Facciamo chiarezza e ristabiliamo la verità sul Job Act

Sono mesi ormai che le opposizioni continuano a puntare il dito contro il Jobs act accusandolo da una parte di aver precarizzato il mondodel lavoro e dall’altra di aver aumentato il numero dei licenziamenti. In questi giorni di campagna elettorale si è arrivati addirittura alla minaccia di volerlo abolire, come se finora avesse provocato soltanto danni. Vediamo allora, numeri alla mano, quali sono stati finora i risultati ottenuti dalla riforma.

Le polemiche (e i numeri Istat) sul Jobs act

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Considerando i dati ufficiali dell’istituto nazionale di statistica, dal momento dell’approvazione del Jobs Act (nel 2014) sono stati prodotti più di un milione di posti di lavoro (1.029.000); il tasso di disoccupazione è passato dal 13% all’11%, mentre la disoccupazione giovanile, che prima viaggiava al 43%, oggi è scesa al 32,7%.

I posti fissi sono più di quelli a termine

Osservando poi nel dettaglio i numeri, sembra cadere nel vuoto anche la ricorrente critica sulla precarizzazione: da quando è in vigore la riforma, infatti, i posti di lavoro stabili sono cresciuti in misura maggiore rispetto a quelli a termine. Basti considerare il conteggio complessivo di tutti i nuovi posti di lavoro: il 55% di essi sono stabili, a tempo indeterminato. Stiamo parlando di circa 500mila posti fissi in più. Ma soprattutto, altro dato rilevante, il numero assoluto dei contratti a tempo indeterminato è salito rispetto al periodo precedente alla riforma.

f679788e-011c-11e8-81ab-90e2ba021740La qualità del precariato è aumentata

Sulla parte dei “contratti a tempo” va evidenziato poi il miglioramento della loro qualità, verificatosi con la riduzione delle varie forme contrattuali, un vero e proprio sfoltimento della miriade di contratti che prima erano a disposizione del datore di lavoro. Oggi, un imprenditore, non potendo utilizzare i vecchi contratti co.co.pro (quelli senza tutele, per intenderci), è infatti costretto a scegliere il tempo determinato, offrendo quindi maggiori tutele al lavoratore (ferie e malattia, ad esempio).

È sufficiente la riforma così com’è?

I risultati finora sono arrivati, ma ancora si può fare molto per rendere più conveniente il contratto a tempo indeterminato. In questo senso il Partito democratico sta pensando a misure integrative, anche per offrire maggiori tutele in caso di licenziamento. Tuttavia abolire tout court il Jobs act, come sostengono alcune parti politiche, non avrebbe molto senso alla luce dei risultati ottenuti.

La reintroduzione dell’articolo 18 ridurrebbe i licenziamenti?

L’ulteriore lamentela grillina (e non solo) è quella legata all’articolo 18, che per Di Maio “dovrebbe essere ripristinato nelle imprese con più di 15 dipendenti”, per limitare i licenziamenti. Anche qui, però, sono i numeri a smontare l’accusa: dall’inizio della riforma la frequenza dei licenziamenti è rimasta praticamente invariata. Nel 2014 i licenziamenti di lavoratori con contratto a tempo indeterminato erano circa 570.000 (da gennaio a novembre), nel 2017 sono circa 535.000 (ultimo dato disponibile a novembre). Ci sono poi casi virtuosi, come quello dell’azienda bresciana di software engineering, Pandozy, che ha assunto assunto tremila persone e sciolto soltanto due contratti.

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