APOLOGIA DEL "PANARIELLO"

Non so in altri posti d’Italia,ma qui,nel Regno delle due Sicilie, “ ò panariello “,detto anche “ panàro “ è un’istituzione a metà tra l’ascensore e il salotto. L’ètimo,in italiano,si traduce in piccolo cesto di vimini,provvisto di un manico arcuato. In qualche caso ( panàro) viene associato al “di dietro” di qualche bella guagliona,per cui si dice “ tiene mente che panàro cà tène” ove la locuzione “tiene mente” vuol dire : guarda,nota,aguzza la mente. Qualcuno potrà pensare : ma come ti viene in mente questo oggetto ? Che ci azzecca ? Ci azzecca, perché si avvicina la Pasqua. E durante la benedizione pasquale delle case,che un tempo avveniva a piedi, con l’ausilio di chierichetti provvisti,appunto, del panariello,questo cesto diventava un po’ la quinta essenza della sacralità pasquale.

Era lì dentro che i parrocchiani,deponèvano uova,salami,dolci fatti in casa,come offerta di ringraziamento. E nei primi anni 50,la funzione del panariello,non era affatto simbolica. Non c’era il consumismo odierno e noi ragazzini non conoscevamo la nutella o le merendine Fiesta,perché Carosello sarebbe arrivato solo anni dopo,tuttavia non avremmo scambiato pane e mortadella per tutti i Kellog’s o le kinder brioche del mondo !! Poco,ma sicuro. Quindi la raccolta nel cesto,aveva la sua importanza. Certo,ricordo anche dei “pàccheri nd’ò cuzzètto” ( schiaffi alla nuca ) del Parroco,perché qualche chierichetto,stanco e scocciato,faceva ondeggiare il panariello,combinando qualche frittata. Ma era una tradizione anche quella. Come quella del tavolo preparato con la tovaglia buona,sul quale troneggiava il piatto con la soppressata,le uova e le violette a fare da contorno. E sotto il tavolo,ardeva sempre un tizzoncino di incenso profumato. Quel profumo di incenso,misto a viole,non l’ho più sentito. Forse non ci sono più le viole,e i Parroci vanno troppo di fretta,magari stanno anche nervosi perché non riescono a trovare un parcheggio per l’automobile !

E poi le soppressate del discount,fatte dalla Montedison che sapore avranno mai ? Le uova poi,meglio lasciar perdere di questi tempi !. Ma nei vicoli,il panariello resiste ancora. Si cala per la spesa o per qualsiasi altro bisogno che èviti “ ò saglie e ò scènnere”. Una volta,ci si calavano anche “ è mmasciate” ( i bigliettini d’amore) e la bottiglia di vino,come ringraziamento,per i posteggiatori che avèvano “portato la serenata” ! Ma è anche un’occasione per socializzare e fare salotto. Perché,ad esempio,donna Concetta,mostra a zi Carmela, che sta al 4° piano, che bella tovaglia ha comprato. E dopo il cicaleccio,la si mette nel panariello,per poter far constatare l’acquisto. Non parliamo poi “d’ò pisciaiuolo” ( il pescivendolo). Quante volte “ ò cuoppo d’alice” ( il cartoccio di alici) sale e scende,perché il venditore fa il furbo e non mette le alici che promette.E la forbita signora che “allucca” (grida) rivolta al venditore ambulante : “ oi nì,io nun tè pave” ( giovanotto io non te le pago).

E poi tengo il resto,non lo tengo “ vabbuò,me pavàte dimane” ! E il panariello sale e scende,con i soldi,con il resto,con le alici,con le chiavi,con le medicine,con tutto. Sale e scende come un eterno scorrere del tempo in questo vicolo,come il tic tac di una vecchia sveglia,di un vecchio mondo che piano piano se ne va.....

 

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