Le idi di Di Maio e i grillini a pezzi

(per chi non considera Il fatto quotidiano una Bibbia.)

Il Giornale - Francesco Maria Del Vigo

Con un mese abbondante di anticipo sul calendario sono arrivate le Idi di Maio. Per carità, il ministro degli Esteri non è Giulio Cesare e, per fortuna, non lo ha accoltellato nessuno, ma quello che è successo ieri è sicuramente uno spartiacque nella storia dei 5 Stelle. E la congiura nei confronti dell'ambizioso grillino è più che un'ombra. Luigi Di Maio si è dimesso dal comitato di Garanzia del Movimento. Sia chiaro: fino a ieri la maggior parte degli italiani non aveva neppure idea dell'esistenza di questo organo interno ai pentastellati e viveva ugualmente bene. Ma questa decisione impatta inevitabilmente sulla geografia politica italiana, non si può derubricare a bega di partito. Quella dell'inquilino della Farnesina è una scelta obbligata, se non lo avesse fatto lui glielo avrebbe chiesto Giuseppe Conte. Che, non a caso, ha accolto con grande favore questa scelta. Ma la mossa di Di Maio è, di fatto, il primo passo verso l'addio al Movimento del quale è stato leader. Abbandono forzato, stretto nella tenaglia tra le ambizioni smodate dell'ex premier e l'immobilismo conservatore del padre padrone Beppe Grillo. Di Maio andava bene ai Cinque Stelle quando era il ragazzo di bottega, l'ex steward dello stadio San Paolo paracadutato nei palazzi del potere. Con le sue ingenuità e le sue inesperienze. Ora che si è strutturato, ora che ha tessuto una trama trasversale di rapporti, ora che ha imparato a conoscere anche le retrovie del Palazzo non va più bene. Troppo sveglio e quindi troppo pericoloso. È un po' come dire a un pilota di aerei di linea: hai fatto troppo ore di volo, lascia la cloche a qualche incapace, così ci schiantiamo meglio. Una follia, il rovesciamento della meritocrazia, ma tutto sommato coerente con la filosofia grillina dell'uno vale e uno e di conseguenza tutti non valgono nulla.
Il divorzio tra il ministro degli Esteri e i papaveri del partito, come in una coppia vip, si consuma a colpi di lettere pubbliche, note di agenzia e post sul blog. Sono mesi che sotto il coperchio della pentola grillina cuociono pezzi di una storia che ormai si è divaricata, che non può più stare insieme. «Penso che all'interno di una forza politica sia fondamentale dialogare, confrontarsi e ascoltare tutte le voci. Tutte le anime, anche chi la pensa in maniera diversa, devono avere spazio e la possibilità di esprimere le proprie idee», sibila Di Maio svelando quello che sapevano tutti. Cioè che dalle parti dei Cinque Stelle non è ammesso il dissenso e c'è una marcata allergia nei confronti di chi osa intraprendere un cammino che abbia un minimo di autonomia.
La risposta di Grillo arriva poco dopo con un lungo e fumoso articolo pubblicato sul suo blog. Un pizzino interminabile, in cui Di Maio non viene mai citato ma è presente in ogni parola. Grillo ribalta il tavolo e la frittata, vagheggia un rilancio di un Movimento agonizzante - ai minimi nei sondaggi - e delinea un nuovo significato per le cinque stelle, senza accorgersi che ormai sono precipitate al suolo. È come se Grillo, sprofondato nel divano della sua villa genovese, si fosse improvvisamente accorto che gli si sono scaricate le pile del telecomando. Schiaccia i pulsanti, ma dall'altra parte, a Roma, non risponde più nessuno. Perso il segnale. Il generale è rimasto senza soldatini. Luigi Di Maio, dopo mesi di logoramento, ha spento il ricevitore. Fine delle trasmissioni. Risponde solo Conte, che non avendo nulla da perdere, ha la speranza di aver qualcosa da guadagnare. Siamo alla resa dei conti finale e, come nella saga di Highlander, ne rimarrà uno solo: il peggiore. Quelli che sanno fare qualcosa, ormai è chiaro, li fanno scappare.

 

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Di Maio si dimette dal Comitato di garanzia del M5S: lettera a Conte e Grillo. Intanto Beppe parla dal blog

Luigi Di Maio si è dimesso da presidente e membro del Comitato di garanzia M5S: il ministro degli Esteri ha spiegato il gesto in una lettera

Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio si è dimesso dal ruolo di presidente e membro del Comitato di garanzia del Movimento 5 Stelle. La sua decisione è stata ufficializzata in una lettera in cui lo stesso Di Maio ha spiegato le motivazioni che lo hanno portato a compiere questo passo.

La lettera di Luigi Di Maio

L’agenzia ‘Ansa’ riporta il contenuto della lettera di Luigi Di Maio. In un passaggio si legge: “Ho preso questa decisione perché voglio continuare a dare il mio contributo, portando avanti idee e proposte. Voglio dare il mio contributo sui contenuti, voglio continuare a fare in modo che si generi un dibattito positivo e franco all’interno della nostra comunità. Un confronto che ci permetta davvero di rilanciare il nuovo corso del Movimento 5 Stelle”.

L’appello del ministro degli Esteri: “Se rimaniamo uniti, con le idee di tutti, torneremo a essere determinanti. Grazie a tutti per l’affetto e viva il Movimento”.

Nella lettera indirizzata da Di Maio a Giuseppe Conte e a Beppe Grillo si legge ancora: “Qui si vince o si perde tutti insieme, perché siamo una comunità che si basa sulla pluralità di idee, soprattutto in questo momento difficile per il Movimento 5 Stelle, che deve però riuscire a trovare le soluzioni per difendere la dignità dei cittadini e sostenere il mondo produttivo ancora alle prese con la pandemia. Spetta poi al presidente fare la sintesi e tracciare la strada da seguire. L’ascolto, però, è importantissimo”.

Di Maio ha poi scritto: “Penso che all’interno di una forza politica sia fondamentale dialogare, confrontarsi e ascoltare tutte le voci. Tutte le anime, anche chi la pensa in maniera diversa, devono avere spazio e la possibilità di esprimere le proprie idee. Continuo a pensare che sia fondamentale confrontarsi dentro il Movimento, perché il Movimento è casa nostra ed è fondamentale ascoltare le tante voci esistenti, e mai reprimerle. Io sarò tra le voci che sono pronte a sostenere il nuovo corso, mantenendo la libertà di alzare la mano e dire cosa non va bene e cosa andrebbe migliorato”.

La “denuncia” del ministro degli Esteri: “Tutti avranno notato che in questi giorni il dibattito interno è degenerato, si è iniziato a parlare di scissioni, processi, gogne. Si è provato a colpire e screditare la persona. Mi ha sorpreso, anche perché è proprio il nuovo statuto del Movimento che mette l’accento sul rispetto della persona. Ho apprezzato molto il tentativo di chi in questi giorni, a partire dai capigruppo e da Beppe Grillo, ha provato a favorire un dialogo sereno e super partes, tra diverse linee di pensiero. Qui si vince o si perde tutti insieme“.

Il botta e risposta tra Conte e Di Maio

Nei giorni scorsi, Cionte aveva risposto a Di Maio, che aveva sottolineato la necessità di avere un chiarimento. La replica dell’ex premier: “Di Maio ha detto che ci vuole un chiarimento? L’ho detto prima io, un chiarimento ci sarà senz’altro. Di Maio avrà modo di chiarire il suo operato e la sua agenda, se era condivisa o meno. Se Di Maio ha delle posizioni le chiarirà, perché lui era in cabina di regia, come ministro l’ho fatto partecipare. Chiarirà i suoi comportamenti, ma non a Conte, agli iscritti”.

Grillo e le ‘stelle polari’ del M5s

Intanto Grillo sul proprio blog, sempre nelle scorse ore, ha scritto un post per aggiornare le 5 Stelle “polari” che deve seguire il Movimento. Sono cinque concetti: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità. Oltre a ciò, il comico ha rimarcato che “questa nostra rivoluzione democratica è oggi chiamata a passare dai suoi ardori giovanili alla sua maturità, senza rinnegare le sue radici ma individuando percorsi più strutturati per realizzarne il disegno”.

Tra le fondamenta, però, resta la “rotazione o limiti alla durata delle cariche, anche per favorire una visione della politica come vocazione e non come professione”.

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Inviata (modificato)

5 ore fa, il.pignonista ha scritto:

(per chi non considera Il fatto quotidiano una Bibbia.)

Il Giornale - Francesco Maria Del Vigo

Con un mese abbondante di anticipo sul calendario sono arrivate le Idi di Maio. Per carità, il ministro degli Esteri non è Giulio Cesare e, per fortuna, non lo ha accoltellato nessuno, ma quello che è successo ieri è sicuramente uno spartiacque nella storia dei 5 Stelle. E la congiura nei confronti dell'ambizioso grillino è più che un'ombra. Luigi Di Maio si è dimesso dal comitato di Garanzia del Movimento. Sia chiaro: fino a ieri la maggior parte degli italiani non aveva neppure idea dell'esistenza di questo organo interno ai pentastellati e viveva ugualmente bene. Ma questa decisione impatta inevitabilmente sulla geografia politica italiana, non si può derubricare a bega di partito. Quella dell'inquilino della Farnesina è una scelta obbligata, se non lo avesse fatto lui glielo avrebbe chiesto Giuseppe Conte. Che, non a caso, ha accolto con grande favore questa scelta. Ma la mossa di Di Maio è, di fatto, il primo passo verso l'addio al Movimento del quale è stato leader. Abbandono forzato, stretto nella tenaglia tra le ambizioni smodate dell'ex premier e l'immobilismo conservatore del padre padrone Beppe Grillo. Di Maio andava bene ai Cinque Stelle quando era il ragazzo di bottega, l'ex steward dello stadio San Paolo paracadutato nei palazzi del potere. Con le sue ingenuità e le sue inesperienze. Ora che si è strutturato, ora che ha tessuto una trama trasversale di rapporti, ora che ha imparato a conoscere anche le retrovie del Palazzo non va più bene. Troppo sveglio e quindi troppo pericoloso. È un po' come dire a un pilota di aerei di linea: hai fatto troppo ore di volo, lascia la cloche a qualche incapace, così ci schiantiamo meglio. Una follia, il rovesciamento della meritocrazia, ma tutto sommato coerente con la filosofia grillina dell'uno vale e uno e di conseguenza tutti non valgono nulla.
Il divorzio tra il ministro degli Esteri e i papaveri del partito, come in una coppia vip, si consuma a colpi di lettere pubbliche, note di agenzia e post sul blog. Sono mesi che sotto il coperchio della pentola grillina cuociono pezzi di una storia che ormai si è divaricata, che non può più stare insieme. «Penso che all'interno di una forza politica sia fondamentale dialogare, confrontarsi e ascoltare tutte le voci. Tutte le anime, anche chi la pensa in maniera diversa, devono avere spazio e la possibilità di esprimere le proprie idee», sibila Di Maio svelando quello che sapevano tutti. Cioè che dalle parti dei Cinque Stelle non è ammesso il dissenso e c'è una marcata allergia nei confronti di chi osa intraprendere un cammino che abbia un minimo di autonomia.
La risposta di Grillo arriva poco dopo con un lungo e fumoso articolo pubblicato sul suo blog. Un pizzino interminabile, in cui Di Maio non viene mai citato ma è presente in ogni parola. Grillo ribalta il tavolo e la frittata, vagheggia un rilancio di un Movimento agonizzante - ai minimi nei sondaggi - e delinea un nuovo significato per le cinque stelle, senza accorgersi che ormai sono precipitate al suolo. È come se Grillo, sprofondato nel divano della sua villa genovese, si fosse improvvisamente accorto che gli si sono scaricate le pile del telecomando. Schiaccia i pulsanti, ma dall'altra parte, a Roma, non risponde più nessuno. Perso il segnale. Il generale è rimasto senza soldatini. Luigi Di Maio, dopo mesi di logoramento, ha spento il ricevitore. Fine delle trasmissioni. Risponde solo Conte, che non avendo nulla da perdere, ha la speranza di aver qualcosa da guadagnare. Siamo alla resa dei conti finale e, come nella saga di Highlander, ne rimarrà uno solo: il peggiore. Quelli che sanno fare qualcosa, ormai è chiaro, li fanno scappare.

Il Fatto Quotidiano non è la Bibbia, ma è un giornale serio e indipendente, al contrario del Giornale ("umoristico" secondo Fabrizio Cicchitto, cioè secondo uno che ci scriveva) della famiglia Berlusconi. L'articolo a mio avviso conferma il giudizio di Cicchitto, ma soprattutto conferma che Luigino Di Maio ha passato il guado e riceve l'ennesimo benvenuto dai poteri forti e dai loro pennivendoli. La lettura della vicenda interna ai 5Stelle è del tutto artificiale. La lettura oggettiva è quella Travaglio:

https://youtu.be/fId1BTT5I8w

È stato il ministro degli Esteri, come è noto, a estrarre il pugnale politico per colpire il presidente del suo movimento. E lo ha fatto su una faccenda della massima rilevanza politica e visibilità mediatica, l'elezione del presidente della Repubblica. Probabilmente, quindi, voleva essere un colpo mortale, politicamente parlando, ma è riuscito solo ad affossare la legittima speranza degli italiani seri e della base del Movimento di avere finalmente una donna al Quirinale. Un atto maldestro, da dilettante della politica, che gli si è ritorto contro. Tuttavia Di Maio aveva già perso gran parte della mia stima proprio perché da tempo non era più un "dilettante" della politica (come Di Battista, per esempio) bensì un accorto professionista, un incravattato del palazzo, un giovane ma già incallito mestierante. E allora come si spiega il boomerang? Semplice: l'establishment di cui oggi fa parte organica era in pericolo. Non solo Draghi costretto a rinunciare alla sua morbosa ambizione o pretesa quirinalizia, ma addirittura il rischio di rottamare l'asse Draghi-Mattarella, presentato come irrinunciabile in almeno uno dei due cardini dalla totalità dei servi del potere. Che per settimane ci hanno abboffato gli zebedei con lo spauracchio epocale di un'Italia che rischiava di finire nel baratro senza i due presunti eredi di De Gasperi. Mattarella in pensione (a 80 anni sarebbe anche ora) e l'ex banchiere che non lo sostituisce e che per ripicca si ritira pure lui alle sue (plurime) pensioni dorate. Apriti, cielo! Ce l'hanno dipinta come una calamità peggiore della pandemia e delle sette piaghe d'Egitto! E allora, quello che meno di 4 anni fa chiedeva (non senza fondate ragioni, a mio avviso) l'impeachment di Mattarella, ovvero la messa in stato di accusa del presidente per attentato alla Costituzione, si è sentito in dovere di buttarsi precipitosamente in mare, senza neppure togliersi la cravatta, per salvare in extremis lo stesso Mattarella e lo stesso Draghi che stavano per naufragare. Poi si è spellato le mani, all'unisono con il presidente del Consiglio, nell'applaudire per 55 volte il discorso del Sergio 2.0. Ma già lo stanno ripagando, per ora solo a parole come quelle del giornale berlusconiano, per l'eroico sacrificio.

Il Mattarella bis è una sconfitta clamorosa per tutta la politica italiana, come e più del Napolitano bis. È la vittoria dei peggiori gattopardi, cioè dei nemici giurati del cambiamento. Ovvero i nemici della ragione fondativa del M5s. Giuseppe Conte e il Movimento non escono affatto sconfitti ma rafforzati. Sarà il traditore a doversi cospargere il capo di cenere e a scusarsi umilmente se vorrà restare. Ma certi personaggi, a mio modesto avviso, è molto meglio perderli che ritrovarli. 

Mi si accusa, nel forum, di avere cambiato diametralmente giudizio su Di Maio. Certo che l'ho cambiato, ma non mi si può accusare di incoerenza! Mi trascino dietro un vagone di difetti, ma in vita mia nessuno, ripeto nessuno che mi conosca per davvero, mi ha mai accusato di incoerenza. È Luigi Di Maio che è cambiato, platealmente. E io, coerentemente, ho cambiato il giudizio su di lui. Nella campagna elettorale del 2018 si era presentato ed era stato votato come l'uomo del cambiamento. Oggi è l'uomo della conservazione. L'infiltrato dell'establishment in un movimento antagonista e di rottura che, in una particolarissima situazione storica ed emergenziale, ha scelto (a mio avviso sbagliando) di perseguire il cambiamento nei limiti del possibile, o di difendere le innovazioni realizzate (es. il reddito  di cittadinanza), dall'interno di un governo conservatore.

Mi ricordo del famoso (o famigerato) viaggio in Francia, in auto, di Di Maio e Di Battista durante il governo gialloverde. Guidava Luigino, all'epoca ministro dello Sviluppo Economico, e andarono a sostenere i gilet gialli, o alcune loro battaglie, contro Macron. Incontrarono pure uno dei leader più radicali, uno che teorizzava la guerra civile, una nuova presa della Bastiglia. Oggi Di Maio dice pubblicamente: "Voterei Macron", e da ministro degli Esteri sostiene la pacchiana politica filofrancese del governo dei peggiori. Il cosiddetto asse Draghi-Macron, ovviamente tutto sbilanciato dalla parte di Parigi. Come nell'ultima decisione della Commissione UE, dove non ci siamo opposti alla paradossale inclusione del nucleare, voluta dai francesi, tra le fonti energetiche green. Noi che fummo il primo paese al mondo a dare il buon esempio uscendo dal nucleare. Signori, un grillino che, sia pure indirettamente, appoggia il nucleare, io lo paragono a un vegetariano che cena con ossobuchi alla milanese, capocollo calabrese, ciccioli napoletani e lardo di Colonnata. 

Modificato da fosforo311

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