Caporetto all’esordio per Giuseppi ...

Conte minaccia lo strappo ma poi fa retromarcia 

Il leader pentastellato si arrende: "Non è la nostra riforma, abbiamo dato un contributo". Le accuse alla Lega e il rischio spaccatura nel Movimento.

 
Conte minaccia lo strappo ma poi fa retromarcia per non lasciare la trattativa in mano a Grillo
 

Giuseppe Conte si ferma a un passo dallo strappo. L'ex premier prova in tutti i modi a far saltare il timing di Mario Draghi. A metà pomeriggio, il leader dei Cinque, dal suo quartiere generale (gli uffici del gruppo 5Stelle Camera), chiama al telefono Draghi per chiedere 48 ore di tempo: due giorni per trovare una mediazione tra i suoi sulla riforma Cartabia. Conte minaccia: «Il M5s non voterà (ipotesi astensione) la riforma del processo penale». Il presidente del Consiglio si rifiuta e rilancia: «Si va in Aula con il testo Cartabia e il voto di fiducia». È lo scontro finale. Ma forse decisivo che imprime la svolta. A quel punto Conte molla la presa. Al termine di cinque ore di trattative il Consiglio dei ministri trova l'intesa sulla riforma della Giustizia. Il futuro capo dei Cinque stelle deve digerire il passo indietro. A fine giornata si concede una granita al limone insieme allo staff alla gelateria Giolitti. Il punto di caduta è l'allungamento dei termini per l'improcedibilità sui reati di mafia. Il M5S piazza la bandierina, ottenendo il regime speciale per tutti i reati di mafia. Nel dettaglio, l'intesa dovrebbe prevedere nessun timing per i reati riconducibili al 416 bis e ter, dunque processi sine die. Mentre per i reati aggravati da mafia sei anni di appello, con un regime transitorio da qui al 2024. Dal 2025, l'appello scenderà a 5 anni. «Sulle modifiche alla riforma della Giustizia penale c'è stato un accordo unanime del Cdm» spiega il ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D'Incà all'uscita da Palazzo Chigi. L'avvocato di Volturara ammette la ritirata: «Non è la nostra riforma, ma abbiamo dato il nostro contributo per migliorarla». E scarica la rabbia sulla Lega: «Sono davvero rammaricato per l'opposizione della Lega. Questo mi fa pensare. Quando si tratta di combattere la mafia siamo tutti sullo stesso fronte, poi quando si scende sui fatti concreti gli slogan scappano via». Il dato è chiaro: Conte non è riuscito a tenere compatto il Movimento. Tre le posizioni, che rischiavano di frantumare i gruppi parlamentari: Di Maio pro riforma, i duri e puri per la rottura, i contiani per una mediazione al rialzo. Spaccature che trovano conferme nelle stesse parole dell'ex premier: «Noi siamo una grande famiglia, esamineremo nei dettagli il testo e sono fiducioso che nella discussione generale saremo compatti. Questi sono miglioramenti che omaggiato tutte le vittime della mafia».

Nel pomeriggio, tra i parlamentari vicini al ministro degli Esteri, si ipotizza uno scenario (pericoloso per Conte): «Il garante Beppe Grillo può assumere lui in prima persona l'iniziativa politica per indirizzare la linea di ministri e gruppi parlamentari sulla riforma della Giustizia». Ipotesi che avrebbe strappato dalle mani dell'ex premier la regia delle trattative. A quel punto, Grillo (da garante) avrebbe potuto dettare la linea ai parlamentari sul voto di fiducia. Troppe insidie hanno suggerito a Conte di evitare il muro contro muro. La strategia iniziale era un'altra: tenere Draghi in freezer per altri giorni. Arrivare al 3 agosto, giorno dell'inizio del semestre bianco, senza accordo sul testo. Da quel giorno in poi il leader dei Cinque stelle avrebbe avuto maggiore agibilità. I deputati e senatori grillini non avrebbero più avuto il timore di andare al voto. Progetto che si è schiantato contro la minaccia di Draghi di andare in Aula con il testo originario, chiedendo la fiducia. A complicare la giornata no c'è l'addio al M5S della senatrice Elena Botto. L'esordio del «Conte leader» è da dimenticare.

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