ecco il famoso job acts delle sinistre: laureati per posto stradino

La grande bufala dei “lavori che gli italiani non vogliono piu’ fare”. Laureati in fila per un posto da giardiniere, manutentore, operatore ecologico

ZERO BRANCO, Treviso — Elisa ha 35 anni. Il sogno nel cassetto sarebbe quello di fare l’apicultrice. Siccome però i sogni sono spesso solo desideri – scrive il Gazzettino –  oggi è ai magazzini comunali di Zero Branco, nella nebbia dell’aperta campagna trevigiana, a giocarsi, con altre 164 persone, un posto a tempo indeterminato per collaboratore tecnico al settore urbanistica e territorio, cioè giardiniere, manutentore, operatore ecologico. Quando il geometra comunale spiega le due prime prove pratiche, sbianca: ghiaino per posa betonelle e istallazione su una piantana di segnale per dare la precedenza.

Con Elisa ci sono Alice e altre ragazze: dieci in tutto. A parte una, non sanno in pratica neanche da dove cominciare. «Ma non sono solo le donne – sospira il geometra comunale Alessandro Smaniotto – anche stamattina abbiamo scartato il 60% dei concorrenti. E sono tutti laureati. Ma qui c’è bisogno di gente con competenze pratiche»…

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3 messaggi in questa discussione

Pur di trovare una sistemaz, ki cerca lavoro le prova tutte; nn é vero ke i ragazzi itaGliani nn vogliono sporcarsi le mani con lavori ke solo ki mangia pane a tradimento osa definire umili.  I ns figli accettano qualsiasi occupaz purké onesta, il fatto é ke manca proprio quello anke se un megalomane ha blaterato ke il problema nn esiste.

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Mi ricordo di un mio carissimo cugino, brillante ingegnere elettronico, al quale mi ispirai nella scelta della facoltà. Ebbe la sfortuna di laurearsi in concomitanza con la crisetta di metà anni '70, ragion per cui non fu subito chiamato da una o più aziende, come all'epoca di solito accadeva ai neolaureati. E allora si orientò all'insegnamento, ma prima di vincere il concorso si mantenne con le supplenze e le lezioni private, e la sera faceva il cameriere. All'epoca non esisteva la figura del "bamboccione": nelle famiglie del ceto medio era semplicemente inconcepibile che un figlio (maschio) se ne stesse in casa a 25 anni a mangiare a sbafo. Oggi quel mio cugino è in pensione ma alcuni dei numerosi libri di testo da lui scritti sono tuttora in uso negli Istituti Tecnici e ProfessionaliAll'epoca non c'erano i bamboccioni ma non c'erano nemmeno gli extracomunitari (a parte qualche vu cumprà sulle spiagge) e non c'era la concorrenza dei paesi asiatici (o era appena agli inizi). I prodotti giapponesi (auto, moto e televisori) erano già competitivi sul piano della qualità ma costavano più di quelli italiani (ed europei) perché erano soggetti a pesanti dazi doganali. Il microprocessore era appena stato inventato, costava un'iradiddio e aveva una potenza di calcolo 1000 volte inferiore a quella di una calcolatrice tascabile cinese che oggi si compra a 5 euro al supermercato. Quindi gli uffici non erano ancora invasi da computers e stampanti (si usavano la penna e la macchina da scrivere). Naturalmente l'automazione dei processi produttivi era iniziata già da molto tempo. La catena di montaggio risale ai primi del '900, fu introdotta nelle fabbriche della Ford e il grande Chaplin ne stigmatizzò gli effetti disumanizzanti nel famoso film "Tempi Moderni".  Ma l'automazione vera propria si sviluppa a livello industriale a partire dagli anni '30 e si afferma negli anni '50 e '60 con il controllo di processo in controreazione, le cui basi teoriche furono gettate proprio in quegli anni dall'ingegnere e fisico-matematico H. Nyquist (per inciso, il 98% degli addetti ai lavori ne sbaglia la pronuncia del cognome, esattamente come per J.P. Joule e l'omonima unità di misura del lavoro e dell'energia). Un altro grande salto di qualità si ebbe a partire anni '80 grazie alla diffusione dei microprocessori di potenza crescente e costo decrescente: il controllo digitale, le macchine a controllo numerico, le macchine "intelligenti", i robot. Come è noto, oggi sono in fase di avanzata sperimentazione le automobili a guida autonoma, le auto senza conducente, che promettono un drastico abbattimento del numero di incidenti stradali e delle vittime. Macchine, informatica, automi hanno avuto e hanno sul sistema economico un impatto enorme ma bivalente e paradossale. Nel 1931 Charlie Chaplin dichiarava in una intervista:  “La disoccupazione è la questione primaria, le macchine dovrebbero migliorare la vita degli uomini, non seminare il panico e privarlo del lavoro”. Le macchine hanno accresciuto enormemente la produttività e la produzione, e hanno anche creato nuove opportunità di occupazione (si pensi agli sviluppatori di sw), ma hanno anche cancellato posti di lavoro e ne cancelleranno sempre più in futuro. Pensiamo ai taxisti che in questi giorni protestano duramente contro i servizi Uber e simili. Beh, entro 15 o 20 anni al massimo potremo chiamare un taxi a guida autonoma, dopodiché il mestiere del tassista si estinguerà rapidamente. E allora cosa fare per minimizzare i danni occupazionali dell'automazione del lavoro conservandone i vantaggi? Bill Gates, uno che di tecnologia se ne intende, suggerisce di tassare pesantemente i robot che portano via lavoro alle persone, mentre il governo italiano intende detassarli e incentivarli. Chi ha ragione? Entrambi. Perché tassando il robot lo Stato potrà pagare un sussidio o una pensione al lavoratore cui la macchina ha soffiato il posto; d'altra parte l'automazione migliora la competitività delle aziende e noi siamo tra i primi 10 produttori mondiali di robot e di macchine a controllo numerico. Se il robot sarà tassato meno del lavoratore umano, la riduzione del costo del lavoro farà incrementare il profitto dell'industriale. Questo meccanismo, se incontrollato, farà lievitare a dismisura le disuguaglianze economiche e sociali. E' chiaro che lo Stato dovrà intervenire massicciamente come welfare state e con politiche di redistribuzione del reddito dal capitale al lavoro. Sul lungo periodo una risposta pressoché forzata al fenomeno della disoccupazione tecnologica è la riduzione progressiva dell'orario di lavoro, in base al vecchio ma più che mai attuale slogan comunista degli anni '70: LAVORARE MENO, LAVORARE TUTTI. Non a caso paesi come Olanda e Germania, dove l'orario medio di lavoro è sensibilmente inferiore alla media Ocse e alla media italiana, hanno già raggiunto o sono molto vicini alla cosiddetta "piena occupazione", che tecnicamente non significa tasso di disoccupazione zero ma limitato dalla somma dei valori fisiologici della disoccupazione frizionale (legata al turn over), strutturale (legata al mismatch qualitativo tra domanda e offerta di lavoro) e stagionale (di breve durata).

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7 minuti fa, fosforo31 ha scritto:

Mi ricordo di un mio carissimo cugino, brillante ingegnere elettronico, al quale mi ispirai nella scelta della facoltà. Ebbe la sfortuna di laurearsi in concomitanza con la crisetta di metà anni '70, ragion per cui non fu subito chiamato da una o più aziende, come all'epoca di solito accadeva ai neolaureati. E allora si orientò all'insegnamento, ma prima di vincere il concorso si mantenne con le supplenze e le lezioni private, e la sera faceva il cameriere. All'epoca non esisteva la figura del "bamboccione": nelle famiglie del ceto medio era semplicemente inconcepibile che un figlio (maschio) se ne stesse in casa a 25 anni a mangiare a sbafo. Oggi quel mio cugino è in pensione ma alcuni dei numerosi libri di testo da lui scritti sono tuttora in uso negli Istituti Tecnici e ProfessionaliAll'epoca non c'erano i bamboccioni ma non c'erano nemmeno gli extracomunitari (a parte qualche vu cumprà sulle spiagge) e non c'era la concorrenza dei paesi asiatici (o era appena agli inizi). I prodotti giapponesi (auto, moto e televisori) erano già competitivi sul piano della qualità ma costavano più di quelli italiani (ed europei) perché erano soggetti a pesanti dazi doganali. Il microprocessore era appena stato inventato, costava un'iradiddio e aveva una potenza di calcolo 1000 volte inferiore a quella di una calcolatrice tascabile cinese che oggi si compra a 5 euro al supermercato. Quindi gli uffici non erano ancora invasi da computers e stampanti (si usavano la penna e la macchina da scrivere). Naturalmente l'automazione dei processi produttivi era iniziata già da molto tempo. La catena di montaggio risale ai primi del '900, fu introdotta nelle fabbriche della Ford e il grande Chaplin ne stigmatizzò gli effetti disumanizzanti nel famoso film "Tempi Moderni".  Ma l'automazione vera propria si sviluppa a livello industriale a partire dagli anni '30 e si afferma negli anni '50 e '60 con il controllo di processo in controreazione, le cui basi teoriche furono gettate proprio in quegli anni dall'ingegnere e fisico-matematico H. Nyquist (per inciso, il 98% degli addetti ai lavori ne sbaglia la pronuncia del cognome, esattamente come per J.P. Joule e l'omonima unità di misura del lavoro e dell'energia). Un altro grande salto di qualità si ebbe a partire anni '80 grazie alla diffusione dei microprocessori di potenza crescente e costo decrescente: il controllo digitale, le macchine a controllo numerico, le macchine "intelligenti", i robot. Come è noto, oggi sono in fase di avanzata sperimentazione le automobili a guida autonoma, le auto senza conducente, che promettono un drastico abbattimento del numero di incidenti stradali e delle vittime. Macchine, informatica, automi hanno avuto e hanno sul sistema economico un impatto enorme ma bivalente e paradossale. Nel 1931 Charlie Chaplin dichiarava in una intervista:  “La disoccupazione è la questione primaria, le macchine dovrebbero migliorare la vita degli uomini, non seminare il panico e privarlo del lavoro”. Le macchine hanno accresciuto enormemente la produttività e la produzione, e hanno anche creato nuove opportunità di occupazione (si pensi agli sviluppatori di sw), ma hanno anche cancellato posti di lavoro e ne cancelleranno sempre più in futuro. Pensiamo ai taxisti che in questi giorni protestano duramente contro i servizi Uber e simili. Beh, entro 15 o 20 anni al massimo potremo chiamare un taxi a guida autonoma, dopodiché il mestiere del tassista si estinguerà rapidamente. E allora cosa fare per minimizzare i danni occupazionali dell'automazione del lavoro conservandone i vantaggi? Bill Gates, uno che di tecnologia se ne intende, suggerisce di tassare pesantemente i robot che portano via lavoro alle persone, mentre il governo italiano intende detassarli e incentivarli. Chi ha ragione? Entrambi. Perché tassando il robot lo Stato potrà pagare un sussidio o una pensione al lavoratore cui la macchina ha soffiato il posto; d'altra parte l'automazione migliora la competitività delle aziende e noi siamo tra i primi 10 produttori mondiali di robot e di macchine a controllo numerico. Se il robot sarà tassato meno del lavoratore umano, la riduzione del costo del lavoro farà incrementare il profitto dell'industriale. Questo meccanismo, se incontrollato, farà lievitare a dismisura le disuguaglianze economiche e sociali. E' chiaro che lo Stato dovrà intervenire massicciamente come welfare state e con politiche di redistribuzione del reddito dal capitale al lavoro. Sul lungo periodo una risposta pressoché forzata al fenomeno della disoccupazione tecnologica è la riduzione progressiva dell'orario di lavoro, in base al vecchio ma più che mai attuale slogan comunista degli anni '70: LAVORARE MENO, LAVORARE TUTTI. Non a caso paesi come Olanda e Germania, dove l'orario medio di lavoro è sensibilmente inferiore alla media Ocse e alla media italiana, hanno già raggiunto o sono molto vicini alla cosiddetta "piena occupazione", che tecnicamente non significa tasso di disoccupazione zero ma limitato dalla somma dei valori fisiologici della disoccupazione frizionale (legata al turn over), strutturale (legata al mismatch qualitativo tra domanda e offerta di lavoro) e stagionale (di breve durata).

perito fosforo,lavorare meno,per lavorare tutti?? vaglielo dire alla fornero...visto  che VOI della sx la avete votata apiene mani!!!

 

Modificato da director12

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