"Mamma lo senti il vento?" La jihad mi ha rubato il figlio, morto ad Aleppo

Inviata (modificato)

Sabri Ben Ali, partito ad agosto del 2013 e morto a dicembre dello stesso anno. Aveva 19 anni, fisico atletico da giocatore di basket, dotato di bell’aspetto ma insicuro di sé, perché balbuziente: un difetto che lo aveva portato ad abbandonare gli studi nella scuola alberghiera che frequentava. Sabri non viveva a Moleenbeek, quartiere brussellese noto per aver dato i natali agli autori degli attentati di Parigi del 2015, bensì nella tranquilla Vilvorde. Un luogo neutro, un comune fiammingo nella periferia nord di Bruxelles, scelto appositamente dai suoi genitori per dargli un avvenire migliore, senza condizionamenti di natura etnico-religiosa, ma i lunghi tentacoli del radicalismo islamico erano capaci di uscire dal ghetto e intercettare i disagi dei ragazzi con la pelle scura cresciuti nelle scuole della classe operaia bianca.
Sabri è partito per la Siria nell’estate del 2013, e non mai più ritornato. È stato condannato per partecipazione a un’organizzazione terrorista, in contumacia, dalla Stato belga, «la stessa condanna scontata dal suo reclutatore che lo ho mandato verso morte certa», osserva con amarezza Saliha Ben Ali, la madre del ragazzo.
La incontriamo nella sede dalla sua associazione S.A.V.E Belgium (Society Against Violent Extremism, Società contro l’estremismo violento) in un grande spazio co-working a Evère, Nord di Bruxelles. «È questo che mi tiene in vita – spiega Saliha mostrando i faldoni accumulati nel suo ufficio – aiutare i genitori, impotenti, di giovani radicalizzati. Li assisto nelle loro difficoltà psicologiche e burocratiche enormi». Saliha ha un passato da assistente sociale, è una belga tunisina di seconda generazione che ha aderito completamente ai valori democratici e europei del Belgio. Paese che sente suo, come spiega nel suo libro Maman, Entends tu le vent? (Mamma, lo senti il vento?). Un’autobiografia di valore storico in cui racconta le difficoltà e gli entusiasmi della sua integrazione, negli anni Settanta, e il calvario di quella di suo figlio Sabri, nato a Bruxelles nel 1994, e morto in un ospedale clandestino di Aleppo mentre faceva il jihad. «Ho fatto di tutto per impedirgli di partire – racconta Saliha – ma come molti ragazzi determinati nel loro progetto eversivo, Sabri ha praticato la dissimulazione. Qualche giorno prima che partisse ci ha fatto credere che si era rinsavito».

Madre coraggiosa che ora aiuta altri genitori nella sua stessa condizione

https://www.avvenire.it/mondo/pagine/saliha-il-daesh-mi-ha-rubato-un-figlio-non-fate-il-mio-errore

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Modificato da bollaciao

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