Quando Brusca disse: "Sono un animale, ho ucciso più di 150 persone"

“Sono un animale, ho lavorato per tutta la vita per Cosa nostra, ho ucciso più di 150 persone, non ricordo neanche il nome di tutti”. Basterebbe questo a raccontare chi è Giovanni Brusca, il boss tornato libero dopo 25 anni passati dietro le sbarre. Giovanni Brusca, soprannominato ‘o scannacristiani, è stato un feroce killer al servizio di Totò Riina. Uno dei più sanguinari e spietati. Riina lo nominò capomandamento di San Giovanni Jato, in provincia di Palermo, per premiarlo della sua fedeltà.

Fu lui, in quel caldo pomeriggio del 23 maggio 1992, a far saltare in aria Giovanni Falcone, la moglie e tre agenti di scorta, piazzando una tonnellata di tritolo sotto i cunicoli dell’autostrada per Capaci. Fu lui a strangolare e sciogliere nell’acido il dodicenne Giuseppe Di Matteo, per vendicarsi del padre diventato collaboratore di giustizia. Fu sempre lui a strangolare una ragazza incinta di 23 anni dopo aver torturato il suo fidanzato.

Quando fu arrestato, nel 1996, era nascosto in una villetta insieme alla sua famiglia. Giovanni Brusca provò a mischiare le carte, fingendo un pentimento che sapeva tanto di bluff e di depistaggi. Ma non poté negare l’inevitabile, a cominciare proprio dalla strage di Capaci.

Non era però la prima volta che lo faceva. Nel 1983 fece parte del commando che assassinò il giudice Rocco Chinnici, utilizzando le stesse modalità di Falcone: un’autobomba radiocomandata a distanza che fece a pezzi Chinnici, tre carabinieri e il portiere di uno stabile. Brusca fu presente in tutti i gruppi di fuoco che, dalla metà degli anni Settanta agli inizi degli anni Novanta, assassinarono giudici, poliziotti, carabinieri e chiunque si opponesse a Cosa Nostra.

Tommaso Buscetta, il più importante pentito della mafia, lo indicò come un killer pericolosissimo che aveva preso parte alla mattanza dei Corleonesi contro le famiglie palermitane dei primi anni Ottanta. Ma evidentemente le sue dichiarazioni non furono sufficienti per assicurarlo subito alla giustizia ed evitare che facesse altri danni. Come gli attentati del 1993 a Roma, Firenze e Milano e in cui Brusca ebbe parte attiva in quella strategia di stampo terroristico mirata a costringere lo Stato a scendere a patti dopo il maxiprocesso di Palermo che aveva messo la mafia con le spalle al muro.

Poi l’arresto e la scelta di pentirsi, ma le sue dichiarazioni non hanno mai convinto del tutto i giudici, che si esprimevano in maniera critica sulla sua collaborazione con la giustizia, intrisa di bugie e mezze verità. Qualcuno avanzò perfino l’ipotesi che Brusca si fosse volontariamente fatto arrestare per confondere le acque e smentire quanto dicevano i pentiti dell’epoca. Negli ultimi anni, però, la Direzione Nazionale Antimafia aveva certificato il ravvedimento dello scannacristiani, dando il nulla osta per dei permessi premio. Fino alla sua definitiva scarcerazione avvenuta ieri. Dopo 25 anni di carcere e 150 omicidi.

 

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