quando gli emigranti eravamo noi

Una testimonianza.

 

Era il 1946, le condizioni per vivere qui da noi non c'erano. Una soluzione era quella di andare in Francia, dove c'era richiesta di lavoratori, però bisognava partire clandestini.

Ero giovane e sono partito da Lentiai. Ho passato il San Bernardo e sono andato giù a Borgo Saint Maurice camminando tutta la notte.

Ero insieme ad altri miei compaesani, bisognava pagare anche i passeur che ci accompagnavano.  5000 lire del 46.

Arrivati alla Thuille, in una stazione piccola come quella di Busche, dovevamo saltar giù dove c'erano delle persone che ci aspettavano per farci salire su un camioncino aperto,  e che ci avrebbero portato fin dove potevano, affidandoci ad altri passeur.

Dopo aver pagato anche questi , arrivammo al San Bernardo dove c'erano le guardie di frontiera con i quali erano già d'accordo.

I passeur, intascati i soldi, tornavano indietro a prendere altri ***.

Pioveva e faceva freddo, io ero malvestito e ai piedi avevo un paio di mocassini che venivano dall'India, regalo di mio padre che era stato prigioniero degli inglesi in quella regione.

Giunti sempre camminando nel luogo indicatoci dai passeur, siamo stati ospitati in un campo fatto di baracche in legno dove siamo stati sottoposti a visita medica.

Nel campo è arrivato il padrone che ci ha selezionati in base al lavoro che avevamo detto di saper fare.

Io sono finito a Marsiglia.........

 

Nota dello scrivente:  niente a confronto con quello che possono aver passato gli immigrati provenienti dall'Africa, perlomeno c'era la possibilità di trovare subito un lavoro.

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19 messaggi in questa discussione

Memoria  corta  di certi  cosidetti  italiani,  credo  che  lo siano  poco,  magari  troppo  padani  ( padania inesistente ),  forse  figli  o  nipoti  di emigranti .

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innanzi tutto nn ci venivano a prender sottocasa, cosa ke fanno le ns  MV x le quali il carburante c'é sempre x raccattare i sedicenti "poveri rikiedenti  asilo africani" ma viaggiavamo in maniera,  sì povera, ma dignitosa;

arrivati dovevamo dikiarare i ns dati senza le proteste ke fa la marmaglia africana e ci tenevano in quarantena x eventuali malatti onde evitare, come accade qui, il diffondersi di mali debellati da anni e ritornati con ste masse;

i governi dei paesi ke ci ospitavano nn facevano leggi x agevolar le ns assunzioni lavorative, come vergognosam accade qui;

se nn rispettavamo la legge, si finiva in galera e nessuno ragliava ke il ns comportamento era dovuto alle ns abitudini;

nn ci alloggiavano in alberghi confortevoli, ma i ns emigranti, specie minatori in Belgio, dormivano in barakke di legno senza riscaldam e con acqua gelata x lavarsi e nn ci davano i soldi x le sigarette, x telefonare, se va bene, alla famiglia, se va male x concordare attentati;

Noi si ke eravamo emigranti, loro son solo scansafatike ke han scoperto un paese con un governo illegale ke ha trovato il pozzo di SanPatrizio e fa pagare le spese al popolo, compresi coloro ke simpatizzano x la loro fazione.  Di quelli ke a parole, assieme ai preti, acclamano "accogliete, accogliete" ma in casa vostra.                                                                                                                         

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povero ah.ahahha la senilita' comincia a farsi sentire...il poveraccio non ricorda una cosa di base: che gli italiani che partivano con la valigia di cartone per gli Usa,per la germania,per la svizzera,per la francia,NON andavano davanti ai municipi a protestare per la diaria e per la pasta non di qualita'!! ma andavano  a LAVORARE seriamente e onestamente!!  una svegliatina sarebbe d'uopo

 

 

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6 minuti fa, roby26102 ha scritto:

Mi inchino anche davanti a loro..con tappeti di rose..mentre gli emigrati mafiosi siciliani di m-erda

che ci hanno rovinato la reputazione all'estero..solo spine!!

quoto,ma andiamo fuori tema..il pelato ah.ahhaha non intendeva certo questo

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Teodorico Rosati, Ispettore sanitario sulla nave degli emigranti

“Accovacciati sulla coperta, presso le scale, con i piatti tra le gambe, e il pezzo di pane tra i piedi, i nostri emigranti mangiavano il loro pasto come i poveretti alle porte dei conventi. E’ un avvilimento dal lato morale e un pericolo da quello igienico, perché ognuno può immaginarsi che cosa sia una coperta di piroscafo sballottato dal mare sul quale si rovesciano tutte le immondizie volontarie ed involontarie di quella popolazione viaggiante.

L’insudiciamento dei dormitori è tale che bisogna ogni mattina fare uscire sul ponte scoperto gli emigrati per nettare i pavimenti. Secondo il regolamento i dormitori sono spazzati con segatura, occorrendo si mescolano disinfettanti, sono lavati diligentemente ed asciugati. Ma tutte le deiezioni e le immondizie che si accumulano sui pavimenti corrompono l’aria con forti emanazioni e la pulizia sarà difficile.”

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La traversata durava 25/30 giorni, talvolta qualche giorno meno, dipendeva dalle “carrette del  mare”. I nostri emigranti arrivavano a New York e, fino al 1892, il centro deputato alla loro accoglienza era Castle Garden che però, ad un certo momento, si rivelò insufficiente ad accogliere questa enorme massa di gente. Viste le dimensioni dell’esodo, si decise così di trasformare Ellis Island - un piccolo isolotto che si trova di fronte a Manhattan, un tempo adibito dall’esercito americano a deposito di armi e di munizioni - in centro di accoglienza. Ellis Island: il “non luogo”, il “luogo dell’erranza”, “l’isola delle lacrime”, come venne definita da Georges Perec.

Ad Ellis Island i nostri emigranti dovevano subire tutta una serie di controlli sanitari da parte di ispettori che incutevano timore con le loro divise e con il loro portamento. Uno dei primi controlli, che questi ispettori sanitari facevano, era guardare loro gli occhi per vedere se avessero il tracoma; seguiva tutta una serie di altre ispezioni di carattere sanitario. Se ci fosse stato qualche caso dubbio, veniva inviato ad una commissione speciale che avrebbe eseguito un esame più attento. Naturalmente, se si fosse sospettato che il nostro emigrante potesse essere portatore di qualche malattia contagiosa, oppure fosse stato, anche più semplicemente, troppo in là negli anni, oppure non avesse avuto i soldi, veniva talvolta mandato indietro, rispedito a casa.

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A proposito di Ellis Island  Georges Perec, poeta francese, dice:

“L’ispettore disponeva di circa due minuti per decidere se l’emigrante aveva o no il diritto di entrare negli Stati Uniti e prendeva questa decisione dopo avergli posto una serie di 29 domande: come si chiama?, da dove viene?, perché viene negli Stati Uniti?, quanti anni ha?, quanti soldi ha?, dove li tiene?, me li faccia vedere; chi ha pagato la sua traversata?, ha firmato in Europa un contratto per venire a lavorare qui?, ha degli amici qui?, parenti?, qualcuno può garantire per lei?, che mestiere fa?, lei è anarchico?. Se il nuovo arrivato rispondeva in un modo che l’ispettore riteneva soddisfacente, l’ispettore stampigliava il visto e lo lasciava andare dopo avergli dato il benvenuto “Welcome to America”; se c’era il benché minimo problema scriveva sul foglio S.I., che voleva dire Special Inquiry, ispezione speciale, e l’emigrante veniva convocato, dopo una nuova attesa, davanti a una commissione composta da tre ispettori, uno stenografo e un interprete, che sottoponevano il candidato all’emigrazione a un interrogatorio molto più approfondito.”

“Quel che io Georges Perec sono venuto ad interrogare qui è l’erranza, la dispersione, la diaspora. Ellis Island per me è il luogo stesso dell’esilio, vale a dire il luogo dell’assenza di luogo, il non luogo, il da nessuna parte; è in questo senso che queste immagini mi riguardano, mi affascinano, mi implicano, come se la ricerca della mia identità passasse dall’approvazione di questo luogo di scarica, dove funzionari sfiancati battezzavano americani a palate. Quel che per me si trova qui non sono affatto segnali, radici o tracce, ma il contrario, qualcosa di informe al limite del dicibile, qualcosa che potrei chiamare reclusione  o scissione o frattura.”

  L’emigrante che superava l’ostacolo dei meticolosi e puntigliosi controlli di Ellis Island, si trovava di fronte al problema impellente della sistemazione, dell’abitazione, del lavoro. Molti dei nostri emigranti arrivavano in America attraverso reti informali, chiamati da amici, da parenti, e così via, e questi erano i più fortunati perché potevano confidare su un riferimento fidato, importante; altri invece, che si erano imbarcati ed erano arrivati in America senza queste reti protettive, arrivati sulla Battery di New York, erano facile preda di personaggi poco raccomandabili, i boss, che hanno dato vita a un’abbondante letteratura sul cosiddetto “boss system” - come venne chiamato -, un’organizzazione composta da padroni italiani che masticavano un po’ di inglese e si preoccupavano, in modo molto interessato, della sistemazione dei nostri emigranti, mettendoli a pensionamento - i cosiddetti “bordanti”, corruzione del termine inglese “boarding house” - oppure si preoccupavano, sempre in modo interessato, di inviarli nei luoghi di lavoro. Anche questo è un aspetto doloroso della nostra emigrazione perché sono state fatte cose veramente infami alle spalle dei nostri emigrati da parte di altri nostri connazionali, che lucravano tangenti usurarie, scandalose. Il governo americano, quando venne a conoscenza del fenomeno, cercò, seppur tardivamente, di reprimerlo 
  

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“QUANDO AD EMIGRARE ERAVAMO NOI”   
Da Storie di Cuggionesi in America

L’accoglienza in terra americana dei nostri emigranti - come dicevo - non è stata affatto benevola; ne avvennero veramente di tutti i colori perchè c’era un clima di profonda ostilità Il principale motivo, tra i tanti, per cui i nostri emigranti generavano e attiravano ostilità, era costituito dal fatto – come sostenevano gli esponenti del mondo politico di allora, i sindacati operai americani e tanti altri - che gli emigranti italiani non intendevano affatto stabilirsi in America ma erano “uccel di passo”, come venivano definiti. Si diceva: vengono qua, lavorano, fanno mondo a sé, consumano pochissimo - ed era vero perché era veramente proverbiale la frugalità dei nostri emigranti, che risparmiavano fino all’osso - e poi sono sudici, sono cattolici, insomma, sono poco assimilabili. E proprio in questo clima di ostilità diffusa avvengono dei fatti atroci, frequentissimi episodi di schiavitù o di semi schiavitù, il cosiddetto “péonage” (questo il termine usato), perchè i nostri emigranti, partiti magari con un biglietto prepagato dai reclutatori fazenderos - cosa che succedeva spesso e che successe soprattutto per l’emigrazione veneta che negli anni Ottanta andò in Brasile a lavorare nelle fazendas delle piantagioni di caffé, dove trovò i fazenderos ancora legati ad una mentalità schiavistica –, una volta giunti a destinazione, venivano sottoposti a violenze incredibili, che andavano dalle bastonature alle violenze alle donne, e venivano perfino incatenati alle caviglie perché non potessero scappare. Il “péonage” ci fu anche negli Stati Uniti dove gli emigranti, che erano partiti con il biglietto prepagato, andavano a lavorare nelle piantagioni di cotone della Louisiana, New Orleans e dintorni, o del Texas, ma dove questo biglietto, che i piantatori avevano anticipato, non finivano mai di pagarlo e il loro debito non era mai estinto: dovevano infatti rifornirsi presso i negozi delle compagnie dei piantatori e lì dovevano spendere l’ira di Dio. Questo per dare un’idea dello sfruttamento terribile cui erano sottoposti i nostri emigranti.

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Quella che state per leggere è una storia di tutti. Siamo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento e la maggior parte dell’Italia è nella miseria più totale. Per sopravvivere non c’è altra soluzione che andarsene. In 14 milioni partono, con pochi effetti personali: una sola valigia, biancheria intima, un pettine, un paio di scarpe. Lasciano la loro casa in direzione di luoghi di cui non sanno nulla: la lingua, le abitudini. L’unica certezza è che peggio di come è a casa non potrà essere.
Si partiva per l’America: del Sud o del Nord. Chi andava al nord, veniva fermato a Ellis Island, New York, il centro di smistamento: dopo essere stati controllati come bestie al mercato, si arrivava, finalmente, a terra. Ellis Island oggi è uno dei simboli più forti dell’emigrazione nel mondo occidentale. Vi sbarcavano 12.000stranieri al giorno .

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"I nostri morti gettati nell'oceano"

di GIULIA VOLA

 

Quando i migranti eravamo noi "I nostri morti gettati nell'oceano"
BUENOS AIRES - Loro muoiono nel Mediterraneo. Quando gli emigrati eravamo noi, morivamo nell'Atlantico. "Buttarono nell'Oceano donne, un bambino e molti vecchi, in tutto quasi venti persone. Così raccontava mio padre". Maria Dominga Ferrero vive in provincia di Cordoba, in Argentina, nella casa che suo padre comprò quando, nel 1888, arrivò alla "Merica" a bordo del 'Matteo Bruzzo'. Una casa con i muri bianchi, la cucina grande, le stanze ariose e l'orto nel retro. "In barca gli dicevano 'coma esto, gringo de mierda', mangia questo. Era pane e vermi. Vide morire di fame una donna incinta. Ma cosa poteva fare?". 

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Maria parla un po' in piemontese e un po' in castigliano, mentre gira la minestra di verdure che bolle sul fuoco. "La solfa era la stessa. La differenza era che se sopportavi il male potevi fare suerte, fortuna. Non come capita agli immigrati che oggi vanno in Italia. A l'è vera? Non è vero?". La domanda rimane sospesa, Maria apre i cassetti, cerca ricordi. "Mio padre - dice - all'inizio vendeva la verdura che coltivava ma nessuno capiva la sua lingua. Così vendeva tutto a 5 centesimi". 

Loro, i sopravvissuti di oggi, vengono rinchiusi nei Cie, i Centri di identificazione ed espulsione. Noi finivamo negli Alberghi degli immigrati gestiti dallo Stato o nei Conventilli in mano ai privati.  Durante il viaggio morirono il suo migliore amico e altre trenta persone. Lo misero all'Hotel della Rotonda, un enorme baraccone di legno, dove si stava stipati come sardine insieme ai pidocchi e alla puzza. Si poteva rimanere al massimo cinque giorni, il tempo di trovare un lavoro in città o nei campi, dove era più facile". 

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Scenari confermati da Luigi Barzini che così scriveva sul Corriere della Sera nel 1902: "L'Hotel degli emigranti (lo chiamano Hotel!) ha una forma strana, sembra un gasometro munito di finestre (...). L'acre odore dell'acido fenico non riesce a vincere il tanfo nauseante che viene dal pavimento viscido e sporco, che esala dalle vecchie pareti di legno, che è alitato dalle porte aperte; un odore d'umanità accatastata, di miseria (...). Più in alto, le tavole serbano dei segni più vivi di questo doloroso passaggio: li direi le tracce delle anime. Sono nomi, date, frasi d'amore, imprecazioni, ricordi, oscenità raspati sulla vernice o segnati colla matita, talvolta intagliati nel legno. Il disegno più ripetuto è la nave; il loro pensiero guarda indietro!". 

 


Gli stessi graffiti ricoprono adesso le pareti dei Cie, memoria recente del transito dei migranti di oggi, stranieri di tutto il mondo, che lavorano nei cantieri, nei campi, nelle cucine dei ristoranti, nelle case, invadono i quartieri, contaminando le loro e le nostre abitudini. Noi, i "gringos" di allora, invadevamo "le passeggiate perché sono gratuite, le chiese perché credenti devoti e mansueti, gli ospedali, i teatri, gli asili, i circoli e i mercati": 

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Numeri alla mano, dal 1886 al 1889 gli emigrati partiti da Genova e sbarcati a Buenos Aires raddoppiarono da 43mila a 88mila. Nel 1897 nel porto argentino erano già sbarcati un milione di italiani. Nel 1895, su 660mila abitanti di Buenos Aires, 225mila erano dei nostri. In provincia di Cordoba i 4.600 del 1869 diventarono 240mila nel 1914. Muratori, fabbri, falegnami, calzolai, sarti, fornaciai, meccanici, vetrai, imbianchini, cuochi, domestici, gelatai e parrucchieri. 

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Centoventi anni dopo, i nuovi migranti inseguono in Europa il posto migliore dove vivere. Poi chiamano a raccolta il coniuge, i figli, il fratello, l'amico. Nel frattempo mandano i soldi a casa.

 

"Noi, poveri e affamati di allora, andavamo a fare l'America - racconta la nipote di Giuseppe Caffaratti, torinese arrivato in Argentina nel 1890 a 15 anni - perché peggio di com'era in Italia non si poteva: era uno sgiai, uno schifo". "Emigravamo per mangè", racconta Reinaldo Avila, nipote di Giuseppe partito da Caraglio, in provincia di Cuneo, nel 1883. "Mio nonno era un contadino ignorante, si è spaccato la schiena nei campi.

Oggi qui tocca ai boliviani e in Italia agli africani. È la vita". 

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Loro, i profughi di oggi, scappano dalle guerre moderne, dalla miseria dell'Africa, dell'Asia e dell'Est europeo.

Noi, vittime di allora, fuggivamo dalla Grande Guerra. Racconta Margherita Lombardi, nipote di Clelia scappata da Alessandria: "Mia zia perse un figlio in battaglia nel 1916 e un altro nel viaggio sull'Oceano. Si salvò solo lei". Si fuggiva dalle cartoline precetto, il terrore delle madri: "Meglio un figlio lontano ma vivo che vicino ma sotto terra, disse mia nonna a mio padre Fernando - racconta Gladis Fiacchini - . Siamo cugini di Renato Zero, ma abbiamo perso i contatti: mio padre non volle mai più ritornare indietro". 

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Altri fuggivano dopo aver visto la morte in faccia. "Ci imbarcammo sulla 'Filippa' senza documenti e senza un soldo il giorno dopo che Miguel tornò dal campo di concentramento in Germania", ricorda Letizia Garessio. Suo marito, Miguel Bautista Pistone, argentino nato da italiani emigrati in America a metà '800, era tornato in Italia dopo aver fatto fortuna e durante la guerra era finito in un campo di concentramento: "Miguel era pelle e ossa - dice Letizia - , che cosa potevano fargli? Chi gli avrebbe impedito di salvarsi?". Gli dico che ora l'Italia respinge i profughi che vengono dal mare: "Meno male che siamo nati un secolo fa e che siamo scappati qui - commenta - . Miguel .

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"Mio padre scappò da Fossano e dalla guerra che gli aveva ucciso un fratello - racconta Antonio Caballero - , aveva 17 anni e fin dal primo giorno cominciò a dimenticare l'Italia. Non ho mai parlato con i miei parenti rimasti a casa. Non ho mai imparato l'italiano perché nessuno me l'ha mai insegnato. Nessuno di noi ha fatto fortuna, semplicemente siamo sopravvissuti". 

I migranti di oggi arrivano in Italia con il sogno di guadagnare per poter tornare in patria.

Ma anche loro spesso finiscono per mettere radici. Come il nonno di Teresa Burdone, piemontese emigrato in Argentina alla fine dell'Ottocento: "Quasi tutti noi - dice Teresa - , figli o nipoti di italiani, abbiamo la doppia cittadinanza e un'altra vita da vivere, ma il cognome ci ricorda che siamo stranieri da sempre". 

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certamente il signor director

queste testimonianze non le leggerà mai.

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il signor director  non credo abbia la terza elementare, come fa a rispondere di certe questioni

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