le fanfaluche di Salvini

I porti italiani sono chiusi?

 

 

Di simone fontana

Una bugia perché: La regina di tutte le notizie false sul tema, resta in ogni caso la cosiddetta politica dei porti chiusi, misura bandiera per eccellenza dell’anno appena trascorso da Matteo Salvini al Viminale. Se il numero di sbarchi è indubitabilmente calato, proseguendo un trend inaugurato dal predecessore Marco Minniti, gli ultimi mesi hanno evidenziato come quello della chiusura dei porti sia poco più di un vuoto slogan.

La guerra dichiarata alle ong ha prodotto una drastica diminuzione delle possibilità di salvare persone in mare e, secondo il sito Missing Migrants, che si occupa di raccogliere dati sulle principali rotte di migrazione, la percentuale di morti in relazione alle partenze è raddoppiata rispetto al 2018, passando dal 3% al 5,9%. In numeri assoluti, dal 1 gennaio a oggi nel mar Mediterraneo sono morte 576 persone (il 17 marzo Salvini parlava al Corriere di “un solo cadavere recuperato nel 2019”).

A dispetto dell’imponente campagna contro le ong, i porti continuano a non essere chiusi. Delle oltre 3mila persone sbarcate in Italia dal 1 gennaio all’8 luglio, infatti, solo 248 sono arrivate con navi umanitarie. L’8% del totale. Come più volte sottolineato, infatti, la prerogativa di chiudere i porti non rientra tra le competenze del ministero dell’Interno, ma è in capo al ministro dei Trasporti Danilo Toninelli (articolo 83 del codice di navigazione). Nonostante il decreto sicurezza bis, in discussione in queste ore, intervenga sulla materia per dare all’ufficio di Matteo Salvini la prerogativa di “limitare o vietare l’ingresso il transito o la sosta di navi nel mare territoriale”, qualsiasi provvedimento dovrà essere controfirmato dal ministro dei Trasporti e da quello della Difesa.

Di pari passo con la sua iperattività istituzionale, anche la macchina comunicativa di Matteo Salvini non conosce ambiti fissi. Da buon vicepremier, l’inquilino del Viminale tratta qualsiasi tipo di dossier, anche se non sempre con le competenze necessarie a farlo correttamente.

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di simone fontana

Ridiscuteremo il regolamento di Dublino!

Una bugia perché: Nella top 10 delle bufale di Matteo Salvini sull’immigrazione rientra a pieno titolo la volontà, a più riprese sbandierata, di riformare il regolamento di Dublino. La questione è meno tecnica di quanto possa sembrare: il regolamento Dublino III contiene il discusso criterio dell’obbligo di presentare richiesta di asilo nel paese di primo approdo, una norma che non agevola la gestione dei flussi da parte dell’Italia, e nella maggior parte dei casi non coincide con la volontà della persona migrante. In compenso favorisce non poco paesi storicamente refrattari all’accoglienza, come l’Ungheria di Viktor Orbàn, dal momento che rimanda qualsiasi meccanismo di redistribuzione alla totale volontarietà dei paesi membri Ue.

Come ha più volte spiegato l’ex europarlamentare di Possibile, Elly Schlein, nel 2017 il Parlamento europeo ha votato una proposta di modifica della norma per costringere tutti i paesi europei a dare il proprio contributo all’accoglienza dei migranti, ma la Lega ha disertato le 22 riunioni di negoziato utili a dare forma alla proposta, astenendosi dal voto nel momento cruciale del processo di approvazione.

 

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I tempi di identificazione dei migranti

”.Dal momento dello sbarco alla chiusura del percorso di identificazione arrivano a passare circa 3 anni“dice Salvini:

Matteo Salvini sembra esserne genuinamente convinto, tanto da ripetere e calibrare meglio il concetto in un’intervista rilasciata a Mario Giordano e poi finita sulle pagine ministeriali (“dallo sbarco all’esame del ricorso si arriva quasi a tre anni”).

Una bugia perché: Secondo i dati contenuti nel Rapporto sulla protezione internazionale in Italia 2017 realizzato da Sprar e Cittalia, in collaborazione con Unhcr, dallo sbarco alla presentazione della domanda di protezione internazionale passano in media 85,9 giorni, cui vanno aggiunti i 163 giorni di media per esaminare la pratica (una tendenza in accelerazione, nel 2014 i giorni erano 347, scesi a 261 nel 2015). In caso di esito negativo, sono necessari altri 304 giorni per arrivare a un giudizio di primo grado. Il decreto Minniti-Orlando del 2017 ha di fatto eliminato la possibilità di ricorrere in appello, mentre le pratiche che arrivano in Cassazione sono meno del 5%. Si può dunque affermare che nel 95% dei casi, dallo sbarco all’esame del ricorso trascorrono circa 553 giorni: un anno e sei mesi.

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