Americani e inglesi, sul doping guardate in casa vostra!

Inviata (modificato)

Alla vigilia dei Giochi coltivavo discrete speranze di vedere Jacobs e Tamberi sul podio, soprattutto il primo in verità perché Gimbo è un ragazzo molto emotivo (lo si è visto anche ieri, per fortuna solo a fine gara) e veniva da risultati altalenanti (appena 2,20 nell'ultimo meeting). Ma naturalmente avrei firmato anche per due bronzi. Tuttavia, dopo la semifinale di Jacobs (terzo a un centesimo col record europeo e ripescato, ma con un metro regalato agli avversari in partenza) e dopo il primo salto del marchigiano (un 2,19 così abbondante che poteva valere il suo personale di 2,39) ero pressoché certo, credetemi, che sarebbero stati due ori. Gimbo ieri aveva in corpo tanta adrenalina da sollevare oltre l'asticella un elefante, e per ben 7 salti è stato freddissimo. È così che ha costruito la medaglia d'oro. Sempre preceduto da Barshim, era costretto a non sbagliare per non concedergli un vantaggio minimo ma (a posteriori) incolmabile. E non ha sbagliato se non quando, a 2,39, aveva già sbagliato anche il qatariota. Tra l'altro su questa quota gli errori di Barshim sono stati più netti dei suoi: l'ex aequo è stato l'esito più giusto e più bello, ma io dico che in caso di spareggio avrebbe vinto il nostro. Che dire di Marcello? (perdonate: Marcell lo trovo orrendo).  Lui caratterialmente è una roccia, temprata negli anni dalle sconfitte e dagli infortuni, ed è un grande agonista cioè uno capace di dare il massimo quando serve. Quando in finale è partito meglio del cinese (una pallottola che in semifinale aveva sparato tutto e stabilito il record asiatico) Marcello aveva già l'oro al collo. Ebbene, credetemi, smaltita la gioia per questo trionfo senza precedenti nello sport italiano, ho avuto subito un'altra certezza: americani e inglesi non avrebbero gradito la batosta inflittagli da un outsider, addirittura un italiano, e avrebbero lanciato velate accuse e sospetti di doping. Illazioni fondate sul nulla quelle del Washington Post e del Times. Jacobs non è affatto una meteora, i tempi fenomenali che ha ottenuto sono inattesi ma fino a un certo punto. Perché lui è un fenomeno. È arrivato tardi al vertice mondiale (a quasi 27 anni), ma solo perché aveva iniziato la carriera nel salto in lungo, specialità avara con lui di risultati ma prodiga di infortuni. Peccato, perché sarebbe potuto diventare il Carl Lewis italiano. Ma già 3 anni fa, quando cominciò a coltivare a tempo pieno lo sprint, Marcello valeva 10"08 che è un signor tempo per un quasi esordiente. Ulteriori problemi fisici ma l'anno dopo scendeva a 10"03. Il 2020 è stata una stagione anomala per tutti (pandemia, giochi olimpici e tanti meeting annullati) ma ha fatto comunque 10"10. Poi questo inverno ha dominato la stagione indoor, vincendo i campionati d'Europa con 6"47 sui 60 metri, primato mondiale stagionale, cioè meglio di tutti gli statunitensi, giamaicani e britannici. Infine nella stagione all'aperto ha esordito con 9"95, primato italiano, confermato dal 9"99 a Montecarlo nell'ultima gara prima di Tokyo. Lì finiva terzo dietro Baker e Simbine (cioè il quinto e il quarto della finale olimpica) ma il nostro stava evidentemente smaltendo i carichi di lavoro. Perché Marcello come struttura fisica non somiglia per niente a Mennea ma gli somiglia per l'impegno certosino che profonde nell'allenamento. Certo ha un fisico possente, tipico dei velocisti degli ultimi decenni, ma non ha i muscoli scolpiti tipici degli atleti dopati. Lo stereotipo dei quali è il famigerato canadese Ben Johnson, ma basta guardare il vecchio Justin Gatlin, oro ad Atene 2004 per gli USA, due volte campione del mondo, acerrimo rivale di Bolt, a suo tempo squalificato per 8 anni per testosterone, poi ridotti a 4. Oppure il giamaicano Yohan Blake che nel 2011 quando vinse il titolo mondiale (approfittando di una partenza falsa di Bolt) sembrava molto più un culturista che un velocista. In precedenza era stato pizzicato pure lui, ma solo per uno stimolante, quindi breve squalifica. Americani e inglesi, invece di gettare fango sul nostro campione, farebbero meglio a guardare in casa loro. Ho già citato Gatlin, il quale ai mondiali di Doha 2019 fu argento dietro il suo connazionale Christian Coleman, oro con 9"76. Un tempo migliore del 9"80 di Jacobs, ma sapete perché Coleman a Tokyo non c'era? Perché è squalificato per essersi sottratto a due controlli antidoping. Sarebbe poi interessante capire perché il grande favorito, l'americano Trayvon Bromell, vincitore dei Trials (le gare con cui gli USA selezionano i loro rappresentanti alle olimpiadi) e primatista mondiale stagionale con 9"77, sia stato eliminato in semifinale senza riuscire a scendere sotto i 10", dopo avere rischiato l'eliminazione in batteria. Non vorrei che si fosse "sgonfiato" in vista dei severi controlli antidoping giapponesi. Quanto ai britannici, basta citare Linford Christie, olimpionico a Barcellona, plurimedagliato e tuttora primatista nazionale con 9"87, che chiuse ingloriosamente la carriera per doping. Per non parlare di Mo Farah, il celebre mezzofondista britannico di origini somale, vincitore di ben 10 ori (4 olimpici e 6 mondiali), sul quale ci sono seri dubbi ma non fu mai beccato dall'antidoping. Che invece beccò il suo allenatore, il famigerato Salazar, uno che se non avesse fatto il coach avrebbe fatto il chimico o il farmacista. 

 

 

 

Modificato da fosforo311

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1 messaggio in questa discussione

Ero stato facile profeta. Avevo scritto che i giornali americani e inglesi, prima di lanciare velate accuse fondate sul nulla contro un atleta serio come Marcell Jacobs, avrebbero fatto meglio a guardare in casa loro. Infatti, arriva da Tokyo la notizia della sospensione per doping di Chijindu Ujah, quotato velocista britannico di origini nigeriane, semifinalista sui 100 e primo frazionista della staffetta 4×100 del Regno Unito, medaglia d'argento dietro gli azzurri. Ujah è stato beccato positivo a ben due sostanze dopanti. Se risultasse positivo, come è probabile, anche alle controanalisi, lo attende una lunga squalifica mentre la squadra britannica perderà la medaglia a vantaggio del Canada e il bronzo andrà alla Cina. E allora potremo usare per l'autorevole Times di Londra quel vecchio proverbio napoletano:

Nun sputa' 'ncielo ca 'nfaccia te torna. 

Intanto apprendiamo purtroppo che il nostro campione ha chiuso la stagione rinunciando alla attesa gara di Eugene del 21 agosto, dove i velocisti americani sognavano di prendersi la rivincita in casa, e agli altri meeting rimanenti della Diamond League. Un piccolo ma fastidioso problema alla cartilagine di un ginocchio ha suggerito prudenza. Peccato perché Marcello aveva a mio avviso tutte le carte in regola per confermare la sua supremazia e guadagnarsi non solo i ricchi ingaggi di questi meeting ma anche il prestigioso trofeo finale della Diamond League per il quale era ancora in corsa, e poteva essere il primo italiano a conquistarlo. Al momento era quarto nella sua specialità, ma virtualmente terzo essendo al primo posto proprio il britannico Ujah in odore di squalifica. 

 

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