Ma vah !! Il Job Act ha funzionato ...

Quindi , il Jobs Act, secondo gli ultimi dati Eurostat, ha prodotto durante il governo Renzi e Gentiloni (meno di quattro anni e in piena crisi economica), 500mila posti di lavoro a tempo pieno e indeterminato. Per non parlare degli altri 500mila sui quali qualcuno sputa sopra. Ora che escono i dati ufficiali sui suoi effetti certificati è cambiata la musica da parte di chi, all’atto della sua approvazione, combatté una battaglia campale di opposizione, come se si trattasse di sconfiggere l’emblema del “neoliberismo renziano”, l’ultima trincea della vera sinistra.
Allora , le previsioni dei compagni della sx vera , fu che ci sarebbero stati licenziamenti di massa e nessun vantaggio, né per la ripresa dell’occupazione, né per la condizione materiale dei lavoratori e del lavoro per la, così detta, abolizione dell’art. 18. Che poi in realtà non ci fu, dato che i vecchi occupati lo mantenevano e per i nuovi lavoratori restava contro i licenziamenti per motivi disciplinari e quelli discriminatori sotto qualunque forma.
Oggi, difronte ai dati reali che sono completamente diversi da quelli paventati allora, l’ultimo e solitario cavallo di battaglia che accomuna i vecchi oppositori e gli archibugiatori dell’epoca,  non è la contestazione di quei dati, ma la considerazione che “il Jobs Act non è servito a ritornare ai livelli pre-crisi”. Capito ??  Il cavallo di battaglia che guidò le “masse lavoratrici” contro il governo dei traditori della sinistra è diventato un ronzino un po’  sfiancato e triste, che bruca stancamente paglia secca nei pressi della vecchia  stalla in una trincea sempre più desolata. 500mila non bastavano, come gli 80 euro che nessun lavoratore ha mai ricevuto da nessun rinnovo contrattuale. Quindi è stato meglio cacciare il traditore che si sa, dicevano e dicono, è peggio di Salvini. Tirando la volata alla destra che infatti, sulla base di quella pessima lezione, stravince nelle zone operaie del nord e qualcuno ha anche sfrontatezza di chiedersi come mai gli operai hanno in tasca la tessera della Cgil e votano Lega.    Questo atteggiamento, tutto politico e niente affatto sindacale, ci dice quanto lontana dalla realtà sia la conoscenza, non solo del lavoro, ma soprattutto dei lavoratori da parte di quelle organizzazioni sindacali che si scagliarono contro il Jobs act. Allora fu un misto di insipienza, malafede, demagogia, e bieca strumentalizzazione nel tentativo di recuperare la perdita di consenso.
Oggi resta solo un imbarazzato politicismo, che somma a tutte le caratteristiche precedenti una profonda, immensa, smisurata, sterminata stupidità che è assolutamente inutile commentare oltre. 
E quella vecchia trincea è diventata una fossa nelle retrovie, dalla quale chi ha un minimo di resipiscenza per la sua storia migliore può solo saltare fuori, prima che da inutile diventi anche dannosa. Saluti
 

Modificato da mark222220

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5 messaggi in questa discussione

merito job act  o del  decreto dignità?

 

I dati Inps sui contratti di lavoro attivati e su quelli conclusi nel 2018 confermano i primi effetti del decreto Dignità nel modificare la struttura del mercato in favore dei rapporti stabili. Effetti che si erano già visti nelle statistiche di novembre, mese in cui il provvedimento che rende obbligatoria la causale per i contratti superiori a 12 mesi è entrato in vigore anche per rinnovi e proroghe. Se infatti nei 12 mesi le trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato nel complesso risultano quasi raddoppiate, da 299.000 a 527.000, con un aumento del 76,2%, nell’ultimo bimestre dell’anno c’è stata “un’ulteriore accelerazione“. A novembre e dicembre le trasformazioni di rapporti a termine e apprendistati in contratti stabili sono state 124.300 contro le 61.700 di novembre e dicembre 2017. Un aumento del 101 per cento.

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Lavoro, l’Inps sui primi 6 mesi 2019: “Ancora in aumento i contratti indeterminati, 321mila in più. Anno su anno +60% stabilizzazioni”

I dati Inps sui primi sei mesi del 2019 confermano il trend positivo dei contratti di lavoro stabili  che era già emerso a gennaio e febbraio – ovvero dopo l’entrata in vigore del decreto Dignità anche per rinnovi e proroghe. Da gennaio a giugno il saldo netto dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato segna un aumento di 321.805 contratti, registrando così un incremento del 150,7% rispetto allo stesso periodo del 2018. Prosegue anche il boom delle trasformazioni da tempo determinato a indeterminato, passate da 231.866 a 372.016 (+60,4% rispetto ai primi sei mesi dello scorso anno). Sono i dati che emergono dall’Osservatorio sul precariato dell’Istituto.

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Ma non dovevamo essere avvolti dal cataclisma economico?

Buona futura opposizione di inquisiti di sinistra a tutti

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28 minuti fa, ahaha.ha ha scritto:

merito job act  o del  decreto dignità?

 

I dati Inps sui contratti di lavoro attivati e su quelli conclusi nel 2018 confermano i primi effetti del decreto Dignità nel modificare la struttura del mercato in favore dei rapporti stabili. Effetti che si erano già visti nelle statistiche di novembre, mese in cui il provvedimento che rende obbligatoria la causale per i contratti superiori a 12 mesi è entrato in vigore anche per rinnovi e proroghe. Se infatti nei 12 mesi le trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato nel complesso risultano quasi raddoppiate, da 299.000 a 527.000, con un aumento del 76,2%, nell’ultimo bimestre dell’anno c’è stata “un’ulteriore accelerazione“. A novembre e dicembre le trasformazioni di rapporti a termine e apprendistati in contratti stabili sono state 124.300 contro le 61.700 di novembre e dicembre 2017. Un aumento del 101 per cento.

Lei che dice sig ahaha.ha ?? Facciamo così : capisco che per un ex sicario di Renzi , la cosa possa dispiacere , ma legga senza pregiudizio questo articolo e vedrà che giunge alle stesse conclusioni di Eurostat . 

Aumentano i contratti di lavoro subordinato a tempo indeterminato. Nei primi 7 mesi del 2019, la crescita è netta, indiscutibile. Accantonando per un attimo il problema dell’impennata del part-time cd. involontario, la notizia va salutata solo positivamente. A cosa è dovuto questo aumento? I fattori possono essere tanti. Posso limitarmi -perché conosco i miei limiti- a dare una spiegazione giuslavorista.Se vogliamo essere intellettualmente onesti, senza dubbio, il jobs act ha favorito questo aumento perché, molto banalmente, ha fatto in modo che fosse meno difficile la risoluzione del rapporto di lavoro che si va ad instaurare. Oggi i datori hanno meno timore ad assumere a tempo indeterminato perché sanno che se decidono di licenziare non devono applicare il famigerato art.18.

L’errore del jobs act è stato sicuramente quello di prevedere un risarcimento troppo irrisorio in caso di recesso ingiustificato. Ciò ha incentivato comportamenti datoriali troppo disinvolti marchiando così il jobs act come la riforma “brutta e cattiva” quando è piuttosto la “misunderstood reform”: gli ideologici detrattori sono stati colpevolmente poco attenti alla portata innovativa e laburista che si legge particolarmente nel decreto legislativo 150 del 2015. Mantenere l’assetto delle tutele crescenti (non particolarmente amate dai lavoratori ma incentivanti per i datori di lavoro) è stata una scelta di Luigi Di Maio. Con il “decreto dignità”, Di Maio si è solo limitato ad alzare l’asticella del risarcimento, mantenendo un equilibrio quasi salomonico tra imprenditori e lavoratori. Così facendo non ha fermato la spinta propulsiva del jobs act verso le assunzioni a tempo indeterminato.

C’era forse da parte sua anche l’auspicio, non del tutto realizzatosi, di condizionare la pronuncia della Consulta sulle tutele crescenti. Ora l’incertezza creata dalla decisione della Corte Costituzionale dovrebbe essere motivo di riflessione per una normativa unica sul licenziamento illegittimo. Ritornando all’analisi di partenza, non va sottovalutata la scelta drastica del jobs act di prevedere che la collaborazione parasubordinata, orfana del “progetto”, se resa nei tempi e nei luoghi stabiliti dal committente, sia disciplinata al pari del lavoro subordinato. I riders hanno ottenuto gli stessi diritti economici dei fattorini con regolare contratto di lavoro subordinato grazie all’applicazione da parte dei giudici del lavoro proprio di una norma del jobs act, norma che è stata “scoperta” a distanza di tempo e che ha subìto l’ostracismo da parte di coloro che l’hanno ritenuta, a torto e a convenienza, una norma inutile.

Se la collaborazione parasubordinata continuativa organizzata dal committente deve essere disciplinata come il lavoro subordinato, allora ha poco senso per il datore di lavoro preferirla rispetto a un contratto di lavoro a tutele crescenti che invece prevede per legge obblighi di diligenza e fedeltà da parte del lavoratore suscettibili di procedimento disciplinare.

Il jobs act rimane e mostra di essere una riforma piena di vita. Non solo perché condiziona i datori di lavoro a instaurare contratti subordinati a tempo indeterminato ma anche perché resta l’architrave delle politiche attive del lavoro. Senza il decreto legislativo n.150 del 2015, il reddito di cittadinanza voluto da Nunzia Catalfo, ora Ministro del Lavoro, sarebbe stato davvero una impresa impossibile. Sono rimasti i solchi segnati dal jobs act e i passi in avanti fatti da Anpal con il Governo Gentiloni nel disegno della misura di politica attiva del lavoro voluta dai pentastellati.

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Credo che le dichiarazioni dell'Inps siano più attuali di quella eurostat, sig Mark.

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