SI ESTINGUE SE VA CON DIMEJO

In questi giorni difficili, il partito non disperda quanto di buono per l’Italia è stato fatto in questi anni dai governi guidati dal Pd 

Il voto del 4 marzo ha collocato il Pd nella infelice posizione di chi è contemporaneamente lo sconfitto del giudizio popolare e l’elemento chiave per la risoluzione del problema della governabilità.

Occorre tuttavia dirsi la verità. Il voto ha colpito la classe dirigente dei partiti che hanno dominato la cosiddetta “seconda Repubblica”, il Pd scende sotto la soglia del 20%, Forza Italia cede a Salvini la guida del centro destra. Sono emersi dei vincitori, 5Stelle e la Lega. Si manifestano nel voto del 4 marzo tendenze operanti un po’ ovunque in Europa.

In Italia tuttavia le formazioni populiste raggiungono il 50% dei consensi. Sostenere che tocca a loro promuovere una maggioranza di governo non è una ritorsione polemica dello sconfitto Pd. È la realtà dei fatti. Sbaglierò, ma dopo un risultato elettorale che ha reso centrali i populisti nella vicenda politica del Paese, se gli italiani ritrovassero ancora al governo il Pd, temo crescerebbe verso quel partito un sentimento di fastidio. Lo stesso che abbiamo già avvertito negli ultimi tempi.

Luigi Di Maio ha fatto ricorso, nelle ambigue dichiarazioni di queste settimane, al modello dei due forni. Per il leader grillino Lega e Pd sono intercambiabili. Si chiude un forno se ne apre un altro. Importante è che a guidare la partita sia 5Stelle con il suo autoproclamato presidente incaricato: doroteismo del terzo millennio.

Conclusa per il momento la disputa con la Lega, ora tocca al Pd. È il caso di parlarsi chiaro. Un governo non è una macchina che si limita a portare a termine i programmi sottoscritti. Con questi chiari di luna, occorre una sostanziale coesione di intenti per affrontare le prove che comporta governare un Paese complesso come l’Italia. Coesione? Ho timore che l’orizzonte di un governo tra grillini e Pd si ridurrebbe, anche per la pressione di una opposizione parlamentare molto forte, al rapido ritorno alle urne. Un governo del genere “diventerebbe un palcoscenico per spettacolarizzare i contrasti e le risse fra le sue componenti”. Che ne sarebbe del Pd in quel caso?

E andiamo ai contenuti. Il programma grillino votato on line ha subito notevoli cambiamenti (in particolare sulla politica estera) nel tentativo di normalizzare l’immagine del Movimento, mostrarlo emancipato dalla sua fase protestataria e accreditarlo di una allure governativa. Bella prova di doppiezza! Una domanda: si discuterà del Mezzogiorno tra grillini e Pd? Nelle regioni meridionali, il M5S ha condotto cinicamente la campagna elettorale con uno slogan che non risponde alla realtà, che ha fatto tuttavia presa in quella parte del territorio nazionale dove il risentimento sociale verso le classi dirigenti e lo Stato ha una storia antica.

Non solo. È appena il caso di ricordare che la soluzione che 5S avanza per affrontare la crisi del siderurgico di Taranto è la chiusura dell’impianto con l’abbandono dell’acciaio per convertire il sito a produzione e uso di energie rinnovabili; in realtà, con un governo guidato dai grillini l’iter per la vendita di Ilvaad Arcelor Mittal salterebbe.

Non è il caso di farla lunga: dopo aver proclamato di ridurre il debito pubblico, tutte le proposte dei pentastellati nel campo economico finirebbero per aumentarlo vertiginosamente. Tentativi di far marcia indietro non mancano ma, come dice Panebianco, “non basta qualche dichiarazione per cambiare il passato” (né basta un articolo sul Corriere della Sera). Dai nodi economici e politici che si addensano in Europa al giudizio sulla globalizzazione, dal reddito di base alla riorganizzazione del welfare, dalla giustizia ai processi formativi, per anni sono giunti dal grillismo messaggi semplificanti e distruttivi.

Se le cose stanno così, su che basi, ecco l’interrogativo di buon senso, potrebbe reggere un governo tra M5S e Pd? Si tratterebbe di una tregua armata e temporanea che non aiuterebbe né il Paese né la democrazia italiana. Paolo Pombeni ha scritto parole sacrosante: “tutti, chi lavora per fare un governo e chi per impedirlo hanno in mente una scadenza elettorale, comunque prossima. Il che significa che tutti lavorerebbero o per bloccare qualsiasi risultato o per intestarselo in esclusiva, cioè per avere un non-governo”.

Mi auguro che al Pd non sfugga la questione di fondo da far emergere: i vincitori delle elezioni hanno dimostrato di non essere in grado di dare vita ad un governo, la loro incapacità e la loro tracotanza rischiano di mandare il Paese a nuove elezioni. Del resto, questo apparirà evidente quando, nella eventualità si giungesse, su impulso del presidente della Repubblica, alla proposta di un governo tecnico-politico, grillini e Lega, sono convinto, malgrado gli sforzi di Sergio Mattarella, direbbero di no.

Ho concluso. Il successo dei populisti non è un fenomeno irreversibile. Siamo in una fase di passaggio. Nulla è ancora scontato. A condizione che “i partigiani della democrazia” liberale e rappresentativa sappiano rispondere a nuove domande e aspirazioni dei cittadini, restituire senso e passione alla politica. In quanto al Pd la strada è obbligata: avviare una vera e propria ricostruzione delle sue basi culturali e organizzative. Mi auguro Matteo Renzi rifletta criticamente sul suo operato evitando di ridurre la propria iniziativa a quella di un capo corrente.

In questi giorni difficili, ritrovi tuttavia il Pd il senso della propria missione politica e non disperda quanto di buono per l’Italia è stato fatto in questi anni dai governi guidati dal Partito democratico. Sarebbe anche il caso di ricordare, nella caotica situazione politica successiva al voto, che una legge elettorale che avrebbe consentito di dare stabilità all’azione di governo e di affidare agli elettori la scelta dell’esecutivo, il Pd l’aveva proposta: era l’Italicum. Ma tant’è. “È andata così”, diceva il titolo di un bel libro di una cara compagna d’altri tempi.

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