Il cane, il gatto e il gufo

Da sempre il cane inseguiva il gatto, e da sempre il gatto s'involava per tetti lasciando il cane con un palmo di naso là sotto ad abbaiare al vento.
Il cane non ricordava più nemmeno quali fossero le ragioni che lo spingevano ad inseguire il gatto, faceva così da sempre, da quando riusciva a ricordare, vagamente nella sua memoria appariva l'immagine sfuocata di qualcuno che gli ricordava come i cani ed i gatti fossero nemici e lui si comportava di conseguenza anche se, gli capitava di pensare, non gli sarebbe spiaciuto fermarsi a parlare col gatto, a giocare, avrebbe potuto essere divertente, non aveva nessuno con cui poterlo fare. Ma poi scuoteva la testa ed allontanava quello che avrebbe potuto essere considerato dai suoi simili un cattivo pensiero e continuava a comportarsi da cane nei confronti del gatto. Così, come sempre, appena gli capitava di scorgere il gatto, iniziava prima a ringhiare, poi abbaiando furiosamente si lanciava all'inseguimento per alcuni isolati sino a che questo, agilmente non si arrampicava lungo muretti, finestre e poggioli sino ad arrivare sui tetti da dove rimaneva a guardarlo tranquillamente. Più volte il cane aveva pensato di cambiare la propria tattica, di acquattarsi ad un angolo dove il felino aveva l'abitudine di passare, attenderlo e poi balzargli addosso improvvisamente. Solo che erano due le ragioni per cui aveva deciso di non attuare quella tattica. La prima e che non aveva ben chiaro nella mente su cosa avrebbe fatto quando gli fosse capitato di prenderlo. La seconda e ben più importante è che, malgrado l'evidente differenza di mole, non era ben certo che sarebbe stato lui ad avere la meglio.
Il gatto, da parte sua, all'udire l'abbaiare del cane partiva di scatto e senza neppure voltarsi correva ad infrattarsi fra vicoli e giardini prima, per raggiungere i tetti da dove poi rimaneva ad osservare il cane che, naso all'insù sguardo deluso e un po' frustrato, lo puntava ancora ringhiando per qualche tempo per poi allontanarsi per la strada da cui era venuto. Spesso si era chiesto quali fossero le ragioni per le quali lui dovesse fuggire di fronte all'aggressore. Anche lui vagamente ricordava che nel passato qualcuno gli aveva segnalato il cane come un nemico da temere, uno dal quale bisognava fuggire sempre e spesso se ne era chiesto le ragioni senza avere alcuna risposta. In diverse occasioni lo aveva osservato di nascosto da dietro un cespuglio o dai tetti, lo aveva visto riposare, scodinzolare, grattarsi. Non gli era sembrato così terribile, quante volte gli era venuta la tentazione di uscire dal nascondiglio corrergli accanto, passare la sua lingua su quel grosso muso umido, giocare con lui. Ma si era sempre trattenuto, qualche cosa di antico dentro gli diceva che forse non sarebbe stata una buona idea, e così, per rispettare l'insegnamento ricevuto continuava annoiato a fuggire ed a riparare sui tetti. Così ogni volta, ogni giorno da che la loro memoria portava un ricordo il cane inseguiva abbaiando ed il gatto s'involava per tetti.

Ma e il gufo? Il gufo se ne stava al centro del bosco, appollaiato sul ramo di un grande albero e, sonnecchiando nascosto fra le fronde, si faceva i c.a.z.z.i suoi.

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Un tempo, si raccontava che Eschilo, il grande Eschilo era morto per un singolare infortunio, molto diverso da quello che si aspettava, e tutti si aspettavano, da quando un oracolo gli aveva predetto che sarebbe stato colpito da un proiettile dal cielo: una morte nobile, quasi divina, degna di chi, come lui, al di là dei meriti letterari, aveva combattuto contro il nemico persiano a Maratona, a Salamina e Platea.

Ma le cose andarono diversamente. Recatosi a Siracusa, alla corte del tiranno Gerone, un giorno uscì dalla mura per fare una passeggiata, e poi, per riposarsi, sedette su un muretto - Senonché, per sua sfortuna, un'aquila volteggiava nel cielo soprastante, cercano una pietra sulla quale scagliare una tartaruga che aveva catturato e teneva tra gli artigli. Se avesse trovata la pietra avrebbe potuto rompere il guscio e mangiarla.

Ed ecco, finalmente la pietra perfetta. Eschilo, con il passare degli anni, aveva perduto i capelli. Dall'alto la sua testa liscia e lucente era quanto di meglio l'aquila potesse desiderare: pregustando il banchetto, prese la mira e scagliò. Così, diceva l'irrispettosa leggenda, era morto il grandissimo Eschilo. 

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