non tiriamocela tanto

Jugoslavia, italiani cattiva gente di Mirella Serri in “La Stampa” del 6 aprile 2021

A 80 anni dall'occupazione fascista, un appello a Mattarella perché si riconoscano le nostre colpe.

 È venuto il momento di tirar fuori gli scheletri dall'armadio: approfittiamo dell'anniversario, oggi 6 aprile, degli ottant'anni dall'occupazione italiana della Jugoslavia per far emergere un dramma rimosso e la sofferenza inflitta dai militari del Duce ai popoli di Slovenia, Croazia, Montenegro, Bosnia ed Erzegovina. Più di 140 storici (tra cui Giovanni De Luna, Amedeo Osti Guerrazzi, Paolo Pezzino e moltissimi Enti, dall'Istituto Nazionale Ferruccio Parri alla Società degli storici di Lubiana) hanno sottoscritto l'appello promosso da Eric Gobetti e rivolto al Presidente della Repubblica perché finalmente si esprima «una netta condanna» e «una presa di distanza radicale» da quanto accadde a partire dalla primavera del 1941.

 Quando, cioè, il Regio esercito si dedicò allo sterminio dei prigionieri, agli incendi di interi villaggi e all'istituzione di campi di concentramento. Come quello di Arbe, che non ebbe nulla da invidiare ai Lager nazisti e accolse soprattutto bambini, donne e anziani fatti morire di fame e di freddo.

 Il sangue dei civili

A orchestrare i massacri nella provincia di Lubiana fu il generale Mario Roatta che seguì l'esempio dei tedeschi e ordinò esecuzioni sommarie e internamenti (a questo tema è dedicata la mostra fotografica «A ferro e fuoco. L'occupazione italiana della Jugoslavia 1941-1943», a cura da Raoul Pupo e realizzata dal Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell'Università di Trieste, da oggi alle ore 17 visitabile online su www.occupazioneitalianajugoslavia41-43.it).

Come mai, dunque, non si ricordano gli eccidi fascisti con visite di Stato nei siti della memoria, come quella avvenuta alla foiba di Basovizza alla presenza del Presidente Sergio Mattarella e del suo omologo sloveno Borut Pahor? «Nei confronti delle sopraffazioni compiute dai soldati e dagli ufficiali italiani in Jugoslavia, a partire dalla fine della guerra fu praticato un patto del silenzio che è arrivato fino ai nostri giorni», commenta Marcello Flores, studioso dei crimini di guerra del XX secolo, tra i firmatari dell'appello. «Dopo le condanne formulate al processo di Norimberga apparve evidente che non si poteva procedere analogamente in Italia. Molti responsabili dei tragici eventi verificatisi in Jugoslavia, infatti, erano già inseriti nell'establishment democratico. Era meglio soprassedere. Cosa che fecero anche gli italiani nei confronti degli autori delle stragi naziste, i cui nomi sono emersi soprattutto dagli anni 90 in poi».

 Un'altra ragione della congiura del silenzio sullo spargimento del sangue di civili da parte degli uomini di Mussolini (che esortava a impegnarsi sempre di più nella ferocia) è stata la rimozione collettiva degli avvenimenti bellici: «È scomodo rammentare una guerra combattuta dalla parte sbagliata e persa», osserva Barbara Berruti, ricercatrice presso l'Istituto piemontese per la storia della Resistenza «Giorgio Agosti». «Così ancora oggi prevale l'immagine stereotipata, diffusa persino da Mediterraneo di Gabriele Salvatores, degli italiani "brava gente" costretti a impegnarsi in una guerra non loro». Non tutti gli studiosi però condividono la sollecitazione di Gobetti che di recente ha pubblicato da Laterza il polemico saggio E allora le foibe? «Appelli come questo non mi convincono», commenta Giuseppe Parlato, presidente del Comitato nazionale nato per difendere la memoria delle foibe. «Seguendo la strada delle pubbliche contrizioni per le violenze di guerra, dovremmo risalire fino agli antichi romani. La brutalità più bieca, purtroppo, è nella logica bellica. E perché scegliere il caso della Jugoslavia e non fare invece un discorso globale?».

«Peggio dei tedeschi»

Dei cruenti fatti jugoslavi un ufficiale italiano, all'epoca, dava questa testimonianza: «Si procede a fucilazioni di massa e la frase "gli italiani sono diventati peggiori dei tedeschi" si sente dappertutto». Siamo stati davvero peggiori delle SS? «Non è questo il motivo dell'oblio», precisa Davide Conti che ha lavorato a lungo sui processi e sulle impunità per i criminali di guerra. «Alla fine del conflitto venne stilato un lungo elenco di risarcimenti. L'Italia doveva rimborsare i danni bellici alla Jugoslavia, all'Albania, alla Grecia e all'Urss. Si preferirono al risarcimento gli scambi commerciali. Roatta, il principale responsabile di tante crudeltà, era stato a capo del Servizio *** Militari. Venne fatto fuggire dall'Italia nel 1945, con la complicità delle intelligence italiana e inglese, poiché era a conoscenza di molti segreti sia dei fascisti sia degli antifascisti».

 Nel 1951, poi, la Procura generale militare archiviò l'istruttoria per i crimini di guerra sulla base di un cavillo giuridico che vincolava l'azione giudiziaria italiana alla reciprocità, cioè all'eventuale disponibilità della Jugoslavia a procedere nei confronti di chi aveva commesso reati bellici contro cittadini italiani, come nel caso delle foibe. Si preferì evitare di indagare sulle violenze di entrambe le parti. Istituito il giorno del «Ricordo delle foibe», esortano gli storici, è ora di riportare alla luce gli eccidi compiuti dall'esercito fascista per avanzare «sulla strada della riconciliazione europea».

Italiani brava gente, criminali impuniti di Davide Conti in “il manifesto” del 6 aprile 2021

 Il 6 aprile 1941 divisioni tedesche e italiane invadevano la Jugoslavia dividendola in zone di occupazione. L’Italia monarchico-fascista costituì la «provincia italiana di Lubiana» in Slovenia annettendo al regno di casa Savoia, dal luglio 1941, anche il Montenegro. Iniziò così l’occupazione della Jugoslavia che non solo completò l’aggressione del regime ai Balcani, iniziata nel 1939 in Albania e seguita nel 1940 in Grecia, ma rappresentò il correlato storico-politico del «fascismo di frontiera» emerso negli anni Venti con lo squadrismo e sintetizzato nei suoi obiettivi da Mussolini nella visita a Pola del 22 settembre 1920: «Di fronte ad una razza come la slava, inferiore e barbara non si deve seguire la politica che da lo zuccherino, ma quella del bastone (…) si possono più facilmente sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani».

IN LINEA con questo impianto ideologico le truppe del regio esercito, le autorità di polizia, i carabinieri e le milizie fasciste dei battaglioni «M» disposero su tutto il territorio le misure della «guerra ai civili», che lo stesso popolo italiano avrebbe poi drammaticamente conosciuto durante l’occupazione nazista. Fucilazioni di civili e partigiani, deportazioni di massa (100.000 jugoslavi trasferiti nei campi d’internamento italiani), incendio e saccheggio delle città e dei villaggi (nel febbraio 1942 l’intera città di Lubiana venne circondata da una «cintura» di filo spinato e posti di blocco e poi razziata), stragi (il 12 luglio 1942 a Podhum 108 fucilati e oltre 800 deportati; a Niksic e in altre città del Montenegro fucilazione di 95 comunisti e 200 civili tra il 20 giugno 1942 e il 25 giugno 1943) violenze e abusi sulla popolazione (nella sola Lubiana morirono 33.000 persone pari al 10% dei suoi abitanti) assunsero un carattere sistemico codificato dalle disposizioni della «circolare 3C» firmata dal generale Mario Roatta, già capo del Servizio *** Militari, guida delle truppe fasciste in Spagna e poi al vertice della II Armata di occupazione in Croazia.

 L’OCCUPAZIONE MILITARE costò alla Jugoslavia oltre un milione di morti mentre in tutta l’area dei Balcani i crimini di guerra compiuti dal regio esercito e dalle autorità italiane contribuirono da un lato al rincrudimento delle misure di repressione e controguerriglia antipartigiana e dall’altro ad alimentare la Resistenza militare e civile delle popolazioni in Albania, Grecia e Jugoslavia. Nel maggio 1942 su La Voce del Montenegro il generale Alessandro Pirzio Biroli da «governatore» della regione scriverà: «Tutto il popolo sappia che ogni partigiano, ogni collaboratore, informatore e simpatizzante dei partigiani sarà fucilato sul luogo della cattura». Dal canto suo Mussolini il 31 luglio 1942 a Gorizia aveva ordinato ai generali: «Al terrore dei partigiani si deve rispondere col ferro e col fuoco. Deve cessare il luogo comune che dipinge gli italiani come sentimentali incapaci di essere duri (…) questa popolazione non ci amerà mai (…). Questo territorio deve essere considerato territorio di esperienza. Non vi preoccupate del disagio della popolazione, lo ha voluto! Ne sconti le conseguenze».

 Al termine del secondo conflitto mondiale le Nazioni Unite stilarono un lungo elenco di criminali di guerra italiani che solo per la Jugoslavia comprendeva 750 nomi (generali, ufficiali dell’esercito, carabinieri, questori, camicie nere) a cui si aggiungevano i 142 iscritti nelle liste dell’Albania, i 111 della Grecia, i 12 dell’Urss. Le ragioni della Guerra Fredda, la nuova collocazione geopolitica di Roma e la sistematizzazione dell’anticomunismo di Stato permisero ai governi dell’Italia post-bellica di non estradare i criminali nei Paesi che ne facevano richiesta; evitare processi presso un tribunale internazionale; non pagare i risarcimenti alle vittime ed agli Stati nonostante le disposizioni del Trattato di Pace di Parigi del 1947. Così la «mancata Norimberga italiana» rappresentò un vulnus storico nella stessa radice di nascita della democrazia repubblicana alimentando il falso mito degli «italiani brava gente», consentendo l’impunità dei criminali ed il loro reinserimento negli apparati delle Forze Armate, dei servizi segreti e delle forze dell’ordine sostanziando una «continuità dello Stato» che incise fortemente sul carattere e la qualità della nostra democrazia nei decenni successivi, tanto che diversi criminali di guerra furono coinvolti nelle stragi e nei tentativi di colpo di Stato degli anni Settanta.

 OTTANT’ANNI DOPO l’occupazione della Jugoslavia, un appello di centinaia di storici e studiosi chiede alle istituzioni e al Paese un atto di coraggio in grado di rielaborare sul piano pubblico questo tragico passato rimosso, assumendo come memoria storica collettiva le responsabilità per i crimini compiuti dal fascismo contro altri popoli in un’ottica di superamento dei nazionalismi, di valorizzazione del dettato costituzionale in ordine al ripudio della guerra, di liquidazione tanto etico-morale quanto politico-sociale del fascismo. Devastazioni prodotte dall’esercito italiano. Un’immagine proveniente dal Museo nazionale di storia contemporanea della Slovenia

 

L’APPELLO Alle istituzioni per un riconoscimento ufficiale dei crimini fascisti in Jugoslavia in occasione dell’ottantesimo anniversario dell’invasione da parte dell’esercito italiano.

Presidenza della Repubblica

 Presidenza del Consiglio dei Ministri

 Senato della Repubblica

Camera dei Deputati

Ministero della Difesa

Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale

 

Quest'anno ricorre l'ottantesimo anniversario dell'invasione della Jugoslavia da parte dell'esercito italiano, avvenuta il 6 aprile 1941. Durante l'occupazione fascista e nazista, e fino alla Liberazione nel 1945, in questo territorio si contano circa un milione di morti. L'Italia fascista ha contribuito indirettamente a queste uccisioni con l'aggressione militare e l'appoggio offerto alle forze collaborazioniste che hanno condotto vere e proprie operazioni di sterminio. Ma anche direttamente con fucilazioni di prigionieri e ostaggi, rappresaglie, rastrellamenti e campi di concentramento, nei quali sono stati internati circa centomila jugoslavi.

Come studiosi di storia contemporanea, esperti del tema e figure professionali impegnate nella conservazione attiva della memoria siamo convinti che nei decenni passati non si sia raggiunta una piena consapevolezza di questi crimini, commessi purtroppo anche in nome dell'Italia. La Repubblica Italiana non ha mai espresso una netta condanna, né una presa di distanza radicale da queste atrocità: non sono stati istituiti giorni commemorativi, né sono state compiute visite di Stato in luoghi della memoria dei crimini fascisti in Jugoslavia.

 Chiediamo dunque al Presidente della Repubblica e ai rappresentanti delle principali istituzioni una presa di coscienza di questo dramma storico rimosso. L'ottantesimo anniversario sarebbe l'occasione ideale per farsi carico della responsabilità storica di pratiche criminali che erano il frutto di una logica politica, fascista e nazionalista, che noi oggi fermamente condanniamo, in nome dei valori costituzionali che fondano il patto di cittadinanza democratica. Una dichiarazione pubblica o una visita ufficiale (per esempio al campo di concentramento di Arbe, sull'isola di Rab, dove morirono di fame e di stenti circa 1400 persone, in buona parte donne e bambini) avrebbero un notevole significato simbolico e dimostrerebbero il senso di responsabilità delle nostre istituzioni e il riconoscimento della sofferenza inflitta ai popoli della Slovenia, della Croazia, del Montenegro, della Bosnia ed Erzegovina. Nel solco dei precedenti incontri ufficiali che hanno avuto luogo negli anni passati, dal noto “concerto dei tre presidenti” del 2010 alla visita a Basovizza nel luglio 2020, questa dichiarazione rappresenterebbe un ulteriore passo in avanti sulla strada della riconciliazione europea e di una più ampia comprensione dei processi storici.

www.reteparri.it

Seguono 133 firme di studiosi e storici e le firme di numerosi Enti

 

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3 messaggi in questa discussione

ma nooooo.........noi fascisti italiani non abbiamo compiuto simili atrocità in Jugoslavia, sono stati i komunisti slavi ad averle compiute nei nostri confronti.

Per *** chiedere al sig Frizz.

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ma nooooo.........noi fascisti italiani non abbiamo compiuto simili atrocità in Jugoslavia, sono stati i komunisti slavi ad averle compiute nei nostri confronti.

Per i n f ormazioni chiedere al sig Frizz.

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9 ore fa, tiberio1946 ha scritto:

Italiani brava gente

a parte i bombaroli fascisti che ancora godono di tutti i benefici di legge...tipo mambro e fiora....

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