Pandemia : ricchi e poveri

Con la pandemia i ricchi vedono aumentare il loro patrimonio, mentre i poveri sempre più al buio...vedi

 

 

 

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Prendetela come una variante al distanziamento sociale. Chi vuole occuparsi di povertà e, nello specifico, dell'enorme gap esistente tra ricchi e poveri, non dovrebbe attendere una pandemia. Il fatto che il divario di ricchezza sia aumentato e che venga reso noto come se fosse un'ingiustizia da aggiungere alle difficoltà oggettive della maggior parte della gente, da l'idea che il povero sia stato privato degli strumenti o delle condizioni per raggiungere il benessere del milionario. Signori, il povero era povero prima e sarà povero anche dopo, con la pandemia presa come campo di sviluppo e accelerazione di una condizione pregressa e costante che caratterizza il nostro sistema economico-sociale da molto tempo. Pertanto mi chiedo: dire che i ricchi sono più ricchi e i poveri più poveri, a cosa serve? Propongo un ragionamento diverso: la disponibilità alla spesa e il relativo potere di acquisto è una variabile che influenza le grandi ricchezze. Se scende la prima, a lungo andare, scenderà anche la seconda. Questo preoccupa i ricchi.

DvMcEv

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11 minuti fa, londonercity ha scritto:

Prendetela come una variante al distanziamento sociale. Chi vuole occuparsi di povertà e, nello specifico, dell'enorme gap esistente tra ricchi e poveri, non dovrebbe attendere una pandemia. Il fatto che il divario di ricchezza sia aumentato e che venga reso noto come se fosse un'ingiustizia da aggiungere alle difficoltà oggettive della maggior parte della gente, da l'idea che il povero sia stato privato degli strumenti o delle condizioni per raggiungere il benessere del milionario. Signori, il povero era povero prima e sarà povero anche dopo, con la pandemia presa come campo di sviluppo e accelerazione di una condizione pregressa e costante che caratterizza il nostro sistema economico-sociale da molto tempo. Pertanto mi chiedo: dire che i ricchi sono più ricchi e i poveri più poveri, a cosa serve? Propongo un ragionamento diverso: la disponibilità alla spesa e il relativo potere di acquisto è una variabile che influenza le grandi ricchezze. Se scende la prima, a lungo andare, scenderà anche la seconda. Questo preoccupa i ricchi.

DvMcEv

Per quanto riguarda la pandemia, a proposito di Paesi ricchi e Paesi poveri, l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha raccomandato ai Paesi ricchi di sospendere i vaccini dopo la prima fase (vaccinazione di operatori sanitari e persone vulnerabili) per permettere l'accesso ai vaccini anche ai Paesi con minore disponibilità economica. Questo anche per uniformare la lotta al virus che, diversamente, in un mondo in cui masse di persone si spostano da un Paese all'altro, sarebbe inutile avere un popolazione vaccinata a contatto con altre non vaccinate. La diminuzione del virus in ambito solo locale non funziona.

Per quanto riguarda la disparità di ricchezza non collegata al virus, questa c'è sempre stata e sempre ci sarà. Però ce ne potrebbe essere sempre di meno in rapporto al miglioramento del livello di istruzione. Questo dovrebbe portare a un'intelligente aggregazione di Stati, diversamente da quanto succede da noi dove una moltitudine di semianalfabeti che si radunano al seguito di truculenti personaggi che predicano il separatismo e l'antieuropeismo, a dimostrazione del fatto che l'ignoranza aiuta l'arretratezza. Un buon segnale al riguardo è, ad esempio, l'Unione Africana, da poco costituita. L'aggregazione aiuta l'umanità a progredire, l'autarchia aiuta l'umanità ad estinguersi.

 

 

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18 ore fa, lupogrigio1953 ha scritto:

Per quanto riguarda la pandemia

Per quanto riguarda la disparità di ricchezza non collegata al virus

Sul piano economico, i vaccini da distribuire ai Paesi poveri saranno a carico di quelli più sviluppati. E’ una partecipazione che avverrà in varie forme, più o meno lecite e accettabili eticamente. Significa anche che a pagare quelle vaccinazioni saranno i cittadini occidentali ai quali è stato detto invece che la punturina a loro dedicata sarà gratuita, come se lo Stato avesse cespiti diversi rispetto alle entrate erariali. Sul piano politico, il tema è molto vasto e non riducibile o sintetizzabile con scelte europeiste o con il contrasto tra livelli di istruzione presenti nei diversi continenti. Idealizzare una integrazione tra i popoli significa non avere ben presente il percorso storico che ci ha portato a farne una bandiera politica, invece di considerarlo un fenomeno potenzialmente distruttivo. Affermare che i flussi migratori ci sono sempre stati (come qualcuno ama ricordare), vuol dire fermarsi all’ovvio, senza capirne le cause, ma provando a nasconderne le conseguenze. Quelli che ho citato sono i due errori che vengono commessi volutamente per giustificare l’accoglienza, senza preoccuparsi dell’integrazione. Io non faccio mai riferimento alla politica, per un motivo molto concreto: è un elemento che offusca e divide. L’Europa ne è un esempio. Non esiste una unione politica, come non esiste in Africa o in Medio Oriente e non potrebbe essere altrimenti perché secoli di contrasti e guerre non vengono appianati da nessun trattato. Spesso rispondo (in ambito lavorativo) ad una domanda che riguarda le invasioni barbariche perché vengono prese come esempio estremizzato di flusso migratorio. La risposta è ampia, ma la sintetizzo, ponendo un’altra domanda, in questo modo: da allora ad oggi, quell’integrazione c’è stata? Oppure, le continue guerre che hanno accompagnato questo continente (e non solo) non sono forse dovute alla mancata integrazione di quei popoli? La Seconda Guerra mondiale non è molto lontana e quella nel Balcani è ancora più recente. Siamo ancora quei popoli, con gli stessi contrasti in sottofondo, forse assopiti, ma non estinti. Un vulcano inattivo, ma non spento. In più, la politica (quella vera) ha un ruolo quasi marginale rispetto ai meccanismi economici che la regolano e la influenzano ormai da tempo e  senza possibilità di invertire la tendenza. In tutto questo, gli accadimenti extracomunitari trovano poco spazio e disponibilità a prenderne atto, proprio in virtù della mancanza di unitarietà e del conseguente peso politico ridotto che tende a creare passività o, peggio ancora, oneri a carico di singole popolazioni, contravvenendo al principio di unitarietà. Ragionare su un fenomeno sociale, significa prenderne coscienza e una volta acquisita questa consapevolezza (che non ha colore politico perché è un dato comune, oggettivo e condiviso) si cerca di definirne le cause e le conseguenze, positive o negative che siano. Una volta evidenziato o ipotizzato l’impatto sociale di un fenomeno, si passa a ragionare su come intervenire, se verrà deciso di intervenire. Lei ha accennato all’autarchia come elemento deleterio per lo sviluppo sociale, ma ha un lato positivo: la conservazione di una identità. Non dimentichi che questo concetto non è affatto occidentale. Molte culture sono state uccise e cancellate proprio in nome dell’aggregazione forzata e integrare non significa necessariamente migliorare. Anche in questo caso il tema è troppo ampio e poggia su esperienze antropologiche che la maggior parte della classe dirigente non prende in considerazione perché, come lei ha già ricordato, è caratterizzata da una serie di limitazioni culturali ed esperienziali dalle quali non scaturisce un concreto rendimento.

DvMcEv

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