L'anoressia colpisce anche gli uomini, come riconoscerla nei nostri figli?

Oltre 3 mila morti nel 2018 per anoressia e bulimia. Donne, ma anche uomini. Il calvario di Sebastiano che non riusciva a far riconoscere la sua malattia è iniziato quando aveva 16 anni,  il 9 luglio 2006, la sera della finale dei Mondiali tra Italia e Francia, in mezzo alla folla che si era radunata davanti al maxischermo in piazza a Biella, un uomo lo spintonò sibilando: "Spostati, ciccione". Sebastiano, introverso, timido, già preso di mira a scuola per il fatto di essere sovrappeso e di preferire alle uscite in gruppo la lettura e la scrittura, smette di mangiare. Quando due mesi dopo torna in classe, ha perso trenta chili. Il cibo - o meglio come ingerirne sempre meno e smaltire pure quel poco - diventa il pensiero dominante. Poi mangiare poco o niente non basta più: Sebastiano diventa sempre più abile a sfuggire ai controlli dei familiari ma per buttare giù anche quel minimo - "un pugno di formaggio, una zucchina" - che è costretto a ingerire davanti ai genitori e ai fratelli, inizia a correre. Percorsi via via più lunghi, due, tre maglie, il busto avvolto nel cellophane per sudare, pesarsi dodici volte in un'ora e arrivare a eliminare l'acqua perché berne anche un solo sorso può far crescere il numero sulla bilancia. Quel numero in cui finiscono risucchiati i giorni, tutta la vita. Che diventa solo corpo, strumento per esprimere il proprio disagio anche per gli uomini, come spiegava già anni fa.  A 19 anni Sebastiano tenta il suicidio, finisce ricoverato nel reparto psichiatrico a Biella "e la prima cosa che mi sentii dire dai medici fu: "Vai a mangiare"". Lo imbottiscono di farmaci, al momento della dimissione la diagnosi è "psicosi". Sebastiano torna a casa e continua a non mangiare. Passa alla bulimia, di quegli anni ricorda le abbuffate notturne - "riuscivo a mangiare un chilo di pasta in un quarto d'ora" - e poi, rinchiuso al bagno, i pugni sullo stomaco per indursi i conati, i sensi di colpa verso i genitori "per tutto quel cibo ingurgitato e vomitato". Altri ricoveri, un altro tentativo di farla finita. E ancora domande e sguardi insinuanti, moduli da compilare declinati al femminile - "le pazienti etc etc" - e nuove esclusioni. "Tante volte, di fronte a certe domande, a certi sottintesi di chi metteva in dubbio la mia malattia, mi sono chiesto se non fossi omosessuale. Era come se in quanto uomo il mio essere anoressico o bulimico non fosse plausibile", sottolinea Sebastiano.

Nel 2012 Sebastiano realizza di voler "riprendere in mano la mia vita, non ce la facevo più a stare fermo e poi era nato mio nipote". Così torna a casa, smette tutti i farmaci in un colpo solo e riprende a studiare. Si laurea in filosofia, poi si trasferisce a Pisa per la seconda laurea. Dedicata a indagare le cause dei Dca. Oggi lavora all'università di Vercelli, si definisce "finalmente libero", sta scrivendo un libro sulla sua esperienza da uomo ex anoressico ed ex bulimico e da qualche anno ha deciso di condividerla in incontri e convegni dedicati ai disturbi alimentari. Il suo messaggio è rivolto a tutti e ha a che fare con la consapevolezza raggiunta: "Queste patologie nascono dove e quando c'è un vuoto comunicativo - Bisogna ascoltarsi e ascoltare, ma prima ancora, perché sia possibile, perché qualcuno raccolga il grido di aiuto e di dolore, occorre fabbricare le orecchie".

E tu sai ascoltare? Ti è capitato di vedere situazioni simili?

https://www.huffingtonpost.it/2019/03/15/giornata-contro-i-disturbi-alimentari-oltre-3-mila-morti-nel-2018-donne-ma-anche-uomini-il-calvario-di-sebastiano_a_23692968/

Giornata contro i disturbi alimentari, oltre 3 mila morti nel 2018. Donne, ma anche uomini. Il calvario...

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