che il leader radicale attribuisce a Craxi, dal Concordato al proibizionismo sulle droghe. E la figlia Stefania ammette: “Il finanziamento illegale genera corruzione e il suo vero errore fu di non accorgersi di quanto fosse cresciuto il livello di corruzione nel partito. Ma il finanziamento illegale non comincia certo con Craxi…. Nel 1976 Craxi trova un sistema oliato da anni. Per lui il denaro era un’arma per la politica… Non a caso, è morto povero”. E forse oggi comincia veramente, dopo venti anni di ostracismo, non la riabilitazione, termine pessimo e del tutto inadatto, ma un cammino di verità sulla vicenda umana e politica di un gigante dell’Italia repubblicana.

 

Condividi questo messaggio


Link al messaggio
Condividi su altri siti
36 minuti fa, mark222220 ha scritto:

Cazzaro !! Riporti Travaglio eh ?? Chi sennò ?? 

Il 19 gennaio del 2000, venti anni fa, Bettino Craxi si mise a letto per riposare qualche ora e non si svegliò più. Era nella sua casa di Hammamet, lontano dall’Italia, dove una campagna diffamatoria bene orchestrata e resa esecutiva a colpi di sentenze aveva trasformato lo statista di Sigonella, il presidente del consiglio che aveva salvato l’Italia dal baratro aperto da un’inflazione galoppante, in un criminale. Adesso, meglio tardi che mai, comincia a farsi strada nella cosiddetta opinione pubblica, nel mondo politico, nei giornali, nelle televisioni e nei social network un giudizio meno fazioso sul ruolo svolto da Craxi, segretario del Psi e capo del governo, nell’Italia degli anni settanta e ottanta del secolo scorso.

C’è, invece, chi non ha aspettato tanto per dare a Craxi quel che è di Craxi. Zine El- Abidine Ben Alì è stato il secondo Presidente della repubblica tunisina dopo Habib Bourghiba, il fondatore del giovane Stato nordafricano. E’ lui a decidere il 19 gennaio del 2007, tredici anni fa, di dedicare una strada di Hammamet a Bettino Craxi, lo statista esule accolto e protetto nel 1994 come “rifugiato politico” sulla base di un trattato stipulato tra l’Italia e la Tunisia. E’ una bella strada questa “Avenue Benedetto (Bettino) Craxi”. Ma è soltanto una delle tante testimonianze dell’affetto con cui Craxi è stato accolto in tutta la Tunisia e in particolare ad Hammamet, dove in un ristorante c’è ancora un tavolo riservato a “monsieur le president”. Non lo hanno dimenticato i cileni. L’11 settembre del 1973 il golpe del generale Pinochet instaurava in Cile una feroce dittatura militare. Il presidente della repubblica, il socialista Salvador Allende, moriva nella difesa disperata del palazzo presidenziale. E il suo corpo fu sepolto nel “Cementerio General de Recoleta”, non lontano da Santiago. Bettino Craxi era in quel tempo vicesegretario del Psi e, poche settimane dopo il colpo di stato, guidò una delegazione socialista in Cile per deporre un fascio di garofani rossi sulla tomba di Allende. Missione impossibile. Una schiera di soldati in assetto di guerra non lasciava avvicinare nessuno. Proteste e tentativo di avanzare, ma inevitabile rinuncia quando uno dei militari punta il mitra contro i delegati e urla: “Un paso mas y tiro”.

I cileni ricordano. Certo, l’episodio del 1973, ma ricordano soprattutto, a cominciare da quella data, le iniziative di Craxi a favore della resistenza cilena contro il regime dittatoriale. Ingenti contributi finanziari ai movimenti clandestini, ospitalità agli esuli e una costante denuncia dei misfatti di Pinochet, più volte inoltrata a Reagan e particolarmente dura e impegnativa in un discorso al Congresso Usa del 1985. Nel cimitero di Recoleta, a pochi passi dalla tomba di Allende, sorge ora una “Plazoleta Bettino Craxi”. Nella targa che la sovrasta figura una foto dello statista italiano e alcune note biografiche. Si legge, tra l’altro, che Craxi “appoggiò con passione e vigore la causa del ritorno della democrazia nel Cile”.

Ma i movimenti di liberazione cileni non sono stati gli unici a usufruire di un sostanziale appoggio da parte di Craxi e dei socialisti italiani. C’è chi ancora si chiede, con una buona dose di disinformazione o di malafede, dove sono finiti i soldi delle tangenti versati al Psi – come a tutti i partiti italiani, tranne i Radicali – negli ultimi anni della prima Repubblica. Non è difficile rispondere. Gran parte di quei fondi si sono trasformati in aiuti ai popoli oppressi. Ne sa qualcosa Felipe Gonzalez, il leader socialista spagnolo dei primi decenni del post- franchismo, che non ha mai rinnegato la sua amicizia e la sua solidarietà con Craxi. Ne sapeva qualcosa Mario Soares, primo ministro portoghese dal 1986 al 1996. Ne sanno qualcosa i dirigenti di “Solidarnosc”, il sindacato cattolico che fece crollare il regime comunista in Polonia, gli ungheresi e i cecoslovacchi. Ma in quest’ultimo caso Craxi fece qualcosa di più. Uno dei maggiori dirigenti della “Primavera di Praga” esule in Italia, Jiri Pelikan, fu eletto al Parlamento europeo nelle liste del Psi per due legislature. In America latina gli aiuti dei socialisti italiani sono andati all’argentino Alfonsin, al brasiliano Lula, al peruviano Garcia, al venezuelano Perez e all’uruguaiano Sanguinetti. In Africa, ai movimenti di resistenza di Palestina, Somalia ed Eritrea. Per Craxi era naturale aiutare i popoli oppressi di tutto il mondo. L’internazionalismo socialista l’aveva respirato fin da bambino.

Bettino Craxi è presidente del consiglio dei ministri nel 1983. Il suo governo (in due manches consecutive) dura complessivamente 1272 giorni. Dopo quelli di De Gasperi è il più duraturo della Repubblica ed è, soprattutto, un governo che ottiene risultati ampiamente positivi. In politica estera, l’Italia acquista un rispetto internazionale mai ottenuto prima, a cominciare dagli Stati Uniti. Dopo lo scatto d’orgoglio nazionale di Sigonella, Reagan chiede d’incontrare Craxi, gli stringe la mano e istalla alla Casa Bianca un telefono rosso per i contatti diretti con il presidente del Consiglio italiano. Ma non basta. Il 28 e il 29 giugno del 1985, a Milano, in una riunione dei capi di stato e di governo dell’Unione Europea, Craxi sostiene la necessità di indire una conferenza intergovernativa per riformare alcune parti del trattato istitutivo dell’unione. Margareth Tathcher è contraria. I rappresentanti degli altri paesi appoggiano la proposta italiana e la “lady di ferro” britannica resta sola in minoranza. Non era mai accaduto e non accadrà più. In economia, il taglio della scala mobile e la vittoria nel referendum voluto dai comunisti provocano la discesa dell’inflazione dalle percentuali sudamericane dei mesi precedenti fino a un ragionevole quattro per cento. E l’Italia evita la bancarotta.

Il 17 febbraio 1992 è arrestato a Milano Mario Chiesa, un dirigente periferico socialista, per una tangente di 14 milioni di lire, appena consegnatagli da un giovane imprenditore. E l’inizio di “Mani pulite, l’operazione politico- giudiziaria che in un anno distruggerà i partiti che avevano fatto la storia d’Italia dal dopoguerra agli anni novanta, con le uniche eccezioni del Pci e del Movimento sociale italiano, decretando così la fine della democrazia come la si intende nel mondo occidentale. Finanziamento illegale dei partiti e corruzione attraverso un collaudato e capillare uso delle tangenti. Queste le accuse della procura di Milano, guidata da Francesco Saverio Borrelli e con Antonio Di Pietro nell’imitazione nostrana di Viscinski, il grande accusatore dei tribunali staliniani. E, per renderle credibili alla magistratura giudicante, gli accusatori adoperano ogni mezzo, a cominciare dalle carcerazioni preventive, usate per ottenere chiamate di correo nei confronti di persone innocenti. Il socialista Sergio Moroni, Gabriele Cagliari e Raul Gardini pagano con il suicidio colpe marginali o addirittura inesistenti. Borrelli, a conclusione dell’operazione, afferma pubblicamente che i magistrati artefici di Tangentopoli aspettavano una chiamata del Presidente della Repubblica, cioè che erano pronti a sostituirsi alla classe politica.

Il bersaglio principale è Bettino Craxi. Sparano (metaforicamente) su di lui i comunisti, uomini e potentati bastonati dal “decisionismo” craxiano, occultamente ma con efficacia gli americani, la Cia, il Pentagono, che non hanno dimenticato Sigonella e le numerose prove d’indipendenza fornite dallo statista italiano. Ma lui risponde alla sua maniera. Rilancia.

Il 3 luglio del 1992 conferma in un discorso alla Camera ciò che “tutti sanno”, e cioè che i partiti, soprattutto i più grandi, “hanno ricorso e ricorrono all’uso di risorse aggiuntive in forma irregolare o illegale”. E se c’è qualcuno che afferma il contrario, aggiunge, si alzi e lo dica, “i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro”. Naturalmente, tutti rimasero seduti. La conseguenza dell’intervento era che il finanziamento illegale ai partiti era un problema politico, da risolversi politicamente e non nelle aule giudiziarie. Ma nessuno si alzò a sostenerlo. Inutilmente, in un secondo discorso del 24 gennaio 1993, sempre a Montecitorio, Craxi denuncia il “gioco al massacro” che lo aveva coinvolto e propone la costituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta sull’azione di “Mani pulite” e sui finanziamenti registrati dalla politica negli ultimi venti anni.

Poi è Hammamet, per sei anni, fino al 19 gennaio del 2000. Anni difficili, di riflessione e di lotta, mai di resa. Craxi è solo, solo con il suo diabete, con il suo tumore che lo porterà alla morte. Con le sue passeggiate sulla spiaggia, con i suoi colloqui con i pescatori tunisini. Con le sue penetranti analisi sulla situazione politica italiana, con i suoi momenti di sconforto e con le decisioni meditate. “Esilio sì, ma né dorato né argentato”, “la mia libertà equivale alla mia vita”. “Non tornerò in Italia, né da vivo né da morto”.

Una vita esente da errori? No, di certo. Come non commetterne in tanti anni di attività politica ai massimi livelli? Pannella, a conclusione del governo a guida socialista, scrive a Craxi una lettera che, pannellianamente, non comincia con “Caro Bettino”, ma con “Brutto ***”, e in sedici righe elenca gli “undici errori” che il leader radicale attribuisce a Craxi, dal Concordato al proibizionismo sulle droghe. E la figlia Stefania ammette: “Il finanziamento illegale genera corruzione e il suo vero errore fu di non accorgersi di quanto fosse cresciuto il livello di corruzione nel partito. Ma il finanziamento illegale non comincia certo con Craxi…. Nel 1976 Craxi trova un sistema oliato da anni. Per lui il denaro era un’arma per la politica… Non a caso, è morto povero”. E forse oggi comincia veramente, dopo venti anni di ostracismo, non la riabilitazione, termine pessimo e del tutto inadatto, ma un cammino di verità sulla vicenda umana e politica di un gigante dell’Italia repubblicana.

 

Anche Stalin sostenne la Repubblica Spagnola. Ciò non toglie che sia stato un tiranno.

Craxi sostenne Olp, socialisti cileni, esuli argentini, ma resta un corrotto e corruttore tangentaro.

Non solo per il Partito, ma anche per se stesso.

Craxi morì povero perché un giovane yuppie con ristorante a Portofino si è fregato tutto.

E facciamola finita con la scusa che la politica costa. È una scusa che giustifica anche quelli che si sono fregati 49 milioni di euro ieri l'altro.

Condividi questo messaggio


Link al messaggio
Condividi su altri siti

Crea un account o accedi per commentare

È necessario essere registrati per poter lasciare un messaggio

Crea un account

Non sei ancora iscritto? Registrati subito


Registra un nuovo account

Accedi

Hai già un account? Accedi qui.


Accedi ora

© Italiaonline S.p.A. 2021Direzione e coordinamento di Libero Acquisition S.á r.l.P. IVA 03970540963