Ottimo articolo da Democratica del 7/3/2018

Niente “teatrini” o “giochini di palazzo”, né “strategie alla House of Cards: dopo un voto dal significato “immenso” che ha sancito la nascita della “terza Repubblica” è arrivato “il momento di fare le cose che aspettiamo da 30 anni e lo si può fare solo cambiando metodo”.

Lo scrive il leader del M5s, Luigi Di Maio, in una lettera a Repubblica in cui riesce in un’impresa storica: quella di chiedere implicitamente il sostegno del Partito Democratico senza mai citarlo. Il Pd è solo evocato con il trito e ritrito riferimento alla vecchia politica. Sarà pure “vecchia” ma la politica – il capo del M5s oggi se ne accorge – appare indispensabile se si vuole provare a governare.

Citando nientemeno che De Gasperi, Di Maio continua sulla sua  linea: “Per decenni i partiti hanno messo al centro i loro interessi, per decenni la formazione dei governi è avvenuta con il bilancino per accontentare gli appetiti dell’uno e dell’altro. L’obbiettivo erano sempre e soltanto le poltrone, mai gli interessi dei cittadini. Questo è il passato”.

Il futuro (prossimo) sono loro

Senza i voti per raggiungere la maggioranza ci si accontenta anche del Pd. E così si lavora per sedurre la sinistra anche se è quella a cui si addossa ogni responsabilità per i problemi del Paese. Il ragionamento dei vertici pentastellati parte dal presupposto che parte dei voti ottenuti dai 5 Stelle alle elezioni politiche vengano anche dagli iscritti del Pd e che per questo ci possa essere una qualche affinità elettiva. Ma questo ragionamento non fa i conti con la rivolta della base dem che attraverso i social sembra aver bocciato un’alleanza, anche solo di scopo. A deciderlo ci penserà comunque la Direzione del Pd convocata per lunedì prossimo.

Per questo Di Maio non può che aspettare e sperare, perché la chiamata alla responsabilità del Pd non è riuscita finora ad ottenere nessun risultato. E visti i trascorsi (neanche troppo lontani nel tempo) non potrebbe essere altrimenti. Ora, per la legge del contrappasso, Di Maio si trova nella stessa situazione in cui nel 2013 si trovò, in diretta streaming, Bersani. Stavolta, però, sulla “poltrona di Ballarò” c’è lui.

Dall’altra parte anche l’altro vincitore senza maggioranza,Matteo Salvini, si sta adoperando per un’improbabile metamorfosi moderata e guarda a sinistra. E’ un’operazione al limite del temerario, visto le distanze siderale tra la Lega e Pd. Ma Salvini ci tiene a specificare che non è in cerca di un accordo partitico o politico. In pratica il leader leghista vorrebbe attrarre qualche decina di parlamentari pronti a sostenere la sua coalizione, in cambio di qualcosa. Non proprio un buon inizio per una legislatura di cambiamento.

I due leader ora che hanno vinto trovino la sintesi (volendo anche fra di loro) e si prendano le loro responsabilità. A chi ha vinto l’onere di governare, a chi ha perso il compito di stare all’opposizione.

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